Lungo la tratta da Sicignano a Lagonegro s’incontrano aziende funzionanti e mega inganni di imprenditori “mariuoli” con i soldi pubblici. A Polla, 5mila anime in provincia di Salerno, in piazza i binari sono stati sepolti sotto al cemento per agevolare il passaggio degli autobus


Lagonegro (Potenza) – Lasciato il binario morto alla vista della piana di Foggia, mi dirigo verso il mare. Adesso ho la Puglia alle spalle e Agropoli all’orizzonte, nel Cilento. Percorro la fondo Valle Sele: una strada dritta e nell’ultimo tratto deserta che sbuca sulla Salerno-Reggio Calabria, l’opera più illustrata d’Italia, capitale degli appalti, mangiatrice di commesse, teatro immobile di uno spreco immane di energie, di parole e di buone intenzioni. Inondata di milioni e di lavori, attende oramai sfinita dall’indigenza e dalla vecchiaia di esser degna del nome di autostrada. Se la strada subisce, all’altezza di Maratea, in Lucania, restringimenti e incolonnamenti, i binari cominciano a infettarsi di ruggine centoventi chilometri prima. L’alta velocità si ferma a Salerno. Da lì il treno prende il singhiozzo, si fa lento e infine –
presa la via delle montagne – scompare. Un po’ come l’Italia. Roma è lontana e la locomotiva ha il passo ancora buono quando taglia la piana di Battipaglia e sfiora i templi di Paestum. La magia della Magna Grecia è insieme un monumento alla memoria, una sfida dell’arte all’uomo ed esposizione universale dei nostri difetti. Paestum è inglobata in assi stradali, case, villette, bancarelle. Non ha respiro, come se le mancasse una prospettiva di felicità. A pochi metri di distanza risiedono, costipate in campetti di fango, le bufale a cui dobbiamo la più buona mozzarella italiana. M’incuriosiva capire perché la bufala s’inzozzasse, perché preferisse rilassarsi nel fango anziché adagiarsi sul prato.
L’uomo che parla alle vacche
Ho interrogato Antonio Palmieri, di sicuro il più talentuoso allevatore del nostro Paese: “In verità quell’animale non ama lo sporco, siamo noi umani che l’abbiamo costretta ad entusiasmarsi del fango”. A riprova della sua assoluta convinzione mi ha illustrato il regime di vita di cui godono nel suo recinto le predilette. Da lui la bufala si fa la doccia almeno due volte al giorno, dorme su un materasso ad acqua, decide da sola quando procedere alla mungitura, sceglie quotidianamente un massaggio rilassante. Calmieri  ̶ ritenendo che la bufala sia intelligente almeno quanto una mucca (gli svedesi, che gli hanno venduto il sistema computerizzato di gestione della stalla si erano incaponiti nel ritenerla una sorella scema)  ̶  ha dotato la sua azienda casearia di un sistema che lascia all’animale allevato la libertà di iniziare un quotidiano tour della necessità e del benessere. Quando ha fame mangia, quando ha sete beve, quando ha caldo si lava, quando ha sonno dorme, quando è gravida esce all’aperto e viene lasciata in pace. Un chip guida i suoi movimenti, apre e chiude le barriere, indica il percorso e governa le sue esigenze. La bufala in autogestione insomma. “Quanto più elevato è il benessere dell’animale tanto più è elevata la qualità del latte che produce”. L’equazione di Palmieri è insuperabile e certificata dal suo prodotto. Su piazza non c’è mozzarella migliore della sua.
E’ anche un bel bottino per proseguire il viaggio verso sud. La prima interruzione di linea è all’altezza di Sicignano degli Alburni. Se vuoi andare a Potenza puoi (naturalmente senza badare all’orologio: il treno c’è ma è lento). Se scegli Reggio Calabria, il corridoio ferrato è ancora aperto verso il mare (naturalmente non c’è l’alta velocità, costerebbe troppo!) Se stai in mezzo, tra le vallate del salernitano, ti fermi e attendi il bus. Quando passa.
L’Italia non ha una sua metà. Il barcone ti attende sempre ai lati. O ti ammassi sul Tirreno, oppure ti dirigi con un salto verso l’Adriatico. Tutte le città, i paesi, i villaggi interni sono scavalcati e annullati. Insignificanti. A Polla inizia il Vallo di Diano, terra fertile e piena di aziendine. In questo spicchio di Sud i soldi, a contare le concessionarie di auto di lusso, non mancano. La crisi si sente ma il benessere resiste. In questo crocevia di affari non poteva mancare la grande stazione di autolinee. Negli ultimi trent’anni si è rivelato un business eccellente, un centro lobbistico che ha piegato le resistenze degli amministratori locali, usurpando dalle Regioni il diritto imperituro alla concessione, spesso al contributo a fondo perduto, di sicuro all’assistenza eterna. I treni costano. E i bus? A Polla dà battaglia Rocco Panetta che, in un percorso didattico, fortifica la convinzione di come lo Stato abbia affidato ai privati i suoi affari. Il binario che scorreva fino a Lagonegro è stato tranciato in più parti. Era una linea dritta, una ferrovia secondaria che sviluppava un discreto flusso di viaggiatori lungo la direttrice nord-sud, da Lagonegro, in Lucania, verso Salerno. Linea chiusa per far posto ai bus. Nella piazza di Polla i binari sono stati asfaltati, si dice per permettere ai bisonti gommati una più agevole traiettoria nell’operazione di ingresso e uscita dal deposito. Il Comune  ̶ quando ha potuto  ̶  ha fatto costruire fin dentro la ferrovia in modo che l’idea di un treno di nuovo in funzione scomparisse per sempre da queste parti.
Sei milioni buttati a Cutro
Il treno costa, vero? E’ sicuramente questa la più grande, maestosa, bugia della contemporaneità. Ai lati dei binari, che avrebbero condotto studenti e operai, famiglie a basso salario, nonne e nipoti, dalla città al paese, riducendo le distanze, agevolando la vita delle campagne ed alleviando quella delle città, sono stati sversati, come quei veleni che imprenditori rapaci rilasciano nei corsi d’acqua, circa 80 miliardi di contributi pubblici (europei e nazionali) sotto il nome della famigerata legge 488, aiuti all’imprenditoria. Un buco nero così vergognoso che Pier Luigi Bersani, quando fu ministro dell’Industria, dovette denunciare con queste parole: “Chiudo la 488 perché tanti miliardi di euro, fra fondi europei e quelli provenienti dalle nostre tasche, sono finiti nella mani della criminalità organizzata e in progetti senza capo né coda”.
Tenere aperta una ferrovia significa tenere aperta una strada, una vita, una possibilità di sviluppo, un regolatore demografico. Tenere vivo il binario è questione di civiltà. E questo binario, che ci sta conducendo verso Cosenza, avrebbe avuto bisogno di pochi soldi per resistere e concorrere allo sviluppo sostenibile del traffico di persone e merci. Soldi per le ferrovie non ce ne sono stati, mentre montagne di euro, lungo queste tratte, sono stati mobilitati per imprenditori del nulla, ladri di Stato, mariuoli matricolati.
Un esempio? La storia del signor Paparoni. La sua pietra miliare giace dal 2001 nell’area industriale di Cutro, in Calabria. Un fantomatico insediamento premiato dallo Stato con 120 milioni e capace ̶ sempre secondo la fantasia ̶ di offrire lavoro a 350 giovani del posto. La pietra di Paparoni è costata 6 milioni di euro, oltre qualche bottiglia di spumante e il nastro tricolore per l’inaugurazione. Paparoni doveva costruire un impianto di ricambi auto, un approdo sicuro per operai in attesa di impiego. La Guardia di finanza ancora si chiede dove sia finito questo capitano coraggioso. E ̶  esempio numero due  ̶  la macchina di legno di Gioia Tauro? Da sbellicarsi dalle risate. Non tutti, non i 190 operai dell’Isotta Fraschini, senza salario e senza una risposta. Già, la domanda: chi ha creduto che un imprenditore, noto per i suoi precedenti per bancarotta, potesse assemblare una macchina ultramoderna? Eppure Giuliano Malvino, proprietario della Fissore, calato da Cuneo per la gloria di Gioia Tauro, ottiene i fondi della 488 e altre agevolazioni. Tra consulenze dell’Isotta alla Fissore dello stesso Malvino, IVA evasa, contributi statali, Tfr degli operai – secondo la Finanza – l’imprenditore di Cuneo aveva rastrellato 20 miliardi di lire.
Ladri di Stato
Per verità cristiana, bisogna aggiungere che una macchina (di legno) è uscita dallo stabilimento di Gioia Tauro. O meglio: un prototipo è stato trasportato da un tir e impalato dinanzi alla fabbrica, non aveva né carte in regola, né rudimenti tecnici per camminare su strada. E prima di iniziare la produzione, l’Isotta Fraschini è stata decretata in bancarotta. Una raffinata strategia, anche se un po’ sfrontata, è stata la fortuna del bresciano Codenotti, anch’egli ingolosito dal patto territoriale di Gioia Tauro. L’imprenditore aveva dichiarato 22 milioni di spese proprie, aveva dichiarato, appunto, e aveva documentato allo Stato con un capannone spacciato per nuovo di zecca, ma importato dalla Germania e riverniciato nella sede di Leno. Lo Stato ha abboccato e ha stanziato 9 milioni di euro. Codonetti sembrava davvero l’uomo giusto, aveva prenotato soltanto 60 operai per il riciclo del metallo. Aveva le manie dell’educatore, i suoi cartelli “Non rubare, piuttosto chiedi” sono rimasti appesi alle pareti di un santuario vuoto, trafugato della sua reliquia principale: i contributi, riscossi sino alla penultima trance. L’ultima doveva coincidere con l’apertura della fabbrica. Che non c’è mai stata.
A volte finisce peggio. All’imbarco, o addirittura sulle scalette di un aereo. Daniele Morandini fu arrestato, aveva già un biglietto di sola andata per il Brasile e depositato sette milioni di euro sui conti protetti di San Marino. Desiderava mettersi alle spalle la brutta faccenda di Amantea, Cosenza. Sarebbe stato un colpo di magia mettersi alle spalle 15mila metri quadrati di capannone, il tempio della Bm Filati e l’ipotetica salvezza per 130 persone strappate dall’indigenza. Per spirito di ospitalità, il Comune di Amantea aveva allargato l’area Pip in favore dell’imprenditore bresciano. E lui, di rimando, voleva allargare le sue conoscenze in Brasile. Dal Tirreno allo Ionio. Da Amantea a Spezzano Albanese, sempre provincia di Cosenza.
Imbroglio solare autorizzato
Energia alternativa. Due imprenditori cosentini presentano un progetto: sofisticato impianto per la produzione di pannelli fotovoltaici; 190 operai da sfamare, mercati nazionali da dominare. Nasce la Solaris, lo Stato partecipa con 13 milioni. La Guardia di finanza all’interno della Solaris trova una decina di persone, macchinari inutilizzabili e altri taroccati, persino quadri elettrici senza fili. E la cabina di collaudo per le celle, il testimone non plus ultra della tecnologia, da sottrarre al logorio della polvere e degli agenti esterni, era ricoperta da un telone da camion. Fatture gonfiate, assegni fittizi, ricevute fasulle per macchinari altrettanto fasulli. I promotori della Solaris erano esperti del settore: presiedevano una decina di società e, provando e riprovando, avevano già ottenuto dallo Stato circa 60 milioni di euro. Era una professione, insomma.
Fermiamoci qui con questo ripasso della truffa autorizzata. Ecco come abbiamo speso i soldi, ecco la radice della crisi, le ragioni dello spreco. Ecco la fandonia dei soldi che non c’erano per le ferrovie. I soldi c’erano, eccome!
L’autostrada, dopo lo stop del tratto lucano ancora interessato ai lavori di ammodernamento, si è fatta larga. Corriamo veloci verso Cosenza.
da Il Fatto Quotidiano, 18 agosto 2013

 

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