carlin-petriniIl socialismo trionferà, parola di Carlin Petrini, teorico della tavola come bene comune e della terra come mezzo di produzione ed emancipazione dei popoli.

Il socialismo, Carlin?

Cosa abbiamo conosciuto noi? La realtà del blocco sovietico, contro la quale ho combattuto e protestato e poi varie, eterogenee e fragili esperienze terzomondiste. Non abbiamo mai riflettuto abbastanza che nel nostro Dna, intendo in quello della società italiana, c’è una linfa vitale solidaristica che non si spezza, non muore. È il grande mondo del volontariato, la grande rete dei beni comuni, della condivisione e della connessione.

Il mondo è della finanza però.

L’ascesa di Trump ci dice che siamo alla svolta, al vicolo che ci condurrà davanti a una scelta. L’estremismo dell’elezione del magnate americano è figlio dell’inadeguatezza di Hillary Clinton, ma soprattutto del boicottaggio di una candidatura forte e politicamente chiara come quella di Bernie Sanders.

Sanders è stato giudicato troppo di sinistra.

Il solito errore, la sudditanza verso modelli culturali antiquati, la voglia di mitigare, ridurre fino ad annullare la propria identità. Io avrei votato Sanders e Sanders, credo e penso, avrebbe fatto vincere i Democratici. Invece la rinuncia, e con la rinuncia l’avvento di questo qui.

La sinistra ha avuto sempre riserve su se stessa, come se non ci credesse fino in fondo ai valori del socialismo inteso come divisore comune.

Infatti chi la vota? Sono milioni i cittadini che hanno chiuso con il voto, ma altrettanti milioni che ogni giorno si danno da fare per il loro municipio. È una ricchezza spaventosamente svilita. Co s’è il terzo settore? Chi mai parla delle mille e mille associazioni che in ogni borgo sorgono per fare qualcosa di utile, di buono e di giusto?

La sinistra ha bisogno di parole nuove e di un Papa straniero. Lei spariglierebbe.

Per quel che riguarda il papa abbiamo già Francesco che sta sparigliando parecchio. A proposito! Proprio ieri ho iniziato una collaborazione con la televisione della Chiesa italiana, Tv2000.

Un cosacco a San Pietro finalmente. Leggi tutto

antonietta-de-lilloSiamo nel mondo del non si può fare, nel tempo in cui ciascuno di noi si dice “io non conto niente” oppure se si trova al ristorante con gli amici usa il plurale: “noi non contiamo niente”. Per questo un giorno ad Antonietta De Lillo, che di mestiere fa la regista, è venuto in mente di raccontare le gesta di un uomo solo, della sua forza di volontà, della sua incrollabile fede nella giustizia, del proprio ottimismo smisurato nella ragione e nella volontà.

Tu hai scelto di raccontare la vita di Aldo Bozzi, avvocato, 80 anni, primo firmatario del ricorso che ha mandato in frantumi il Porcellum, la legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Corte.

Un modo per dire a me stessa che era tempo di impegnarsi nella vita collettiva, nella politica. Per troppo tempo sono stata a guardare. Ma a furia di avere le braccia conserte ti accorgi che il mondo ti mangia, i tuoi rappresentanti ti negano persino il diritto all’identità o, come accade in queste ore agli americani, al minimo senso civile.

Che significa impegnarsi in politica?

Significa offrire quel poco che si sa e si può. La battaglia di Aldo Bozzi non è un romanzo, non un documentario, è una piccola pagina di quel che ciascuno di noi, se crede alla propria vita e alle proprie convinzioni, può fare.

Cosa ha fatto l’avvocato Bozzi?

Un uomo di ottant’anni, un antico e rigoroso liberale. Gli accadde che al momento del voto alle scorse elezioni politiche lui, sempre distante dalle cronache e dagli usi che si era dato il Parlamento, era convinto di poter dare la preferenza a una sua allieva che si candidava credo proprio nel Pd. Giunto al seggio gli spiegarono che con la nuova legge elettorale, si era al tempo del Porcellum, non avrebbe potuto. Quella spiegazione, che ciascuno di noi avrebbe accolto come l’ineluttabile sopraffazione del potere, dei forti verso i deboli, per lui, uomo del diritto, era inammissibile.

Inizia il ricorso al tribunale di Milano.

Inizia, confortato da un gruppo di amici e colleghi, non più di trenta, che sottoscrivono il suo ricorso. Lui dice: la Costituzione prevede che il mio voto sia uguale agli altri, libero e segreto. Con il premio di maggioranza il voto di un gruppo di cittadini peserà di più rispetto a quello di altri. E questo è anticostituzionale.

Da qui ti è venuto in mente di titolare il breve movie Un cittadino. Leggi tutto

marino_niolaPerché l’Italia più ricca è anche la meno generosa con i migranti, umanità perduta e derelitta per definizione? I fatti di Goro, nel Polesine, dove gli abitanti hanno costruito barricate per respingere, riuscendovi, delle donne africane (dodici) con otto bambini al seguito, indicano il punto della crisi della solidarietà tra simili. Dà conto del senso affievolito di una civiltà, la nostra appunto, che ci pareva non potesse offrire il segno ostile del respingimento. Marino Niola, da saggio antropologo, ci fa incamminare verso la strada giusta per comprendere o almeno tentare. “Il povero più facilmente divide quello che ha perché sa che la sua vita si regge sulla solidarietà e sullo scambio. Il tuo simile è quello che ti fa sopravvivere. Il ricco invece sviluppa un senso di autosufficienza, modula sulla propria fatica e sul proprio talento la percezione totalitaria della sua esistenza”.

Il povero è aperto al mondo e il ricco no?

Il povero conosce la necessità della connessione, il ricco conosce la responsabilità delle proprie azioni. Il povero per definizione vive una vita più comunitaria. Chi sta meglio invece è più solo. Non a caso lo spirito capitalista si innesta fortemente nell’etica protestante. Il principio della responsabilità del singolo dà implicitamente il senso della solitudine di ciascuno: solo con la propria vita, i propri guai, il proprio benessere.

Invece la cultura della compassione è mediterranea.

Esatto. Trova radici più salde andando verso Sud. E qual è la lezione principale che impartisce? Nessuno è mai solo.

Non basta questa spiegazione di ordine etologico a convincerci dell’ineluttabile rovescio della nostra esistenza: più ricchi ma più egoisti.

Infatti aggiungo considerazioni di ordine sociale ed economico. Le generazioni che ci hanno preceduto hanno vissuto il miracolo economico, la certezza che si potesse vivere solo meglio del tempo in cui si era nati. Oggi la consapevolezza del peggio è comune e profonda. Un mondo così precario, un’economia così traballante, un futuro mai tanto incerto. Allora ci diciamo: potremo stare solo peggio. La paura ci conduce all’egoismo: ritrarsi in casa, sbarrare la porta. Esattamente com’è successo a Goro.

E succederà ancora?

Certo che sì. Mi sarei aspettato un avamposto varesotto protoleghista come punta di diamante di questo respingimento di piazza. Pensavo che il Polesine, così dentro alla tradizione cooperativa emiliana, facesse più resistenza a questa paura. Ci troveremo comunque di nuovo e ancora momenti simili.

Lo straniero alle porte.

Partiamo dalla parola. In greco è xenos : straniero ospite per antonomasia. Infatti per i greci lo straniero è il Dio nascosto. Il latino hospes significa sia ospite che straniero e anche nemico. È dentro l’etimo l’angoscia, l’insicurezza. Se non è ospite, sarà nemico. E dunque?

Dunque, come diceva Sofocle… Leggi tutto

luigi-zojaC’è il terremoto. Abbiamo paura. Ci sono i migranti. Abbiamo paura. C’è la crisi economica. Abbiamo paura. L’età della paura è la nostra, ci accompagna ogni giorno, e ogni giorno trova nuova linfa, nuove occasioni di sviluppo. Una paura si somma all’altra e all’altra ancora e insieme queste nostre fobie edificano le pareti di una società infragilita che pulsa a volte rabbia e rancore, altre volte appare invece muta e sorda. Luigi Zoja ha indagato a lungo le sorgenti della nostra paranoia con un fortunato saggio edito da Bollati Boringhieri (Paranoia. La follia che fa la storia).

Professore, bisogna provare paura per poter vivere?

Assolutamente sì. È un istinto di repulsione che si oppone, essendo il suo contrario, a quello di attrazione. Eros e Fobos. Se i nostri antenati non si fossero amati noi non ci saremmo mai stati. Ma senza l’istinto di difesa, dettato dalla paura di essere attaccati da altri simili o da animali o soltanto dalla necessità di schivare un pericolo che avrebbe potuto manifestarsi come mortale, neanche saremmo venuti al mondo.

È questa dose eccessiva di terrore che complica notevolmente la nostra esistenza. Sembra che la paura sia stabilmente la nostra compagna di vita.

Qui è lo scarto tra l’istinto naturale e la costruzione di scenari che alimentano questo sentimento.

Come l’ossicitina che si somministra alla partoriente in travaglio, così la paura è indotta, alimentata, sostenuta?

La politica è attivamente alla ricerca di un consenso che molte volte trae origini dalla paura. La paura dell’altro, del migrante, del diverso, del nero, per fare l’esempio più banale e corrente. La paura alimenta emozioni, produce ansie e fa registrare consensi altrimenti rifiutati dalla logica.

L’età della paura si fonda su percezioni alterate.

Ricorda il tempo in cui eravamo circondati da ladri? Furti ovunque, televisioni scatenate, giornalisti a caccia di umani barricati in casa?

Ho l’impressione che questo nostro tempo abbia sempre bisogno di eccessi per sentirsi vitale. E vive sempre sull’orlo dell’abisso, attendendo che l’estremo segno del dolore gli faccia visita.

Le guerre alle porte, la grande tragedia climatica con le ondate migratorie, il terrorismo fanatico, la religione come lama per uccidere. Abbiamo una rassegna di eventi che, sommati, provocano quel tipo di mercato di cui discorrevamo. Leggi tutto

tullio-de-mauroSiamo la Repubblica dell’ignoranza, degli asini duri e puri, degli analfabeti di concetto, di concorso, di condominio, da passeggio e da web. Passano gli anni ma restiamo sempre stupiti della mostruosa cifra dei concittadini incapaci di comprendere o persino leggere una frase che non sia un periodo semplice (soggetto, predicato e complemento) e un’operazione aritmetica appena più complessa dell’addizione o della sottrazione a due cifre.

Tullio De Mauro è il notaio della nostra ignoranza.

Sono ricerche consolidate, l’ultima dell’Ocse è del 2014, che formalizza il grado italiano di estremo analfabetismo. Mi succede ogni volta di dover spiegare che la sorpresa è del tutto fuori luogo, i dati sono consolidati oramai.

Professore, asini eravamo e asini siamo.

Abbiamo una percentuale di analfabetismo strutturale intorno al 33% in misura proporzionale per classi di età: dai 16 anni in avanti. Il 5% di essi non riesce a distinguere il valore e il senso di una lettera dall’altra. Avrà difficoltà a capire ciò che divide la b con la t la f la g. Cecità assoluta. Il restante 28 ce la fa a leggere, ma con qualche difficoltà, parole semplici e a metterle insieme: b a c o, baco. Singole parole.

Qui siamo al livello 1: totale incapacità di decifrare uno scritto.

Il cosiddetto livello degli analfabeti strutturali.

Passiamo al secondo livello.

Gli analfabeti funzionali. Riescono a comprendere o a leggere e scrivere periodi semplici. Si perdono appena nel periodo compare una subordinata o più subordinate. E uguale difficoltà mostrano quando le operazioni aritmetiche si fanno appena più complicate della semplice addizione e sottrazione. Con i decimali sono guai.

Dentro questo comparto di asineria alleviata c’è un altro 37% di compatrioti.

Purtroppo non ci schiodiamo da queste cifre.

Quanta gente ha una padronanza avanzata di testi, parole e concetti?

Il 29%. Si parte dal terzo gradino, quello che definisce il minimo indispensabile per orientarsi nella vita privata e pubblica, e si sale fino al quinto dove il forestierismo è compreso, si ha la padronanza della lingua italiana e anche di quella straniera.

Con gli anni si peggiora.

È un processo di atrofizzazione del sapere costante e lievitante. Leggi tutto

pippo-baudoPippo Baudo senza la tv non è un uomo ma una foglia d’autunno.

La televisione è la mia vita. Ho faticato tanto, ma tanto… ho fatto a cazzotti per entrarci e difendo il cursus honorum, la voglia di fare, di esserci, di dire la mia parola.

La sua condizione è, con ogni rispetto, anche però figlia di una sindrome ossessiva. I più bei testi di psicopatologia affrontano questo disagio.

Convengo, sono così, devo ammetterlo. Pippo senza la tv non ha identità, senso di sé. E’ un uomo morto.

Invece Pippo è monumento patrio, storia nazionale e naturalmente leader per acclamazione, in quanto nonno di Stato, del nascente partito della Nazione.

Fui democristiano, ma sempre di pensiero. Mio padre conobbe Sturzo, fu collega di Scelba, e la mia democristianità è stata sempre espressa liberamente. Al centro con lo sguardo rivolto a sinistra. Aldo Moro la mia luce e poi Gianni Marcora. Se Moro non fosse caduto in quell’agguato avremmo avuto il compromesso storico. La salvezza e la speranza.

Se Renzi avesse avuto lei per nonno, sarebbe incorso in minori difficoltà con l’elettorato. Sa che ci sono italiani oramai così diffidenti che dubitano persino quando lui dice: mi chiamo Matteo. Sarà vero? Sarà falso?

In effetti cova questa sospensione di giudizio, l’interrogativo ce lo poniamo. Bisogna ancora vederlo all’opera per bene.

Comunque nel mezzo dell’Italia non c’è Matteo ma sempre Pippo.

Mai voluto candidarmi. Quattro volte me lo hanno chiesto. E a Prodi, che mi aveva proposto di provare a immaginare un mio ruolo da presidente della Regione Siciliana, dissi: mi volete morto? Conosco la mia terra, e so che insomma la mia vita, se mi fossi incartato in un ufficio di governo, sarebbe finita presto.

La sua vita è Domenica In.

Non è un amarcord, ma lo sforzo di seguire il ritmo del tempo, il senso di questa nostra età. Infatti sono accompagnato da donne giovani. Le ho volute io, sa? E domani, per esempio, nel mio programma ospiterò il film di Roberto Faenza sulla vicenda di Emanuela Orlandi. Storia controversa e scabrosa. Attualissima.

Voi vecchi avete fregato i giovani. O perché avevate i soldi che non ci sono più o perché eravate più bravi.

I soldi c’erano, vero. Infatti quando ora chiamo gli ospiti avverto subito: vieni in amicizia perché qua il piatto piange. Li chiamo io e per affetto… Detto questo aggiungiamo…

Diciamola tutta.

I vecchi sono mostruosamente più bravi. Mi fermo al mio campo ed elenco nelle varie specialità: Garinei e Giovannini, Antonello Falqui, Nino Manfredi. Autori o registi o attori. Ovunque muovi il ricordo trovi dei talenti ineguagliati.

Siete troppo forti voi.

Mi sembra di sì.

Fa bene a insistere.

Altrimenti muoio. La morte civile, ricorda il titolo della commedia di Bracco?

Eppure politicamente lei sarebbe perfetto. Un comizio di Pippo Baudo sul referendum spaccherebbe.

La Rai mi ha fatto firmare una postilla contrattuale che mi impedisce di pronunciarmi.

Nessuno però può impedirle, interna corporis Leggi tutto

parlamentoLa politica, diceva Guido Gonella, democristiano del secolo scorso, è “fatica senza lavoro, ozio senza riposo”. Nella politica affonda la vita, ogni passione e ogni sconcezza. E, come vedremo da qui in avanti, persino la memoria vi annega.

Il legislatore smemorato non è un signore di tarda età affetto da Alzheimer, ma la condizione attuale in cui ogni membro del Parlamento si trova. Così tante sono le leggi, i regolamenti, le mozioni e gli indirizzi da essere sconosciute persino da chi le ha approvate. In questo mini sondaggio, molto approssimato, alcune delle risposte più significative alla seguente domanda: lei quante leggi ricorda di aver votato? Beninteso non il numero, che sarebbe un’enormità, ma almeno il contenuto, una breve illustrazione del testo.

ANTONIO MISIANI, che con Bersani segretario era tesoriere del Pd, ricorda “quelle più note: la riforma del lavoro, la Buona scuola. Diciamo che rammento il quaranta per cento. Di più non credo, non so, davvero non è possibile conoscere. Si va in aula e si accoglie l’indicazione del partito”. Andando ciascuno in aula nell’attesa che qualche altro indichi il voto giusto, il risultato si fa comico. Augusto Minzolini, senatore di Forza Italia: “Tu voti tutto e se ti ripresentano il piatto davanti voti anche il suo contrario. Voti e non t’accorgi perché voti senza sapere. Perché non fai il tuttologo e non ti puoi permettere di approfondire ogni cosa. Avevo perciò proposto di fare una riforma costituzionale che desse alla Camera dei deputati il potere legislativo su tutte le leggi di spesa e al Senato la discussione sui grandi temi di politica estera, difesa, sulla società”.

IL DEPUTATO a sua insaputa è interpretato meravigliosamente da Gianfranco Rotondi, democristiano di antica specie, che si è trovato a dare l’assenso a norme del codice penale che gli fanno ribrezzo. “Non so cosa mi è successo, ma ho detto sì alla criminalizzazione del voto di scambio e del traffico di influenze. Se avessi riflettuto per bene avrei dovuto considerare che la politica è un permanente voto di scambio, senza il quale non esisterebbe la rappresentanza. E così pure il traffico di influenze. Dire che si condanna il traffico illecito è pura castroneria. Lecito e illecito sono come il mare che si increspa e un’onda surclassa l’al tra. L’acqua si mischia sempre e per sempre. Quindi, riepilogando: non soltanto noi parlamentari non conosciamo ciò che facciamo, non ricordiamo buona parte delle leggi che approviamo, ma addirittura ci infiliamo nel cul de sac di licenziare norme che non condividiamo. L’idea maestra su cui si fonda questa speciale inettitudine è che il legislatore ritiene che la legge valga solo per gli altri. Me ne sono accorto quando un procuratore della Repubblica mi ha confessato: ma lo sa che con la nuova normativa sul voto di scambio vi potremmo incriminare tutti? Allora mi son detto: ohibò!”.

L’OHIBÒ, lo stupore per quello che si fa senza saperlo, è il sunto di una nazione che già per suo vezzo rifugge dalla memoria. Non ricorda, e se rammenta non riflette, e se riflette poi si stanca e cambia strada. Il Parlamento di una Nazione smemorata poteva essere diverso? “Provi soltanto a conoscere le cose più importanti, i testi fondamentali. Tutto il resto è un fiume in piena che si ingrossa automaticamente”, dice Cinzia Bonfrisco, che guida i senatori fuggiti da Berlusconi ma non confluiti dentro le tasche di Denis Verdini.

HA RAGIONE il Financial Times: il problema del Parlamento italiano è la quantità delle leggi che si approvano, perché di lentezza non pare che soffrano le due Camere bensì di ipertrofia. “Azzanniamo ogni cosa, buttiamo in aula e facciamo finta di discutere e di approvare migliaia di mozioni, di documenti di indirizzo. Esageriamo, ci abbuffiamo di norme e poi, certo, magari ci mettiamo nella condizione di essere svillaneggiati perché non le ricordiamo”.

La smemoratezza è tratto comune, elemento costituente di un mestiere che si compone di parole, e sulle parole costruisce la propria fortuna. Vai poi a rintracciarle una per una! Se il giovane Simone Valiante afferma che è in grado di ricordare più o meno tutto (“ma sono solo tre anni che sono qui dentro e ho la memoria ancora fresca”) il suo compagno di partito David Ermini (Pd) tenta di tenere a freno l’enorme confusione attraverso un taccuino: “Mi segno nell’agenda per tentare di avere chiaro quel che devo fare e che ho fatto. Ma in tutta sincerità, cosa vuole che ricordi, cosa vuole che sappia di tutto quel che si fa?”.

Da: Il Fatto Quotidiano, 8 ottobre 2016

daniele-vicariSuccede a tanti ed è successo anche a lui alcune settimane fa. Postava su Facebook le ragioni che lo avevano spinto a trattare i fatti del G8 di Genova nel modo in cui poi al cinema abbiamo visto. E certo Diaz è stato il film più popolare e apprezzato di Daniele Vicari. Il post improvvisamente scompare, sottoposto a censura. Lui dapprima non sa che fare, poi sceglie di protestare.

Contro chi ha protestato?

Contro un’entità immateriale: lo staff del social network . Staff immagino stia per direzione, governo, gestione dei problemi.

Staff, non un nome e un cognome.

Tutto assolutamente avvolto nell’anonimato, tutto imperscrutabile. L’angoscia di vedere diritti elementari, conquiste oramai consolidate, quali la libertà di espressione, venute meno perché gruppi organizzati, nemmeno un gran numero, segnalavano come “indesiderato” il tuo pensiero, la tua opinione. E un luogo indefinito che giudicava e decideva.

Ai tempi della conoscenza orizzontale, istantanea, popolare che dovrebbe far immaginare una democrazia più forte, condivisa, allargata a chiunque, una regressione dei diritti così plateale, evidente, esagerata.

I social hanno apparentemente dato la voce a chiunque volesse o voglia averla. E il potere della parola, prima appannaggio dell’élite, è divenuto patrimonio di ogni ceto, di ogni classe. L’irruzione sulla scena pubblica di miliardi di persone.

Facebook è il più grande continente al mondo: più di un miliardo e seicento milioni di persone lo abitano.

È una cosa così grande da divenire anche, come il mio piccolo caso, pericolosa assai. Consegniamo la nostra vita, i nostri affetti, i nostri segreti e la nostra parola, la nostra libertà a un’azienda privata che gestisce nel modo che crede quei dati e la nostra libertà e poi ci vende alla pubblicità.

Come può essere che non badiamo al rischio enorme di una esposizione così svincolata da ogni limite, vincolo, dovere? Leggi tutto

vittorio-sgarbiDove c’è una capra c’è lui.

In effetti il trittico Capra-Capra – Capra mi ha espanso, corpo e spirito, in una moltitudine sconosciuta che grazie a Facebook e Twitter ha assunto proporzioni notevoli.

Di capra in capra, Vittorio Sgarbi aumenta il fatturato.

Vado dove mi chiamano, gli italiani sanno che ho fatto più io per l’arte che dieci Settis.

Lei va dove la pagano.

Anche, giusto.

In questo momento ha tre eventi in corso: il Caravaggio a Ginevra, La Maddalena a Loreto, La Follia a Catania. Quattro con Osimo.

La Fondazione Sgarbi, le grandi opere custodite per un’intera vita dalla mia famiglia, da mia madre, ora sono patrimonio comune. Bellezza esibita, dispensata, regalata agli occhi del mondo.

Imprenditore del bello e in alcuni casi anche subappaltatore del bello.

È il mio lavoro, la mia passione. Non ho alcun interesse per i soldi.

Com’è noto le fanno schifo.

Non dice male, mi servono solo per acquistare opere d’arte. Altro non voglio

Però, sarà una coincidenza, alcune volte i soldi le fanno cambiare idea.

Cioè?

Non so quanto le abbia dato Vincenzo De Luca a Salerno.

Troppo poco, mi sembra pochissimo.

Per quel pochissimo è riuscito a trovare nel Crescent, un mostro di tutto rispetto, le grazie di una Gioconda.

Avevo ritenuto dapprima la cubatura un po’ eccessiva, ma gli interventi riparatori del progettista, lo spagnolo Bohigas, mi hanno convinto che l’edificio razionalizzasse l’area.

Che senso ha parlare a gettone, entusiasmarsi a gettone? Leggi tutto

fabio-mussiIl potere è stato conquistato dai mediocri. E la mediocrità è la cifra che unifica e identifica. Il mediocre non ha memoria e non ha futuro. Invece Fabio Mussi, che al liceo aveva tutti nove e dieci, brillante laureato in Filosofia e oratore di qualità, prima che riuscisse ad affermarsi come politico di primo piano (è stato capogruppo del Pds, poi ministro dell’Università) ha dovuto zappare l’orto di casa Pci per un ventennio. Oggi guarda dal divano di casa quel che succede nel Palazzo che ha abitato. Soprattutto guarda chi vi entra. “È la profondità del tempo che separa un talentuoso da un mediocre. Ora non c’è visione, non c’è manco la voglia di immaginare un futuro. Esiste l’urgenza dell’oggi, l’impegno flash, lo sguardo breve”.

Ha ragione il filosofo canadese Alain Denault che nel suo La Médiocratie (Edizioni Lux) annuncia la conquista del potere mondiale da parte dei mediocri.

Quando la politica si trasforma in governance, si riduce a semplice gestione, lui scrive al problem solving, cosa vuole che accada se non questa tragedia? Il pensiero unico ha provocato situazioni orwelliane. Mi fermo solo a un caso: il 2003 e la guerra all’Iraq. Tutti coloro che la sostenevano erano i razionali, i cosiddetti moderati. Chi la osteggiava, chi intuiva i rischi e i disastri di quella scelta e li prefigurava elencandoli era giudicato un estremista.

I noti moderati.

Il pensiero unico, confezione intrigante dentro cui si nasconde invece l’assenza pura e semplice di un pensiero, ha un punto geografico i cui si ritrova: il centro, anzi l’estremo centro. Quel punto è il luogo politico dove ogni differenza si annulla, gli slogan si doppiano, identiche fedi si professano. In questo quarantennio è stato deciso che fosse cosa buona e giusta svalorizzare il capitale umano fino a ischeletrirlo, urlare flessibilità a qualunque costo. L’u omo, l’economia, la società devono essere flessibili. Di nuovo: chi si opponeva a questa indecenza diveniva estremista. Gli altri invece moderati e razionali.

Anche lei quando deteneva il potere avrà fatto giocate sbagliate.

Vorrei evitare nostalgie e superbie, perché sento il peso della responsabilità e delle colpe che anch’io ho. Siamo tutti figli di qualcuno, e se oggi è così…

Oggi è terribile. Non si scorge luogo, tema, tempo, dove un’idea sia sperimentata. Leggi tutto