Siccità, l’acqua non c’è più ma la politica non ne parla

Provate a non bere. Solo per mezza giornata. O provate a non lavarvi per due giorni interi. Questo inverno ha piovuto la metà di quel che attendevamo e se tutto dovesse andare per il verso sbagliato l’emergenza siccità inizierà molto prima dell’estate. A Palermo già hanno iniziato a prevedere il razionamento. L’acqua è l’oro blu. L’acqua è la nostra vita. E’ come l’aria. Dovremmo riparare in fretta la nostra rete idrica che è un colabrodo, e costruire invasi per non disperdere quel po’ di pioggia che cade, e imparare a consumare meglio, a ridurre ogni spreco.

L’acqua sarebbe il tema politico per eccellenza. La questione aperta che divide il sud dal nord del mondo, l’elemento naturale della vita che porta ricchezza o conduce alla povertà. Avete sentito in tutti questi giorni non una soluzione possibile, ma una sillaba, una parola, un soffio di attenzione sul problema più grande della nostra civiltà dai partiti che si contendono il governo del Paese?

da: ilfattoquotidiano.it

Italo e Alitalia, trova le differenze

Italo è una gran bella storia di successo. Un gruppo di imprenditori ha scelto di investire nel trasporto ferroviario, grazie alla legge che toglieva al soggetto pubblico il monopolio, e in quattro anni di attività hanno fatto bingo. Ogni euro speso è rientrato e altri nove euro si sono aggiunti come premio. Due miliardi e 500 milioni il prezzo pagato da un fondo di investimenti americano. Sono i soldi del successo, il premio a chi vede lontano e rischia di suo.

Un altro gruppo di imprenditori ha scelto di investire sul trasporto aereo acquistando Alitalia. L’affare si è rivelato poco petaloso. I debiti sono cresciuti, le tratte sono diminuite, i conti sono saltati per aria. Cosicché gli imprenditori hanno salutato i dipendenti, lasciati all’imbarco, e se la sono data a gambe. Il governo sta provvedendo alla vendita, non prima di aver sganciato 600 milioni di euro, detti elegantemente prestito ponte, somma che poi è salita a 900 milioni di euro.

Morale: se l’affare è buono, l’imprenditore raccoglie i frutti e non divide il bottino con nessuno. Quando l’affare si rivela cattivo, un colpo di tosse, un passo di lato, e Dio provvede. Poi chiamalo capitalismo.

da: ilfattoquotidiano.it

La petizione, nuova forma di petulanza online

Sempre più spesso ci capita di essere coinvolti in una qualche petizione. E’ uno strumento utile e civile che con la digitalizzazione si va facendo sempre più frequente grazie a una piattaforma, Change.org, che raccoglie e organizza la raccolta di firme. E così, dopo essermi ritrovato destinatario di una richiesta di petizione per la fine della guerra in Congo, la libertà alle donne saudite, l’obbligo per le aziende di ridurre gli scarichi inquinanti, eccetera eccetera, mi è giunta quella di invitare Asia Argento a non ipotecare casa a Morgan, il suo ex marito che è indietro con gli obblighi di mantenimento della loro bambina. La casa no, Morgan ha difficoltà finanziarie e un tetto bisogna pur lasciarglielo altrimenti rischia di finire per strada e, preso dalla disperazione, anche di suicidarsi. Nella petizione infatti si fa pure riferimento a una legge recente, la cosiddetta “salva suicidi” che aiuta le persone in crisi.

Domanda: non sarebbe il caso di lasciare a tutti i Morgan viventi la scelta di decidere sul rispetto dei loro impegni, che tra parentesi saranno pure cavoli loro, e noi invece, sempre tra parentesi, dedicarci a quelli nostri che pure sono faticosi? Come per i farmaci, anche le petizioni hanno infatti effetti collaterali. In questo caso il famoso “ma i cavoli tuoi quando te li fai?” calza a pennello. Pensare di più, almeno tre volte al giorno, preferibilmente passeggiando e senza il contapassi del telefonino in mano.

da: ilfattoquotidiano.it

L’erba uguale per tutti

L’erba dev’essere uguale per tutti. Mediapro, la concessionaria dei diritti televisivi del calcio, ha una sua strategia per farci divertire come non mai e ha iniziato a porre le sue condizioni. Basta con il famoso detto: “L’erba del vicino è sempre più verde”. Il colore del prato, il verde, dev’essere della medesima intensità in tutti i campi di calcio. Basta col verde muschio, il verde pisello, il verde acquerello, il verde svogliato. Dev’esser verde prato per tutti. Stessa tonalità. E i fili d’erba dovranno avere la stessa altezza, si giochi a San Siro o a Palermo.

Per farci sentire ancora più coinvolti, noi telespettatori che abbiamo acquistato il pacchetto televisivo “più calcio più felicità”, non dobbiamo desolarci nel vedere tutto quell’orribile vuoto nelle tribune, sinonimo di disinteresse e pigrizia sociale. Mediapro prevede che tutti gli spazi inquadrati debbano essere occupati da tifosi, o in mancanza da figuranti o, in ulteriore assenza, da soggetti coscritti. Così, e non lo sapevamo, già fanno pure in Spagna e con ottimi risultati. Guardare la partita a spalti televisivamente pieni, con urla in play back, è molto più avvincente per lo spettatore casalingo. Mediapro infine, nel prontuario che ha messo a punto per far divenire la serie A famosa e bella come la Premier League inglese, chiede che i led che illuminano i tabelloni pubblicitari abbiano lo stesso colore. Pasta De Cecco o gomme Michelin ma nella tonalità giusta per dare uniformità visiva al messaggio.

Sono pochi obiettivi, ma chiari. Non è comunque specificato se l’erba, di identica tonalità e medesima lunghezza, possa poi venire calpestata dai calciatori. In ogni caso, per evitare fraintendimenti e nel caso il campo da calcio non fosse calpestabile per non rovinare la ricrescita dell’erba, ci sarà lo speaker suggeritore che utilizzerà l’Inno alla gioia come base e l’incitamento pre registrato che Fiorello ha appena portato al festival di Sanremo: “Su le mani! Giù le mani!”. Noi da casa potremo esultare seguendo il ritmo.

da: ilfattoquotidiano.it

I piedi al posto della testa, la logica inversa

Lasciamo cascare dalla tavola 1,3 miliardi di tonnellate di cibo acquistato, magari anche cotto ma non consumato. Grazie ai soldi spesi, alcuni miliardi di euro, trasferiamo il cibo che abbiamo comprato nella busta dei rifiuti. Spenderemo un altro pacco di soldi per portarli al termovalorizzatore. Che brucia ma inquina. Per difenderci dall’inquinamento prodotto dai gas derivati dalla bruciatura del cibo che abbiamo acquistato, forse anche preparato ma non consumato, dovremo investire un altro bel po’ di pacchi di euro.

Usando i piedi al posto della testa possiamo allargare il perimetro del nostro pensiero: se c’è più mafia o anche solo criminalità comune, ci saranno più occupati nelle forze dell’ordine, e quindi più sicurezza.

La logica non fa una piega.

Finora nessuno ha detto che non siamo noi ad essere razzisti ma loro a essere neri. Ma non c’è da disperare.

da: ilfattoquotidiano.it

Macerata e la paura della paura

La mia paura è giungere – per paura – al punto in cui è precipitato quel cittadino bianco di Macerata, il luogo del raid razzista, che a Goffredo Buccini del Corriere della Sera ha dichiarato: “Non si spara così, poteva piglia’ qualcuno”.

L’abisso dei sentimenti si raggiunge in un tempo più breve di quanto possiamo prevedere o augurarci. E’ spinto dall’ignoranza che genera la paura, dalle parole che producono ignoranza e dalle decisioni pubbliche che investono sull’ignoranza e sulla paura per profittarne.

Si fa profitto se la grande migrazione, a sua volta figlia della paura (della guerra, della fame, della violenza), invece che essere accompagnata da azioni positive è lasciata molto spesso nelle mani di organizzazioni ugualmente illegali perché il destino degli ospiti (39 euro al giorno) non è controllato, governato, gestito. Lasciarli bivaccare per strada o accompagnarli nell’impegno di un qualche servizio sociale, non è un obbligo né un obiettivo. Come non lo è trasmettere il sapere, che non è solo la conoscenza della lingua italiana ma anche l’alfabetizzazione sui diritti e sui doveri. Il fatturato si espande quando questa gente, più esposta a ogni tipo di richiesta anche illecita, viene lasciata senza alcun controllo e la sanzione della legge verso chi delinque si assottiglia fino a divenire invisibile.

Coloro che legiferano, organizzano e dispongono riutilizzano le loro inadempienze a fini elettorali. La destra, per esempio, ha governato almeno la metà nell’ultimo ventennio, e sulla paura, che ha prodotto ha poi fatto profitto elettorale.

Essendo la paura contagiosa, più paura significa più voti. Il contagio è come un chicco di grano. Il seme va in terra e poi si fa spiga.

Dobbiamo avere paura della nostra paura, perché l’abisso razzista è a un passo da tutti noi.

da: ilfattoquotidiano.it

Trova le risposte

A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca? domandava don Lorenzo Milani.

Domanda porta domanda.

“A che serve essere Vittorio Sgarbi se poi finisci come Vittorio Sgarbi a pietire posti in lista, assessorati ovunque e divenire un questuante politico petulante e ossessivo?”.

“A che serve essere Carlo Cracco e poi fare la pubblicità alle patatine Pai?”

“A che serve fare il prete e poi chiudere la chiesa alle 13, come don Michele Babuin, parroco della Santa Maria della Pace a Torino, “perché qui rubano anche le candele”?”

“A che serve essere Padre Pio e poi ricevere la visita di ringraziamento di Clemente Mastella perché sua moglie Sandra Lonardo è stata ricandidata in Forza Italia?”.

Allungate a vostro piacimento la lista delle domande.

Se non ve la sentite, provate con le risposte.

da: ilfattoquotidiano.it

Homo homini Lupi, la legge spiegata a chi l’ha scritta

C’è sempre bisogno di spiegare la legge, soprattutto a chi la scrive. Pensate a come deve sentirsi oggi l’onorevole Maurizio Lupi, il cui entusiasmo nel ritrovare l’indirizzo di Berlusconi, per sbaglio dimenticato in un cassetto del ministero delle Infrastrutture al tempo del suo governo con Renzi, è stato davvero fuori dal comune. Lupi oggi è un cencio,  sconvolto da un adempimento di una norma della legge elettorale, il Rosatellum, a cui lui stesso aveva fattivamente contribuito, che lo mette momentaneamente fuori dalla campagna elettorale.

Diciassette candidati lombardi cassati da un giudice perché non hanno rispettato le regole sull’apparentamento. “Abbiamo anche chiesto agli uffici del ministero dell’Interno preventivamente cosa fare”, ha detto parecchio incavolato. La cocente amarezza di Lupi, a cui auguriamo ogni fortuna, deve aprire finalmente uno squarcio di verità sul diritto e sul rovescio. Per esempio: siamo così sicuri che il Jobs act abolisca l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori? Potrebbe darsi bene che lo stesso Lupi, o magari un suo collega legislatore, dichiari di non ricordare. E se il legislatore non sa o non ricorda, la legge resta valida o si prosegue in deroga?

Badate che non è la prima volta che accade il qui pro quo: ai tempi del suo primo ministero il leghista e statista Bobo Maroni confessò di aver approvato nel consiglio dei ministri una legge contro i magistrati a sua totale insaputa. Nel senso che aveva letto e non aveva capito. E se Maroni, che è un’aquila, non capì allora, perché pretendiamo che Lupi capisca adesso che diavolo ha combinato col Rosatellum? E se Lupi, che pure è di pronta intelligenza, non domina quel che è nel suo talento, perché far credere a Renzi e a tutti gli altri che questa legge elettorale ci porterà all’inciucio? Per caso c’è scritto inciucio? E come dar torto, volendo spaccare il capello in quattro, ai volenterosi giovani, alcuni fascisti anche embè? e un po’ razzisti, embè? di CasaPound, che la Costituzione condanna sia il fascismo che il razzismo? A parte che i Costituenti sono tutti o quasi scomparsi e pace all’anima loro. C’è per caso un ufficio del ministero dell’Interno che spiega la Costituzione a Casa Pound? E c’è un ufficio che spiega al candidato Paolo Siani, fratello dell’indimenticato Giancarlo, vittima della camorra, che gli “impresentabili” contro cui giustamente s’accanisce sono collegati al suo nome, nella stessa lista di cui egli fa parte, nella stessa città dove egli abita?

La legge, prima di interpretarla, andrebbe spiegata innanzitutto a chi l’ha scritta.

da: ilfattoquotidiano.it

Alessia, la candidata e la querelle sul suffisso: staffista, stagista, sciampista?

La signorina Alessia D’Alessandro vive a Berlino ma è di Agropoli, provincia di Salerno, e si candida con i Cinquestelle nel collegio uninominale del Cilento. Ha ventotto anni, un’ottima laurea e un master, conosce le lingue, lavora in un ufficio studi collegato alla Cdu, il partito di Angela Merkel. Al Movimento, sempre in debito di competenze alte, non è parso vero di lavorare con la fantasia e portarla di peso nell’ufficio della Merkel. Così Alessia è divenuta “staffista” della Cancelliera, cioè figurativamente membro dello staff . Quelli del Pd, ugualmente in debito di competenze alte per il fatto che il candidato designato nel collegio è Franco Alfieri, noto alle cronache per essere il re delle fritture di pesce (fritturista?) si sono rasserenati quando hanno saputo che la D’Alessandro più che un’economista è un’addetta al marketing, quindi non staffista ma forse addirittura stagista.

Nel prosieguo dell’esame della biografia della candidata c’è stato pure chi s’è chiesto – forse perché un competitor milanese del centrosinistra, Mattia Mor, è stato tronista: e se fosse solo una sciampista?

Della vicenda l’unico che ne esce bene è il suffisso: statista, stagista, sciampista, tronista, forse elettricista, ferrista, schiavista, razzista o anche dentista. Il resto della questione (è per caso comunista, socialista, centrista, fascista, populista, qualunquista?) è noia.

da: ilfattoquotidiano.it

Potere al popolo e alla suola della scarpa

Trova le differenze. Quali sono, per esempio, quelle tra Potere al popolo ed Emma Bonino? Facile: i primi sono rivoluzionari e di sinistra, la seconda è leader di un movimento radicale e liberale. I primi non si sono coalizzati, la seconda invece ha scelto di allearsi col Pd. I primi sono quasi sconosciuti, senza radicamento sociale se non in alcuni settori, modesti, della società; la seconda è tra i volti più popolari d’Italia, apprezzata per le sue battaglie civili e politiche. Non parliamo poi delle differenze dei nostri concittadini militanti comunisti con Beatrice Lorenzin, ministra della Salute e condottiera del Fiore petaloso, il simbolo di Civica Popolare, il nuovo raggruppamento, moderato ed equilibrato che tiene legato ai valori centristi il carro del Pd. Inutile poi illustrare quelle tra i compagni rivoluzionari e Denis Verdini, leader di Ala, o Roberto Formigoni e Maurizio Lupi, di Alternativa Popolare, eccetera eccetera.

L’ultima delle differenze che separa Potere al popolo con tutti gli altri candidati è però la più rilevante: i primi hanno raccolto le firme per presentare la propria lista e gli altri no. “Un numero mostruoso” disse la Bonino denunciando l’inghippo antidemocratico che avrebbe costretto lei a non essere presente sulla scheda elettorale. “Addirittura ora servono il doppio delle firme rispetto alle scorse elezioni, fissate a 25mila”. Fu scandalo nazionale e grazie alla generosità di Bruno Tabacci, democristiano altruista e detentore di un simbolo in Parlamento che lo autorizzava all’esenzione della raccolta, la nostra eccellente, popolarissima Emma, e con lei esponenti di ogni altra risma politica, sono oggi presenti sulle schede elettorali al pari di Potere al popolo che ha dovuto trovare 52mila sottoscrittori, e autenticare con un notaio, collegio per collegio, l’identità di ciascuno di essi.

Potere al popolo è riuscito dunque dove altri non hanno nemmeno immaginato di tentare.

In questa orrida democrazia del clic rendiamo onore al potere della passione, della militanza, della suola della scarpa.

da: ilfattoquotidiano.it