Che cosa resta della Calabria senza Riace? Cosa di positivo di quella regione in questi anni si è conosciuto nel mondo se non il modello di accoglienza proposto dal sindaco di quel comune? E perché, quali sono i motivi che hanno portato a questo giudizio unanime? Tutti tifosi per partito preso?

Diamo credito, come è nostro dovere, all’inchiesta della magistratura. E senza attendere il giudizio definitivo riteniamo pure che il sindaco abbia ecceduto nell’esercizio dei suoi poteri: anche se lo scopo è umanitario la legge dev’essere rispettata. Bene. Ma erano necessarie le manette? L’indagato non si è certo difeso negando, sottraendo prove o camuffandole, non ha certo manifestato la volontà di scappare, non si è mai reso irreperibile. Ha dichiarato di aver obbedito al senso di umanità ritenendolo superiore ai codici. Ha sbagliato? Pagherà. Ma perché le manette? E perché ora il divieto di dimora a Riace?

E’ davvero una misura di giustizia, urgente e indifferibile? Qui non c’entra il merito dell’accusa, ma la valenza simbolica di questa decisione. Obbligare Mimmo Lucano a lasciare Riace ha il sapore dell’estirpazione di una pianta cattiva, il senso che quel modello dev’essere raso al suolo. Già il ministero dell’Interni aveva provveduto a farlo, revocando a Riace l’autorizzazione ad accogliere ed assistere migranti. La giustizia sembra purtroppo completare l’opera politica. E lo fa in una terra che non trova mai giustizia, con una severità che è sconosciuta nei mille casi di malaffare che in quel territorio si manifestano e si sviluppano, e con un puntiglio che lascia stupefatti. Leggi tutto

Sono partito nel 2008, nel bel mezzo della crisi. Sono partito letteralmente con una valigia di cartone di dieci chili. Non avevo un soldo. Ero riuscito a malapena a comprare il biglietto aereo. Non avevo nemmeno i soldi per prendere lo shuttle da Beauvais a Charles De Gaulle, diretto verso il Canada, e in quel frangente ho dovuto dirmi: qua devo farmi dare un passaggio in auto, altrimenti perdo anche quel poco che avevo. Riuscii a farmi offrire un passaggio da alcuni polacchi che vivevano a Parigi e che per mia fortuna avevano appena visitato Venezia e non aspettavano altro che un italiano di quella zona gliene parlasse un po’ e gli raccontasse qualche aneddoto interessante su quella bella città.

Sono arrivato in Canada nel mezzo di una bella nevicata. Tre anni lì sono stati un incubo a livello personale, climatico e sociale. Il Canada – o per lo meno il Quebec – non è quel paradiso che tutti pensano che sia. Ma sono riuscito a farmelo andare e a mettere via abbastanza. Alla fine, ho trovato il modo per trasferirmi legalmente a New York, ed ora mi trovo qua.

Come ogni metropoli, non è una città facile e ho avuto momenti complicati. Ma gli Stati Uniti mi hanno dato tutto, nonostante si siano imbruttiti un po’ dopo l’ultima elezione presidenziale. Mi hanno dato un lavoro, molte possibilità, orizzonti molto più ampi. Mi hanno fatto capire il valore dell’accettazione (anche se oggi come oggi sembra paradossale dirlo, posso dirvi che non ci sono solo Trump in America come non ci sono solo Berlusconi o Salviniin Italia). Ho imparato cos’è l’adattamento, l’improvvisazione nei momenti di bisogno.

L’America mi ha insegnato a non usare solo la testa, ma anche l’intuito e l’istinto, cosa che loro sono più bravi di noi a fare. Ho visto alcuni dei capolavori dell’arte più famosi al mondo, spettacoli dell’opera, Broadway, teatri, faccio sport. Sono diventato un newyorchese e un americano quasi doc e conosco questa città meglio dell’80% di quelli che ci abitano e magari ci vivono da sempre. Insomma, New York me la sono conquistata. Qui sono considerato un americano e insegno inglese e letteratura inglese in un college. Ho la fortuna di avere una forte predisposizione per le lingue, quindi parlo l’inglese da madrelingua.

Eppure, sto per tornare in Italia.

L’Italia mi manca.

Le furberie degli italiani, dei politici italiani, la burocrazia di stampo kafkiano, le fregature delle compagnie telefoniche, e tutti gli altri vizietti quasi stereotipati che, in fin dei conti, si addicono a ciò che siamo e a ciò che facciamo, per quanto stiano rovinando il paese da decenni, ancora non sono riusciti a distruggere il piacere di dedicarsi ad uno stile di vita basato su valori semplici, per lo meno nelle zone di campagna dalle quali provengo io. Sono questi valori che sto cercando di riconquistare, tramite il duro lavoro qua in America.

Per non farla tanto lunga, posso dire di essere venuto in America per trovare l’America. Ed ho trovato (anche) l’Italia.

Tornerò presto.

Jay

da: ilfattoquotidiano.it

Partiti in cerca di un lavoro. Gli emigranti esistono anche in Italia. Vanno verso il nord del Paese, verso l’Europa, verso l’America. Lasciano la famiglia come a inizio Novecento, con una ideale “valigia di cartone”.

Ecco alcune delle loro storie raccontate a valigiadicartone.ilfatto@gmail.com

 

Fogli bianchi destinati all’oblio. Ecco cosa siamo.
Fogli bianchi ecco
cosa siamo
imbrattati dall’inchiostro anonimo
del destino qualunque.
Accatastati e inermi
nei vagoni dei lunghi addii;
risme smisurate
di speranze torturate
malmenate, violentate, calpestate
e persino dimenticate
negli scaffali polverosi
della segreteria dell’attesa vana…
è caduto un foglio pulito da ogni pretesa
l’ho rimesso a posto
sporcandolo di amarezza e disillusione
ora sono anch’io tra quegli scaffali!

Eugenio Lucarelli emigrato in Svizzera

da: ilfattoquotidiano.it

Siamo all’indignazione degli indignati speciali. Oggetto: Cristina Parodi, conduttrice Rai ha confidato ai microfoni di una trasmissione di Radio 2 il suo giudizio sul successo politico della Lega. Le sue parole non sono state né eccentriche, né fuori misura, né particolarmente originali: secondo lei la Lega si è affermata grazie agli impegni mancati dei governi precedenti, al clima di paura che la crisi economica ha sviluppato, e anche a una buona dose di ignoranza.

Apriti cielo! La Parodi, lavorando in Rai, non godrebbe dei diritti costituzionali di cui il resto dei cittadini fa sfoggio quotidianamente. Deve, in virtù del suo lavoro, tenere la bocca cucita. Altrimenti? Ma chiaro: altrimenti licenziata!

La Lega, nuovo tutor del sentimento collettivo, dell’onore e del disonore individuale, ha chiesto la sua cacciata. Solo grazie alla magnanimità di Matteo Salvini che ha concesso in limine mortis la grazia (“Ma sì, lasciamogliela passare!”) la Parodi è salva.

Ma, si sa, la grazia si concede è una volta sola. Al secondo sbaglio è pronta la roncola.

Così facevano tutti, così si continua a fare.

Non c’è davvero male. Il cambiamento c’è e si vede!

da: ilfattoquotidiano.it

Mentre siamo tutti impegnati a inseguire lo spread, osservandone ogni minima oscillazione, dopo aver inseguito ogni immigrato, temendo l’ora x dell’invasione totale, non ci siamo accorti che siamo già a buon punto con la secessione intra moenia. Il Veneto infatti, forte del referendum che ha sancito l’aumento dell’autonomia regionale, ha chiesto al governo, dove conta buoni amici, di ricalcolare la distribuzione dei danari dal centro alla periferia. D’ora in avanti i danari che Roma dovrà sganciare a ciascuna regione dovranno non solo tener conto del fabbisogno territoriale (il cosiddetto costo standard) ma anche del gettito fiscale pro capite. Più ricco sei più servizi hai. Cosicché in Veneto un ammalato godrà certamente di migliori cure che in Calabria, uno studente avrà migliori scuole, un camionista migliori strade, un vigile del fuoco (il Veneto vorrebbe anche loro alle dirette dipendenze) migliore paga. Direte: ma già è così. Vero. Non dovrebbe essere ma è così. Però la novità è che in futuro verrà formalizzato, se queste richieste dovessero essere accolte, che l’Italia non è più una e indivisibile ma due o forse tre.

da: ilfattoquotidiano.it

È una questione ciclica e attiene alla nostra ansia, al bisogno di credere nella magia perché la scienza non risolve quel che noi vorremmo fosse bell’e pronto: la ricetta per l’immortalità. Da qualche mese ad ogni ora del giorno e della notte il signor Adriano Panzironi, capelli fluenti sul collo, fisico asciutto, né giovane né vecchio, garantisce la semi-immortalità. Di pomeriggio o di sera c’è lui, giornalista pubblicista, e sbuca in tv e spiega che seguendo i suoi consigli dietetici la nostra vita si allunga di molti decenni e arriveremo, se tutte le pagine del suo libro (Life 120) e dei connessi beveroni saranno letti e digeriti bene, al trionfante risultato di campare almeno 120 anni, giorno più o giorno meno.

Panzironi, trovandosi nell’impiccio, spiega anche che ogni malattia, dall’unghia incarnita al tumore, è tenuta a bada della sua dieta miracolosa e ogni malanno, sufficientemente serio, regredirà appena noi berremo la pozione magica, e terremo a portata di mano il suo librone della felicità.

L’Antitrust sulla concorrenza gli ha appena comminato mezzo milione di euro di multa per pubblicità ingannevole. In ciò il dramma: l’Antitrust ritiene possibile che migliaia di italiani siano abbastanza stupidi da cascare nella favolistica ciarlatana. Temiamo che abbia ragione. Forse la multa lo aiuterà persino a dirsi vittima del sistema, e noi, dopo le alghe, le pietre calde, e le corna d’oro, scenderemo in piazza per la difesa del beverone.

da: ilfattoquotidiano.it

Arrestare Mimmo Lucano significa combattere l’unico modo in cui l’accoglienza si è fatta integrazione. Certo, è molto probabile che il sindaco di Riace abbia forzato le regole, sia andato al di là dei suoi poteri e persino che abbia consapevolmente infranto il codice penale. Non avrebbe potuto fare quel che ha fatto, altrimenti. Ma c’è reato e reato. Marco Pannella ha dovuto far fronte a decine di processi. Si può dir di lui che sia stato un delinquente? E i picchetti operai che a volte hanno violato la libertà altrui (penso soprattutto al blocco stradale) possono essere giudicati atti criminali?

Mettere in manette il sindaco di Riace ha il sapore acre di una condanna morale, di un giudizio sulla sua onestà e sul suo onore più che sui suoi comportamenti. In una terra che vive di malaffare, popolata da cordate di collusi e corrotti, questo arresto, forma ultima ed estrema da valutarsi come obbligata in ragione della pericolosità sociale del soggetto e della sua capacità di reiterare il reato, mette in cella anche la speranza che l’immigrazione se non è coniugata all’integrazione divenga solo fonte di un sentimento che si va facendo sempre più razzista, che vive sempre più nell’ossessione dell’invasione, il fatturato ultimo della propaganda salviniana.

Riace da modello salutato come esemplare nel mondo diviene crimine organizzato, da fortunata esperienza collettiva è restituito alla forma di intrapresa delinquenziale.

Il danno che si fa alla speranza, e anche alla fiducia nella giustizia, è enorme.

Capiremo meglio nelle prossime ore di quali gravissimi crimini si sia macchiato Lucano.

Ma questa misura così punitiva sconforta e un po’ mette paura.

da: ilfattoquotidiano.it

Malgrado tutto, abbiamo bisogno sia di un’opposizione che di una piazza. Malgrado oggi dal palco a protestare contro la cosiddetta deriva “populista” fossero i suoi legittimi dante causa. Malgrado il capitale politico bruciato in un ventennio, la reputazione finita negli abissi, la stima e la fiducia annullate da stili di vita (e di governo) che hanno provocato il più terribile dei paradossi: un partito erede della sinistra classica che vede fiorire, con le sue politiche, milioni di nuovi poveri e che perde il senso della propria ragione sociale.

Un’opposizione vigile, non cialtronesca né demagoga, sceglie le strade proprie per far sentire la sua voce: il Parlamento e anche la piazza. Attiva il confronto, difende così la democrazia e aiuta anche la maggioranza di governo a contenersi. Oggi è stata la volta del Pd, che è divenuto un pezzetto di un mondo, di un popolo senza più cittadinanza, ma che resta l’unico in grado di mobilitare passioni e speranze. Il centrodestra sta naturalmente in silenzio, aspetta che Matteo Salvini lo conduca al governo e presto, alle prossime regionali, verificheremo come tutto andrà secondo tradizione.

E chi mai, se non la sinistra, potrà dire che è vergognoso rispondere al presidente della Repubblica con un “me ne frego dell’Europa”? Chi, se non la sinistra, potrà rammentare agli italiani che il me ne frego ha un solo padre, Benito Mussolini? Chi, se non la sinistra, potrà ricordare a Di Maio che correre al balcone di palazzo Chigi per esultare per la vittoria conquistata con la manovra di bilancio, ha le stimmate del peronismo argentino, di un populismo da quattro soldi, è deriva da reality show?

Chi, se non la sinistra, può denunciare il regalo contenuto nel cosiddetto provvedimento della “pace fiscale”, agli evasori, i furbi, coloro che prendono e mai danno. Il provvedimento più ingiusto, l’offesa più grande al principio di eguaglianza, il solito favore ai soliti noti. Ma chi, se non la sinistra, deve considerare necessario aiutare le fasce più deboli, i poveri e i poverissimi, attraverso un sussidio universale? Perché considerare un lusso evitare che migliaia di famiglie vadano incontro alla fame? E se si ha fame come si fa, cosa si fa?

E sempre la sinistra deve registrare come giusto, possibile, opportuno, detassare coloro, per lo più giovani, privati di una serie di benefit sociali, obbligati, attraverso il sistema della partita Iva, a lavorare il doppio per guadagnare meno della metà degli altri. E la sinistra deve anche considerare che esistono lavori che non sono sopportabili oltre un limite d’età. Non tutti i lavori, ma tanti sì.

Ed è sempre la sinistra che può far capire che il vero reddito di cittadinanza si avrà se si sceglierà la strada degli investimenti per tenere in piedi l’Italia: strade, ponti, ferrovie, manutenzione straordinaria delle periferie e dei centri storici, tutela della terra, dell’assetto idrogeologico. E poi il sapere: scuola, cultura, aumento delle borse di studio e di ricerca, allungamento del tempo pieno. Questa è la crescita. Un’opposizione che veda il giusto, che spinga sul necessario e denunci l’ingiusto, l’improbabile e anche l’azzardo. Un’opposizione ci vuole, e anche una piazza.

da: ilfattoquotidiano.it

La manovra del popolo, la Costituzione del popolo, il movimento del popolo. Se ogni decisione è presa nel nome del popolo, chi mai potrà ritenerla sbagliata? Qualunque tipo di azzardo sarà giustificato dall’esigenza di aver detto e scritto, finanziato o revocato un provvedimento per il bene del popolo, dunque di tutti.

Richiamarsi al popolo continuamente e anche a volte eccedendo con questa connessione sentimentale, può produrre effetti collaterali.

Innanzitutto la prima: la benemerita manovra si finanzia col debito pubblico. Dunque potremo chiamarlo debito del popolo. Dal quale popolo, qui sorge la domanda, vanno detratti gli evasori fiscali oppure no? Anche gli evasori sono nostri concittadini che usufruiscono dei servizi ai quali tutti accediamo. Dunque sono popolo. Però essendo evasori al momento di pagare i debiti non sono popolo.

Secondo effetto collaterale: a nome degli italiani, dunque del popolo, parla anche il presidente della Repubblica che consiglia, indica, propone. Il popolo che rappresenta Mattarella è lo stesso a cui fa riferimento continuamente Di Maio? Mettiamo caso che Mattarella, interpretando il popolo, esprima parere differente a quello del governo. Che si fa?

Terzo effetto collaterale: i giudici sentenziano in nome del popolo italiano. E proprio nel loro nome hanno inquisito il ministro dell’Interno Salvini.

Che però – ricordate? – ha risposto spiegando che lui rappresenta il popolo, ed in nome del popolo sta governando e i giudici – che attualmente giudicano in nome del popolo – si facciano eleggere dal popolo per giudicare un uomo del popolo.

Il popolo: cioè uno, nessuno e centomila.

da: ilfattoquotidiano.it

Vedere il presidente del Consiglio posare per i fotografi avendo in mano il cartello del #decretoSalvini, hashtag incluso, fa semplicemente tristezza. Non si capisce più se il professor Giuseppe Conte sia un premier o un ostaggio, sia un protagonista o una vittima di sé stesso, della sua ambizione che ogni giorno esige un corrispettivo sempre più oneroso per vederla realizzata. Conte è divenuto un ausiliario dello spot salviniano, rimosso perché inservibile appena il set di palazzo Chigi ha chiuso i battenti e la contraerea di Matteo Salvini si è abbattuta sui social, facendo migliaia di vittime (“in dieci minuti già terzo in Italia su Twitter! Grazie” ha annunciato felice il ministro dell’Interno).

Far apparire l’immigrazione clandestina, che resta un grande problema da affrontare, come il principale problema della sicurezza in Italia, stabilizzare nella mente l’equivalenza clandestino/ladro (spacciatore, stupratore etc) e risolvere la questione poi con l’hastag resta il raggiro più grande, la truffa più insopportabile alla ragione e alla logica.

La sicurezza in Italia è purtroppo minata da una criminalità diffusa e feroce che è oramai divenuta una montagna invalicabile. Solo per fare un esempio: il presidente Conte proviene da una terra, la Capitanata, la piana foggiana, in cui la legge è scomparsa. Sono i gangster made in Italy a spadroneggiare, a estorcere soldi a chi lavora, a rendere schiavo chi ha bisogno. A espropriare, sparare, intimidire e trasformare quella terra in un far west.

È una vergogna tra le tante e il presidente del Consiglio dovrebbe dichiarare di provarla per l’incapacità dello Stato di rifiutare questa umiliazione invece che fare dei migranti un capro espiatorio sistemico, funzionale al cortocircuito creato per ingannare anziché risolvere un problema. Le baby gang di Napoli, le mafie che dominano il Mezzogiorno, i colletti bianchi che la infiltrano nel tessuto produttivo del Nord: queste rappresentano l’emergenza sicurezza. Contro di esse lo Stato dovrebbe impegnare ogni risorsa. E invece?

Invece il premier fa il comprimario nella recita salviniana.

Il foglietto in mano, lo sguardo assente, gli occhi che mirano il vuoto.

È il premier dell’altrove.

da: ilfattoquotidiano.it