A maggio Firenze andrà al voto. Il destino della capitale del Giglio magico si giocherà sul filo di lana e subirà l’onda d’urto leghista perché quel voto sarà abbinato alle Europee. Magari il sindaco Dario Nardella ritornerà al suo amato violino.

È una possibilità.

Sua moglie lo sa, ne avete parlato.

Dell’idea che si torni a fare quel che facevo? Mai nascosto nulla. Senza recare offesa al violino, le possibilità che resti sindaco sono un po’ più elevate.

Più che Nardella il problema è Renzi. Troppa gente vorrebbe dargli un’altra legnata e non vede l’ora di bastonarlo per il suo tramite.

I fiorentini pensano a Firenze, non a Renzi.

Lei ai tempi di Renzi era renziano, ai tempi di Salvini si è un po’ salvinizzato: sulla ruspa ad asfaltare i rom.

Se non capisce che la questione della sicurezza è decisiva.

Le case popolari “prima agli italiani”.

Rivendico tutto quel che ho fatto.

Le direi che ha fatto una cazzata.

So che ho lavorato come un matto e i fiorentini lo hanno visto. Firenze sta cambiando davvero. La tramvia, due linee, 12 chilometri nuovi di zecca e senza una polemica, un’inchiesta, l’odore sporco dell’intrallazzo.

Odora di Giglio magico, è un bel problema.

Io non ne ho mai fatto parte!

Pinocchio!

I conti con Matteo li ho tutti regolati.

Che fa, disconosce?

Potrei io disconoscere un’amicizia antica? Chi mi crederebbe? Ho incontrato sulla mia strada Matteo Renzi il quale mi ha sostenuto nella sfida più grande.

E si ritorna al punto: Nardella sa troppo di Matteo.

Detto questo, ho seguito il mio destino, ho fatto il sindaco in autonomia.

Non ha più bisogno di lui.

Firenze ha bisogno di un sindaco e soprattutto di un buon governo. E i fiorentini sanno che se Nardella perderà, il centrodestra si allargherà fino in Regione. I leghisti, con quell’armamentario verbale anche violento…

La ruspa, per esempio.

I fiorentini mi conoscono: in 5 anni possono valutare cosa ho dato e cosa no.

L’errore più grande che ha commesso?

Mi ci faccia pensare…

Se è più d’uno allunghi pure.

È che ogni volta ne dico uno diverso e sembra che ne abbia fatti tanti.

Consiglierei di dirne solo uno e poi ricordarselo.

Non aver promosso per tempo una rigenerazione nella burocrazia comunale. Per cambiare bisogna avere uomini al fianco che abbiano i tuoi stessi tempi e la medesima passione.

Se Matteo domani le dicesse: facciamo un comizio insieme in piazza della Signoria lei sverrebbe subito o resisterebbe il tempo di trovare una sedia e adagiarsi affranto?

Renzi sarebbe il benvenuto.

E qui di nuovo siamo al violino: davvero vuole ritornare all’amato strumento?

Non ho problemi col mio lavoro di musicista.

In effetti lei un lavoro ce l’ha.

Lo vuol capire che mi sento libero da ogni tutoraggio?

Firenze non è più una città ma un luna park.

Vada a dirlo a chi campa di turismo, ai fiorentini che vivono affittando le case. Che poi bisogni custodirla, rispettarla, obbligare chi la visita a essere civile è un altro discorso.

Quanti soldi fa con la tassa di soggiorno?

35 milioni di euro l’anno.

Quando si dice la botte piena e la moglie ubriaca.

Buonasera.

Da: Il Fatto Quotidiano, 12 settembre 2018

Sesso, soldi e sangue. Delle tre esse che i maestri di giornalismo del Novecento indicavano come fattore propulsivo per ogni avventura editoriale, almeno due –sesso e soldi– sono le questioni che tengono inchiodata la Chiesa alla sua coscienza periclitante, alla verità ufficiale esausta e precaria, alla miseria di parte del suo clero, ai veleni dei suoi corvi.

Vito Mancuso è il teologo italiano che con più nettezza e severità osserva e indaga la realtà cattolica.

La salvezza della Chiesa passa dalle donne, dalla energia che esse custodiscono e non sono messe in condizione di liberare, e dall’abolizione del voto di castità, che oramai è insostenibile. Si pensava che Papa Francesco potesse salvare la Chiesa. Era attesa la palingenesi e grande fu l’ammirazione per il sovvertimento anche simbolico: anzitutto la scelta di chiamarsi Francesco, il rifiuto di indossare i paramenti papali, di dormire nel vistoso appartamento a lui destinato, di viaggiare nelle berline da capo di Stato. L’attesa si è gonfiata di speranza, la speranza è stavita poi dalla suggestione. Infine, il principio di realtà è prevalso.

Abbiamo lasciato Ratzinger con i corvi che volteggiavano, troviamo Bergoglio avvelenato dalle accuse di monsignor Viganò. Uno scandalo eterno.  

Eravamo abituati a un Papa che non aveva necessità di precisazioni, mezze ammissioni e mezze marce indietro. Ora, 5 anni dopo, l’effetto rinculo. Francesco non mostra più di avere la forza di liberare la Chiesa dal suo male: una gerarchia egocentrica e dalla potenza straripante, un clero che sta seppellendo la sua missione tra mille porcherie.

Il Papa non piace più?   Leggi tutto

L’Italia che scompare Alessandria del Carretto (Parco del Pollino) ha 450 abitanti. Se i figli non trovano posto, i genitori devono trasferirsi 

Se non apre la scuola, chiude il paese. L’insegnante c’è, l’edificio pure. Gli alunni ci sarebbero. Quel che manca è il codice meccanografico, il numero di serie attraverso il quale il sistema informatico del ministero riconosce un istituto scolastico, lo tiene in vita. Ad Alessandria del Carretto, il borgo più alto del Parco del Pollino, lungo il crinale montuoso da cui precipitano le acque del Raganello, il torrente che nei giorni scorsi ha inghiottito dieci escursionisti, la scuola media è finita al cimitero tre anni fa. E il suo codice eliminato. La scuola elementare aveva cessato di vivere già cinque anni fa, pace all’anima sua. E quella dell’infanzia, purtroppo, è sbarrata da un decennio.

“Che cosa rimane qui, il cimitero?”

In paese infatti si muore, non si nasce. Ogni anno perde venti abitanti, pur essendo uno dei borghi meglio tenuti d’Italia, classificato “borgo autentico”: la pietra è rimasta pietra, e ogni tegola, ogni porta, ogni anfratto è custodito dai 450 abitanti stanziali e amato dai suoi figli sparsi per il mondo che d’estate l’affollano.

Quest’anno però il miracolo: sono divenuti quattro i bimbi di tre anni. A quell’età negli altri luoghi d’Italia si accede alla scuola dell’infanzia. “Sono corso dalla dirigente scolastica, a Trebisacce, a implorarle di farci aprire la scuola. Senza di essa i genitori dei bimbi devono trasferirsi, perché la scuola più vicina è a 20 chilometri, che sarebbero nulla se ci fosse una strada. Ma abbiamo in dote poco più che una carrettiera, terra battuta, cemento consumato, buche a tratti, frane a tratti. Con le piogge la strada si inonda e si ammolla. A una frana si aggiunge l’altra e le riparazioni non seguono il corso logico delle cose ma la via gerarchica degli impegni: essendo noi pochi, poco valiamo. E aspettiamo che qualcuno si ricordi di noi. Col ghiaccio poi percorrerla si fa impresa ardita. Perciò se perdo la scuola perderò sia i bambini che i genitori, che troveranno conveniente trasferirsi. E uno di loro è gestore dell’unico bar e pizzeria, un altro è un imprenditore agricolo che dà lavoro a dieci famiglie. Cosa rimane qui, il cimitero?”. Vincenzo Gaudio, il sindaco elemosiniere, conta i danni: “Ho già perso il vigile urbano, poi la ragioniera, stavano per azzoppare l’ufficio postale, che vita è questa?”. Leggi tutto

I rapporti di forza nel governo gialloverde: “Il fascismo è l’autobiografia dell’Italia”
26/03/2015 Roma, trasmissione televisiva Otto e Mezzo, nella foto il filologo Luciano Canfora

“La novità, se possiamo definirla così, è che i Cinquestelle si stanno svergognando già sul breve periodo. Non era detto, ma è accaduto e questo a mio avviso è un bene”.

Di Luciano Canfora si ammira la spigolosa nettezza dei suoi giudizi, e un’analisi asciutta, attenta e spesso definitiva. “Non è preveggenza. Le previsioni hanno sempre un che di infondato. Mi sembra piuttosto che la caratteristica genetica del Movimento 5 Stelle, aver raccolto un consenso così largo anche nelle opzioni politiche, quel grande fritto misto di un po’ di destra, di sinistra e di centro, lo abbiano messo nella condizione di essere sussunti”.

Leghistizzati.

Il povero Roberto Fico avanza continuamente riserve. Ma le sue parole cadono nel disinteresse. Uno come lui, che è di sinistra, è stato messo nel ruolo politicamente inconsistente di presidente della Camera. Mentre Luigi Di Maio, che credo provenga dai commerci, detta la linea. Anzi, se la fa dettare.

È Salvini l’asso pigliatutto.

Le pulsioni di tipo fascistico erano chiare ed evidenti a tutti già prima. E nemmeno l’Italia è un caso isolato. La Francia, che ha conosciuto Vichy, ha leader di simile caratura, e anche in Germania idee di uguale tono sono vive. La questione, non totalmente nuova, è questo spirito da Cavalier servente del Di Maio.

Non sembra avere la personalità.

Dico proprio di no. E non so se a Casaleggio, che a quel che leggo è il proprietario del Movimento, questa personalità così modesta sarà gradita ancora per molto.

Siamo all’epurazione?

Non lo so proprio. Dico che i proprietari sono per natura capricciosi. E quando non hanno soddisfazione dai dipendenti, li cacciano.

Perché è così duro il suo giudizio sui Cinquestelle?

Perché fanno di tutto per meritarselo. Hanno goduto di un tale consenso, e tanti sono stati gli elettori che hanno riposto, attraverso il voto, fiducia in loro.

Fiducia in loro o piuttosto sfiducia negli altri?

Ambedue le cose. Gli altri, in questo caso la sinistra, nella fattispecie il Pd, non potrà far altro che arretrare. È un partito morto, se non rimuove la sua classe dirigente, quel cenacolo renziano, non ha alcuna speranza non solo di tornare al governo, ma di essere soggetto minimamente credibile.

I grillini sembrano aver consumato il vantaggio competitivo sul resto della classe politica.

Assolutamente sì. Intravedo in Luigi Di Maio l’ossessione della poltrona. La parte inferiore del suo corpo fa oramai tutt’uno con la seggiola ministeriale. E questa ossessione, unita alla incapacità di tracciare il solco di una linea politica autonoma e originale, offre la cifra di una debolezza così grande, ma così grande.

La Lega accentuerà i suoi caratteri di destra?

Noto che Salvini usa il meglio del vocabolario mussoliniano. Le frasi più espressive del ventennio sono nel suo cuor: ‘Molti nemici molto onore’, la prima. Oggi ho letto un’altra sua perla: ‘Mi prendo l’Italia’.

Lei pensa che Salvini abbia in mano l’Italia?

Devo ricordarle Giolitti? Il fascismo è l’autobiografia dell’Italia. E certamente oggi c’è un consenso elevato, un leader scaltro che conosce gli italiani. Con Bossi la Lega aveva un odore campagnolo, gregaria di Berlusconi. Con Salvini la storia si capovolge: Forza Italia è al lumicino e tenterà di intrufolarsi nella festa. Le farà compagnia Giorgia Meloni che perlomeno è fascista per davvero. Il colpo può riuscire.

Ma se i Cinquestelle sono già ammaccati, a sinistra regna il deserto.

Riporto qui un giudizio abbastanza definitivo di Guglielmo Epifani: Matteo Renzi non riuscirà mai più a far vincere il Partito democratico, ma certo è fondamentale per continuare a farlo perdere.

da: Il Fatto Quotidiano, 28 agosto 2018

Dopo una settimana trascorsa, purtroppo, a passare in rassegnanorme e cavilli, regole e eccezioni, il rispetto e l’oltraggio, la fine e il principio dello Stato di diritto, abbiamo finalmente la possibilità di occuparci dello Stato di rovescio. I fatti sono imparagonabili con la tragedia di Genova ma utili ugualmente a capire di che pasta è fatta l’Italia e, per proprietà transitiva, chi la abita.

Da aprile a maggio del 2011 i finanzieri indagano l’enorme emorragia di funzionari del comune di Reggio Calabria a metà mattinata. Un fuggi fuggi verso bar e boutique, strade e edicole, parchi e casali della bellissima città calabrese. Per un mese scattano foto, filmano, descrivono, accertano e infine denunciano gli impiegati facenti parte di quella classe di sfruttati che prende il nome di “furbetti del cartellino”. Diciassette in manette, settantotto a piede libero. Praticamente tutto il Municipio!

I fatti accertati e all’apparenza incontestabili devono però essere validati ed eventualmente sanzionati da un tribunale, perché siamo un Paese civile. Anzi: uno Stato di diritto.

Sicché due anni dopo, anno 2013, il Pubblico ministero chiede il rinvio a giudizio. Il tempo è danaro, ma anche la fatica è immensa, cosicché solo l’anno successivo, 4 dicembre 2014, si celebra l’udienza preliminare davanti al Gup e agli albori del quarto anno (marzo 2015) si firma il decreto che fissa il giudizio per i fatti e le indagini compiute nel 2011.

Il tempo è denaro, e l’abbiamo capito, ma purtroppo i tribunali sono intasati, la fatica resta immensa e un rinvio dopo l’altro sposta il giudizio al 2016, poi al 2017, infine a quest’anno.

In tempo forse per giungere, incrociando le dita, alla prescrizione. Cioè all’assoluzione.

da: ilfattoquotidiano.it

PIETRANGELO BUTTAFUOCO E ANTONELLO CAPORALE

Costruite e sarete felici! Gli arbusti edilizi di Catanzaro, le escrescenze cementizie, quelle tumefazioni dell’ambiente costringono la città a essere invasa dal brutto che a volte si fa orrido impellicciato di alluminio, a loro modo fondale della speranza e non della calunnia. Il regime calabrese, l’impotente monopolio degli spicciafaccende che hanno sgovernato, fossero di centrodestra o di centrosinistra, la Regione da quando è nata, ha convinto i suoi abitanti che un paradiso in terra anche per loro ci sarebbe stato, che comunque una pizzeria, un bar, un albergo o un negozietto segnasse la terra promessa.

La maleducazione al cemento, che trova in Catanzaro il suo capoluogo, è cosmesi che trucca le campagne e unisce le altre città. Il non finito, riduzione filosofica dell’incompiuto, è un tratto caratteristico che un fotografo e un filosofo, Angelo Maggio e Francesco Lesce, hanno illustrato con passione e competenza. “Il fabbricato non finito non è solo un elemento estetico che punteggia da cima a fondo il paesaggio calabro – spiega Lesce – ma costitutivo di uno stile di vita”.

Negli anni sessanta costruire è stato l’imperativo categorico della modernizzazione. Che significava collocare le proprie speranze nel futuro, era l’aspettativa del riscatto: “Il fabbricato non finito è un progetto che doveva realizzarsi e mai si è realizzato, è rimasto sospeso nel tempo, e ora è divenuto parte integrante del paesaggio”.

Badolato, Caulonia, Stilo, e prima il Crotonese, o Soverato se si è sullo Ionio e se ne discende da Catanzaro. Lamezia Terme se si guarda al Tirreno, la crosta cementizia delle cittadine di mare (i calabresi odiano la costa, sono gente di collina e di montagna, la cucina ne risente e il mare subisce l’inimicizia dei nativi).

Ad Angelo Maggio, il fotografo, la visione di mattoni a vista come fondale del Cristo di San Luca in Aspromonte lo convinse all’idea di realizzare un tour del non finito: rassegna visiva di costruzioni sospese, di vite affamate di speranza. Ricorda Angelo: “Andai a San Luca per mostrare ai residenti la mia foto con il Cristo e la costruzione di cemento dietro di lui e capire quale reazione producesse: quella foto piaceva tanto”.

L’industria del cemento ha avuto preminenza e sviluppo fino ai primi anni del nuovo secolo. Dopodiché la crisi e la povertà che ha generato, ha obbligato i calabresi al ritorno alla condizione di partenza: nuovamente e perdutamente emigranti. Restano dunque gli scheletri di ieri; oggi invece le nuove costruzioni sono fantasmagorici centri commerciali, spesso lavanderie perfette per la finanza creativa ed estorsiva della criminalità organizzata, realtà incoercibile e – a quanto pare – incontenibile.

Da: Il Fatto Quotidiano, 19 luglio 2018

PIETRANGELO BUTTAFUOCO E ANTONELLO CAPORALE

Mi chiamano il sindaco del vaffanculo perché non ho peli sulla lingua. Mando affanculo tutti quelli che vogliono bloccare, ostruire, trescare, sospendere. In Calabria chi può dire, come posso dire io, che con la politica non ho da spartire ricchezza. Non tocco un euro, non ho bisogno di niente. Tutti mi riconoscono l’onestà. E questo mi fa scavalcare le montagne”.

Sergio Abramo è il podestà di Catanzaro. Non solo imprenditore, non solo ricco, non solo spigoloso, polemista, ambizioso, affabulatore. Brevilineo, scatto nervoso e tenace, si è accasato nel municipio della città da circa un ventennio, con una parentesi fallimentare al consiglio regionale.

Mi chiamavano una volta al mese, mi pagavano per partecipare a una stupida riunione di una commissione consiliare. Una noia mortale. Avrei fatto bene il presidente, ma il centrodestra non mi ama, diffida di me. La politica è entrata nel mio corpo per la prima volta grazie a Massimo D’Alema, che mi fece sapere di vedermi bene alla guida della coalizione di centrosinistra. Non se ne fece nulla, passai dall’altra parte.

Lei è sindaco di Catanzaro. Più di una città sembra uno svincolo, infatuata dal cemento e conquistata dalla bruttezza.

Puoi fare quello che vuoi, puoi fantasticare con la mente, puoi faticare come un mulo, puoi attirare progetti, ma tutto quello sporco non se ne va più. È lì e lì resta.

Intanto dica basta al nuovo cemento.

Basta? Ho appena mandato affanculo quelli che mi proponevano di autorizzare una lottizzazione di quattrocento case nell’unica area ancora libera che dà sul mare. Come sa, Catanzaro è mare e montagna. Il suo cuore è quassù, dove fu eretta, mentre l’anima commerciale, se possiamo chiamarla così, si trova ai suoi piedi.

Dicono che lei sia un gran affabulatore, che converta in realtà la fantasia, la accusano di trasformare il falso in vero.

Ah sì? Quando sono arrivato qua (era il 1997, ndr), mi sono seduto su questa sedia, ho trovato solo macerie e debiti. Progetti appena abbozzati, lasciati incompiuti, pilastri di cemento armato a vista, lotti mai finiti. Se questa città ha un teatro funzionante, un centro espositivo, una pavimentazione adeguata nel centro storico, dei servizi essenziali dignitosi, una piscina, lo deve a me. Se questa città avrà un impianto di trattamento dei rifiuti che la farà star tranquilla per i prossimi 150 anni, una metropolitana leggera che legherà il territorio oggi sfaldato e boccheggiante, beh vuole che un po’di merito non me lo pigli?

Se lo prenda pure, senza strafare.

Strafare? Io invece strafaccio. Sto seduto su questa poltrona di sindaco dalle otto di mattino alle otto di sera, mi leggo tutto perché non ho fiducia in nessuno. Odio le camarille, odio i potenti, odio i fannulloni, odio chi pensa solo a se stesso. Catanzaro è popolata da uomini che hanno pensato solo al proprio portafogli.

Dopo San Vitaliano, il patrono, c’è Sant’Abramo, il super efficiente.

Santo non sono, efficiente sì.

Lei è buono, i cattivi sono gli altri.

Sono onesto e faccio di tutto per amministrare bene.

Odia la politica ma ne è coinvolto come nessuno. Vorrebbe fare il presidente della Regione?

Mi piace amministrare. Le sembra mai che la Calabria produca in loco beni che hanno solo il 13 per cento del valore del suo Pil? Le sembra mai possibile che non abbia produzioni, nemmeno quelle elementari, per far fronte alle proprie necessità? Le sembra possibile che ogni minchiata debba essere acquistata fuori? E le sembra possibile che noi dobbiamo essere ridotti in questo modo? I calabresi sfottuti ovunque.

Tanto il centrodestra non la candiderà in autunno per la sfida regionale…

Lo so che non mi vogliono, li farei filare. Ma diamo tempo al tempo.

Intanto a Catanzaro lei ancora deve finire i compiti. Ha fatto pace con l’imprenditore Noto, il più ricco della città.

È lui che ha fatto la guerra a me. Visto che l’ha persa, per rimettersi in gioco ha dovuto comprare la squadra di calcio. Ha fatto una buona cosa.

Sergio Abramo, il sindaco che manda tutti a quel paese.

Se non lavori, ti mando a quel paese sì. Se vuoi farmi fesso, ti caccio via. Perché, è sbagliato secondo lei?

Da: Il Fatto Quotidiano, 19 luglio 2018   

inviati a Catanzaro
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Quando alla tivù, nei quiz, domandano – “qual è il ponte a una sola arcata più grande d’Europa?” – ecco pronta la risposta esatta: Catanzaro.

È il Ponte Bisantis.

Eccolo, ha una sola arcata. È un braccio di calcestruzzo e asfalto che “dalle viscere della città agguanta la periferia”, spiega Angela Sposato, firma di Slow Food, studiosa di filosofia e instancabile agitatrice di idee in città. Capoluogo delle Calabrie dal 1971, messa in alto dove da ogni lato c’è un diverso paesaggio – il Golfo di Squillace di qua, il Tirreno di là e i boschi della Sila in elegante agguato –, Catanzaro è un po’ meglio di come la raccontano. Il Parco dell’Agraria, fiore all’occhiello di Michele Traversa – il presidente della fu Provincia – è così prodigo d’istallazioni d’arte contemporanea, di monumenti eccentrici e prati lindi da far dire, col viaggiatore più smaliziato, “c’è un Nord paradossale nel Sud, e quello è Catanzaro”.

E SOLO UN CATRICALÀ può ben dirlo. Antonio, appunto – già magistrato del Consiglio di Stato, presidente degli Aeroporti di Roma – campione di quel corpus burocratico qual è la sua città, Catanzaro, che tra le vene vive della sua più intima storia, chissà perché oltre a dare all’Italia il nome, dà anche i suoi burocrati migliori.

Tutto merito del Liceo Classico Galluppi.

E del Nord. È Norman Douglas che incontra “le foreste scandinave in Calabria” e Guido Piovene, raggiungendo Catanzaro, dove resta ammirato per la vivacità intellettuale e il gran numero di copie dei giornali vendute come in nessun’altra città al Sud, gode della visione del pino loricato abile a sopravvivere tra i dirupi impervi. Il solito Nord: “Una fantasia settentrionale eseguita con il rigoglio meridionale”. Accanto alla fabbrica dell’immaginario amministrativo, fornace che s’alimenta dalla classe impiegatizia e dai beni dei possidenti, l’altro istinto di città – per dirla con lo storico Piero Bevilacqua, debitore verso Francois Lenormant della definizione di “città vertiginosa” – è nell’edilizia predatoria.

L’ESCREMENTIZIO del cementizio segna lo skylinema – ahinoi – è come in tutto il Meridione.

Floriano Noto, il presidente del Catanzaro Calcio – l’Oscar Farinetti del Sud in un certo senso – non riesce a confermarne uno tra i calciatori venuti da Verona, perché quelli “al momento della firma sul contratto s’accompagnano con le mogli o le fidanzate e queste, magari perché non vedono un taxi o perché non trovano su Corso Mazzini bei negozi, fanno subito marameo”. Noto non sa nulla di pallone, che gli serve però a stabilizzare politicamente la sua figura di imprenditore in crisi di identità. Proprietario dei supermercati a marchio Sidis, quindi connesso al centrodestra, passa armi, bagagli e punti vendita (120 per 350 milioni di euro di fatturato) alle Coop, e tifa centrosinistra. Perde le elezioni e decide la ripartenza: c’è di meglio di una squadra di calcio? Leggi tutto

“Mi sento frullato, senza forze in una giornata senza tempo”. Alberto Barachini, stanco ma felice, era fino a qualche mese fa un giornalista Mediaset. Poi Berlusconi ha deciso di nominarlo senatore e i Cinquestelle, pur di non votare Maurizio Gasparri, hanno scelto di eleggere lui presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza.

Gasparri, io ancora non ci posso credere. Questo è uno sfregio alla sua storia, anche alla sua carriera. Sostengono un dipendente Mediaset pur di non farle aprir bocca sulla Rai.

Chi conosce il sottoscritto sa che è una personalità politica forte. Hanno invece optato per una figura debole. Tutto si tiene.

Barachini, immagino abbia chiarito subito con il suo amico Gasparri.

La prima cosa che ho fatto. Tenevo a dire a Maurizio la mia assoluta correttezza, e credo che possa testimoniarla. Ci mancherebbe anche questo, poi”.

Gasparri: Comunque io sono anche membro della Commissione di Vigilanza. E adesso verrà il bello.

Barachini: Io sono buono come il pane. Mi faccio concavo e convesso.

Gasparri: I Cinquestelle presto impareranno a conoscermi meglio, sapranno di che pasta sono fatto. Almeno un’ora al giorno, per tutta la legislatura, la dedicherò a loro.

Li attenzionerà, come scrivono nei verbali i militi dell’Arma, di cui è fan accanito.

Gasparri: Hanno tentato di giustificarsi dicendo che sarei in conflitto di interessi avendo firmato la legge sull’emittenza. Sono balle. Mi temono, ecco.

Sono questioni interne di Forza Italia, non mi va di mettere becco.

Barachini: La realtà a volte supera l’immaginazione. La politica sta vivendo un momento storico.

Gasparri: Credono che io dimentichi le cose. Da domani si riapre il dossier sulla colf di Fico, il presidente della Camera.

Barachini: Ho lavorato al Tg4, poi alle all news di Mediaset, infine al Tgcom. Mi ha voluto Berlusconi qui al Senato, dopo avermi messo al lavoro per seguire la comunicazione di Forza Italia e di curargli la campagna elettorale.

Gasparri: Comunque io sono presidente della Giunta per le elezioni. Mi hanno dato questa nomina un po’ come suggello della mia attività. Honoris causa, si potrebbe dire.

Barachini: Ho un buon carattere, rispondo col sorriso a tutti. Secondo me il sorriso è il più potente dei balsami. Fa campare meglio, fa vivere più a lungo e cambia il registro del confronto, anche il più duro e acceso.

Gasparri: Da parte mia nessuna rappresaglia, non ce n’è motivo. Solo che farò al meglio il mio mestiere di oppositore. Prendo semplicemente atto, conosco la politica e gli italiani conoscono la mia storia. La personalità ce l’ho, inutile girarci intorno.

Barachini: Non vorrei finire nel tritacarne, già so che questa intervista è ad alto rischio. Io chiedo: non abbiate pregiudizi. Ho garantito la mia imparzialità.

Gasparri: Una presidenza forte è molto meno disponibile al compromesso, molto più autorevole. Si vede che do fastidio.

Barachini: Milito nell’Azione cattolica, ho tre figli. Alla messa domenicale non manchiamo mai.

Gasparri: Voi del Fatto siete pericolosi, io con voi non dovrei parlare.

Barachini: Voi del Fatto siete pericolosi, lo dico con simpatia. Per favore trattatemi con equità, senza pregiudizio. Ho un buon carattere ma non significa che non ho carattere.

Gasparri: Sono vaccinato, ormai non me la prendo. Ma mi toglierò lo sfizio di documentarmi sul mondo a Cinquestelle e non mancherò di segnalare, come del resto è mio dovere.

Barachini: Mi sono dimesso da Mediaset, sarò aperto al confronto e utilizzerò il mio ruolo di garanzia.

Gasparri: Farò sia il presidente della Giunta che il membro della Vigilanza. Perché, ha qualche problema?

Barachini: Effettivamente, sento molto questa responsabilità.

Gasparri: Ogni cosa a suo tempo. Garantito.

Da: Il Fatto Quotidiano, 19 luglio 2018