B&B, case vacanza, cliniche, ostelli, scuole. Un patrimonio edilizio che fa della Chiesa di Roma la titolare di una rendita fondiaria immensa alla quale, non si è mai saputo in ragione di cosa, è stata concesso un condono perpetuo. Non ha mai pagato infatti l’Ici sui suoi immobili.

La Chiesa cattolica invece mostra da sempre un attivo interesse per patrimonializzare i suoi beni, agendo sul mercato al pari di altre aziende private. Mette a reddito tutto ciò che può. Finanche la facciata della Scala santa, luogo di pellegrinaggio e di culto, è coperta da un enorme fascio pubblicitario. Paghi, e nel nome del Padre avrai il tuo spot.

Finalmente la Corte di giustizia europea ha dichiarato illegale l’ingiustizia italiana, il principio di diversità secondo il quale c’è chi deve e c’è chi no. I primi calcoli dicono che l’arretrato ammonterebbe a qualche miliardo di euro, addirittura cinque si stima. Sarebbe cosa e buona e giusta se quei soldi, per esempio, potessero venire spesi per difendere la terra, i boschi, le case dalla natura che si è fatta incontinente.

Nel nome di Francesco, che è da sempre il suo Santo venerato protettore, e ora anche il suo Papa.

da: ilfattoquotidiano.it

Ci sarebbe bisogno di milioni di opere piccole e anche piccolissime e invece la nostra attenzione è sempre e solo concentrata sui miliardi di euro che servono per le grandi opere. E poi dividerci, mentre i miliardi vengono spesi, sulle scelte compiute, sull’utilità di esse.

Cosa ne è del Mose, per esempio, nessuno lo sa. Avrebbe dovuto difendere Venezia dall’acqua alta, e aspettiamo, dopo che qualche miliarduccio è stato speso, di vederlo completato e di capire se sia servito oppure no.

Sapremo domani forse. Per oggi possono bastarci le polemiche sul Tap. Si deve fare! Ecco l’esercito dei Sì che si confronta con quello del No. Che quel No fosse non tanto sull’opera, il gasdotto transnazionale, ma sul luogo in cui debba sbucare è questione che non ci riguarda. Banalmente: sarebbe stato possibile far adagiare il grande tubo in un’area già sottratta all’ambiente, già posseduta dal cemento? Cosa mai sarebbe accaduto se il grande tubo fosse sbucato qualche decina di chilometri più a nord, in prossimità delle aree industriali inquinate e dismesse del brindisino? Sarebbe stata quell’opera anche motivo per bonificare terreni che invece saranno lasciare al loro destino, ai loro veleni.

Le idee muovono le passioni, ma l’ideologismo le ammazza, ci fa vivere sempre dietro una barricata. Decine di studi dimostrano che il Tav è costoso, sovradimensionato, al di sotto dei parametri minimi che assicurano al costo dei benefici corrispondenti. Perché non accettare la logica e comprendere, finché si fa in tempo, che quei soldi possono divenire più utili, maggiormente profittevoli per la collettività, se si investissero altrove?

Avremmo bisogno di una legge che ci obbligasse al consumo zero del suolo. Dovremmo dire: basta così. Ogni energia dovrebbe andare a mantenere ciò che è stato costruito, difendere i beni che sono esposti agli attacchi oramai virulenti della natura. Avremmo bisogno di un piano straordinario di manutenzione straordinaria del Paese. Che sarebbe anche un modo per dare un reddito a chi ne è privo, e cittadinanza a chi – senza lavoro – ha perduto la sua dignità.

Tenere in piedi l’Italia prima che ci caschi in testa. Questa dovrebbe essere l’urgenza.

E invece: si Tap, no Tap, si Tav, no Tav…

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È ancora il Giro d’Italia oppure è divenuto il Giro della Padania? Gli organizzatori hanno infatti deciso di far piegare il manubrio ai ciclisti, in occasione della 102esima edizione (l’11 maggio prossimo avrà inizio) appena dopo aver toccato San Giovanni Rotondo, forse per la rituale benedizione di Padre Pio. Più a sud del nord della Puglia non si arriva. Ed è vero che le Alpi sono dall’altra parte, e che il Mortirolo, il Gavia, il Ghisallo si trovano lassù, e che le risalite, dopo le discese ardite, sono il cuore della corsa, però l’Italia è un po’ più lunga di quella disegnata. E’ vero anche che il Nord è più ricco e chi vuole ospitare una tappa deve sganciare quattrini, ed è vero che Rcs, storica organizzatrice del giro, aveva offerto a Matera la possibilità di inaugurare la corsa al costo di 500mila euro, ed è vero che Matera ha rifiutato dichiarandosi con le tasche vuote. Ed è infine vero che, secondo un recente studio degli uffici di analisi economica del Senato, il Mezzogiorno resta l’area più vasta, spopolata e arretrata d’Europa, ed è vero che le sue strade sono piene di buche, infragilite da continue frane, ingobbite dai dossi. Però, secondo la vecchia cartina geografica in nostro possesso, l’Italia finisce in Sicilia non a Terracina, com’è stato invece deciso.

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La tempesta di vento e di mare che ha distrutto le imbarcazioni deluxe di Portofino e ha travolto persino “Suegno”, 37 metri di leggendaria ricchezza sfornati dai cantieri Ferretti per far godere a Pier Silvio Berlusconi il piacere dei piaceri, purtroppo non strazia il cuore come dovrebbe. E sapere Pier Silvio vittima delle piogge torrenziali e isolato nel suo castello insieme alla di lui compagna, dà conforto all’idea che per un ricco anche la tragedia ha un tono minore, perché il dramma si rimpicciolisce e rientra in quelle scocciature che al resto dell’umanità toccano anche quando una pioggerella infastidisce i tetti e fa capolino nel tinello.

Lo yacht Suegno è purtroppo finito sugli scogli ma siamo sicuri che sarà una gran perdita soprattutto per l’assicurazione. Certo, Pier Silvio sarà addolorato ma le sue lacrime, come cantavano Jannacci, Cochi e Renato in “Ho visto un re”, le avrà già versate in un calice di vino in una delle sale da pranzo del castello dov’era momentaneamente riparato.

Non è infatti tanto vero che una tempesta è uguale per tutti, e che un terremoto fa danni ovunque. E’ sicuro che l’acqua arrivi prima in cantina che all’ultimo piano, come è certo che un terremoto faccia più danni a una casetta malmessa che a una costruzione antisismica.

Sarà invidia, ma il ricco con i soldi ha più armi per difendersi dalle calamità e anche dagli accidenti della vita, più possibilità di farsi curare bene e vivere più a lungo, grazie a medici di gran nome che in genere non visitano gratis, e cliniche di gran pregio dove in genere non si opera gratis e il ricco, infine, ha anche a suo vantaggio il tempo da dedicare al fitness, alla dieta, ai massaggi d’acqua dolce, alle docce multi-cromatiche, ai bagni nelle grotte di sale e a tutto il resto delle creme, delle alghe e dei fanghi dedicate al ceto d’altura.

Perciò persino la natura, nella sua versione matrigna, ha qualche problema ad usare la livella. Ma quando accade, allora sì che l’evento si fa straordinario.

da: ilfattoquotidiano.it

I colleghi che assumeranno le direzioni dei telegiornali sono stati scelti dall’amministratore delegato della Rai. Tra di essi ci sono figure con curriculum impeccabili, penso a quello di Giuseppina Paterniti, indicata alla guida del Tg3.

La questione qui e adesso è se i nomi sono il frutto della testa di Fabrizio Salini, il dirigente a cui i partiti hanno dato potere di scelta e indicazione, oppure sono l’esito di un accordo separato tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Propendiamo per questa seconda ipotesi.

La questione è la solita ed è anche piuttosto banale: la Rai è di proprietà pubblica, le sue azioni sono detenute dal ministero dell’Economia e le sue scelte sono determinate dalla maggioranza di governo.

Ma se si sceglie una persona e gli si affida ogni potere, perché, un minuto dopo, quel potere viene revocato?

Se Di Maio e Salvini hanno ritenuto che il nuovo amministratore delegato fosse una persona degnissima e con ogni competenza, perché poi lo hanno trasformato in un messo notificatore?

Perché Salini non è degno più? Impossibile. Perché non si fidano più di lui? Escluso.

Forse perché il potere ritiene che informare faccia da sempre un po’ rima con manipolare. E dunque, quando ci sono di mezzo i telegiornali, meglio andarci cauti: vuoi vedere che qualcuno scambia la competenza con l’autonomia e poi scodella la notizia nuda e cruda?

La notizia ha bisogno di essere vestita. Più bravo è il sarto a cucirla più la news sarà digeribile e gustosa.

Gnam gnam, evviva il cambiamento.

Da: ilfattoquotidiano.it

“Sento che per me è il momento di provare qualcosa di nuovo”. E’ il lascito morale di Marzia Bisognin, 26 anni di Arzignano(Vicenza) prima di suicidare il suo canale YouTube (beauty e design) con 6,7 milioni di seguaci e un fatturato di tutto rispetto. Marzia, per i suoi sostenitori CutiePieMarzia (dolcissima Marzia), sceglie tra la bolla di internet e la vita, quest’ultima. Vuole appunto provare qualcosa di nuovo: cioè vivere.

La vita, con le sue tristezze, la noia e persino i dolori, fa dunque capolino persino in chi senza la vita, cioè navigando in una bolla dorata, ha fatto soldi e tanti altri ne potrebbe fare perché il talento di youtuber certo non le manca. E’ un talento misterioso, sconosciuto ai più, che non evoca competenze al tempo in cui queste ultime non sembrano più necessarie finanche per governare un Paese, figurarsi per un canale web.

Adesso Marzia, che ha un fidanzato ben più rilevante di lei (PewDiePie, un mostro da 67 milioni di iscritti), vuole conoscere cos’è la vita, capire che si fa al mattino dopo il caffellatte, come si impegna la giornata, se è necessario un lavoro per campare, e se sì quale? per una ex youtuber di successo. Ha tanto parlato di design. Venderà mobili? Farà l’arredatrice d’interni? O è troppo sciocca, umiliante questa professione? E, lei che ne sa tanto di beauty, aprirà un centro di bellezza, o è troppo commerciale, perfino insultante?

Su YouTube si fanno soldi, per chi possiede quel talento misterioso, sconosciuto alla moltitudine dei poveri cristi: è il frutto di una alchimia che non ha brevetto. Si cuciono parole, a volte si scuciono e si ha un gran successo con poco, si guadagna dicendo persino fregnacce o facendo atti altrove registrati come idioti.

La vita è un po’ più severa di internet, per sfortuna. E chiede quella fastidiosa prova: ma tu, in effetti cosa sai fare?

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In Sicilia la Lega ha quadruplicato gli iscritti, ora sono quattromila e c’è convinto ottimismo che il numero degli aderenti al partito di Matteo Salvini aumenterà. In Lombardia la Lega è al governo da anni e il presidente della Regione Attilio Fontana, indicato da Salvini a succedere a Bobo Maroni, ha appena inoltrato al governo le richieste scaturite dall’esito del referendum per l’aumento dell’autonomia regionale. La prima delle richieste è quella di eliminare i vincoli che tengono ferme le piante organiche negli ospedali. “È una nostra eccellenza – ha detto – e c’è sempre maggiore richiesta di servizi soprattutto da chi viene fuori dalla Lombardia”.

Giustamente il presidente lombardo si preoccupa anche dei siciliani che vanno a farsi curare a Milano e chiede più medici e più infermieri, più risorse, più posti letto, più attrezzature. Ma per Milano, non per Palermo. Però – va dato atto – sempre e comunque prima gli italiani.

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“Tra i due c’è un feeling inspiegabile. Si vedono, si sentono, si scambiano consigli”. I due sarebbero, secondo una ricostruzione del Corriere, Matteo Renzi e Matteo Salvini. Il primo Matteo, quello che attendeva il governo gialloverde con i pop corn in mano, seduto sul divano a gustarsi lo sfacelo, chiederebbe al secondo Matteo “di mantenere uno stato di fibrillazione costante” in modo che il governo stia sempre sul filo, la contesa perpetua eroda consensi ai Cinquestelle e permetta al Pd di ritrovare i voti perduti, e alla Lega di guadagnarli a spese grilline nelle aree del Meridione.

La ricostruzione sembra fantastica, eppure chi di voi avrebbe mai immaginato che Renzi, dopo aver promosso il referendum costituzionale per l’abolizione del Senato si sarebbe fatto eleggere senatore? Era lui che aveva promesso in caso di sconfitta elettorale, di farsi da parte, vero? E chi, dopo la batosta, avrebbe mai potuto pensare che la Leopolda sarebbe ritornata uguale a prima, come se nulla fosse accaduto? E infine chi avrebbe mai immaginato che l’ex segretario, dopo aver prodotto la più grave emorragia elettorale nella breve storia di questo partito, ambisse non solo a decidere il nome del successore, ma anche a fissare la data del congresso? I fatti sono andati oltre la fantasia. E allora perché dovremmo ora stupirci se i due Matteo, la cui carriera è iniziata nel ring televisivo dei giochi a premi di Mediaset, “si vedono, si telefonano, si scambiano consigli?”. Chi si somiglia, alla fine si piglia.

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Stato di diritto o Stato di rovescio? Condono o fedeltà fiscale? Aiuti ai poveri o anche ai ricchi? Tutti uguali davanti alla legge o anche no? Angustiato dal sopruso che la realtà gli stava ponendo proditoriamente davanti agli occhi, ieri il parlamentare europeo dei Cinquestelle Ignazio Corrao è corso ai ripari. E con un tweet è sbottato: “Da siciliano mi sento enormemente offeso da un titolo del genere. Che squallore i media italiani. Vergogna”. Corrao si riferiva al titolo de “L’Aria che tira” di Myrta Merlino. Era questo: “Condono e reddito, la Sicilia brinda al governo”.

Corrao non capiva perché i siciliani dovessero brindare, oltre al reddito di cittadinanza, anche al condono, se nel contratto di governo con la Lega il condono non c’è. E perché la Merlino avesse fatto capire agli incolpevoli telespettatori che il governo aveva approvato una misura tipica della sanatoria fiscale: un condono che azzera, nei limiti previsti dal provvedimento, le sanzioni, ed estingue i possibili rilievi giudiziari ad esse riferibili. Anche questo nel contratto di governo non c’era. Leggi tutto

Presa diretta ha sfornato lunedì sera una puntata capolavoro: cosa accade al nostro cervello, alla nostra intelligenza, al senso del nostro equilibrio nel tempo della connessione perpetua, dell’iperconnessione da smartphone.

I colleghi di Presa diretta potevano anche sottoporre a noi telespettatori tre casi tipici di personalità ridotte in schiavitù dalla iperconnessione e avremmo capito i rischi che tutti noi corriamo. Potevano per esempio farci vedere com’è ridotta la vita di Carlo Calenda, ex ministro dello Sviluppo economico, in ragione del ticchettìo compulsivo con il quale sostiene le sue opinioni ogni santo giorno. Per tenere testa a twitter ha bisogno di avere un pensiero originale all’ora. Dodici ore di attività, dodici pensieri unici e geniali. Il genio, capita l’antifona, se l’è data a gambe. E ha lasciato in braghe di tela Calenda.

Di Matteo Salvini cosa altro aggiungere? Degradando sempre più nella confidenza esistenziale, temiamo il giorno in cui, dopo averci spiegato il mondo che verrà grazie a lui, chiederà a noi – senza nemmeno concederci un minuto per riflettere – un parere sui calzini da indossare. Saremo in grado?

Ma più preoccupante ancora, perché imprevisto, è ciò che è accaduto a Carlo Cottarelli. Fino a qualche mese fa conosciuto come l’algido funzionario del Fondo monetario, il tagliatore di costi e di teste, l’uomo della spending review, in poche settimane è stato fagocitato da twitter (una manina sconosciuta gli avrà messo l’app sul suo display) e da allora è un altro. Ieri, purtroppo, ha consegnato a tutti la prova che lo smartphone fa male anche ai migliori. Ha scritto: “Superati i 50k followers! Grazie a tutti! Ormai più che riempiamo lo Juventus Stadium. Il prossimo obiettivo è l’Olimpico di Roma, poi San Siro”. E’ successo davvero, ha scritto proprio così. E lui era Cottarelli.

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