Brescia la legionella? Come dite? Due morti e duecentoinfettati, forse di più? Ma davvero? La notizia è stata rubricata nei titoli di coda dei telegiornali, e dopo un primo, timido spavento, anche i giornali di carta hanno rimesso la penna nel taschino. Le autorità sanitarie, subito allertate, stanno provvedendo all’immediata diagnosi e assicurano che il batterioha le ore contate. Molto bene. Quando le cose funzionano come a Brescia, c’è da rallegrarsi.

Ora però pensiamo per un istante se quella stessa legionella, quei due morti e duecento infettati, fossero comparsi a Napoli, o a Bari, o a Catania. Sui tg sarebbe ricomparso il colera, mai dimenticato, e noi giornalisti avremmo affondato penne e pennini sulla sporcizia che sotto il Vesuvio non manca mai (e infatti Salvini già anni fa cantava “senti che puzza, arrivano i napoletani!”). Della sporca abitudine dei baresi di mangiare le cozze crude non ne parliamo proprio! Batteri in ogni luogo, e vibrioni, e polemiche, e il Time, e anche l’Economist: Napoli irrecuperabile! Napoli la svergognata, vinta da orde di batteri. Invece il vibrione, se così si chiama, è comparso nella splendida e civile Brescia, nell’efficiente e organizzata Brescia, e non è stato possibile approfondire oltre, capire meglio.

Il Nord è il nord. Infatti sarebbe mai stato possibile al Nord inaugurare un’autostrada, dichiarare completati i lavori malgrado 42 chilometri non siano stati mai toccati perché il tempo mancava e anche i soldi erano finiti? Chiunque si fosse arrischiato al bluff sarebbe stato preso a pernacchie. Al Sud è stato invece possibile dare per compiuta l’ennesima incompiuta. Anzi, Matteo Renzi, al tempo premier, due anni fa ha fatto di più. Ha dichiarato: “I lavori sulla Salerno-Reggio Calabria sono stati conclusi nei tempi previsti. Nessuno ci credeva. Promessa mantenuta!”

da: ilfattoquotidiano.it

Tu sei al servizio delle lobby e dei potenti”. “E io ti querelo”. “E non voglio gentaglia, e poi Salvini ha scelto me per rappresentare la Lega”. “Anch’io sto con Salvini e dico solo che se me lo chiede io sarei disposto anche a fare il candidato governatore”.

Gli stralci della spassosissima lite tra il segretario lucano dei leghisti, Antonio Cappiello, e l’unico senatore che a oggi rappresenta Salvini in Parlamento, Pasquale Pepe, su chi già debba comandare in quel che appare come il feudo in disarmo dei fratelli Pittella, Marcello e Gianni, stabilisce in modo incontrovertibile che al fondo non c’è fondo.

Ricapitoliamo: la Basilicata sarebbe dovuta andare al voto in ottobre per rinnovare il consiglio regionale e il suo presidente. Terra monocolore del centrosinistra, perno sul Pd, e da circa un ventennio, per delega o in via diretta, detenuta dai Pittellas. Gianni senior a capo del gruppo socialdemocratico europeo, Marcello junior governatore al primo mandato. A giugno – dopo la legnata che fa retrocedere Gianni senior dai fasti di Strasburgo alla condizione umile di deputato nazionale ripescato – con un mezzo plebiscito il Pd conferma Marcello e lo ricandida. Passano alcune settimane e Marcello finisce agli arresti domiciliari: accusato di aver raccomandato troppo, oltre i limiti della decenza. Con il governatore inchiodato nel salotto, la Regione ritrova incredibile smalto e capacità di decisione. Il 20 agosto promulga con i soli voti della maggioranza la legge che cambia il sistema elettorale. Non più voto disgiunto, non più listino del presidente, alternanza di genere. Cambia la legge e saltano i tempi di voto. La prima data utile diviene dicembre. Ma in Lucania col freddo che fa? Allora gennaio. Ma il gelo insiste, la neve copre i paesi di montagna e si scioglie a primavera. Leggi tutto

A maggio Firenze andrà al voto. Il destino della capitale del Giglio magico si giocherà sul filo di lana e subirà l’onda d’urto leghista perché quel voto sarà abbinato alle Europee. Magari il sindaco Dario Nardella ritornerà al suo amato violino.

È una possibilità.

Sua moglie lo sa, ne avete parlato.

Dell’idea che si torni a fare quel che facevo? Mai nascosto nulla. Senza recare offesa al violino, le possibilità che resti sindaco sono un po’ più elevate.

Più che Nardella il problema è Renzi. Troppa gente vorrebbe dargli un’altra legnata e non vede l’ora di bastonarlo per il suo tramite.

I fiorentini pensano a Firenze, non a Renzi.

Lei ai tempi di Renzi era renziano, ai tempi di Salvini si è un po’ salvinizzato: sulla ruspa ad asfaltare i rom.

Se non capisce che la questione della sicurezza è decisiva.

Le case popolari “prima agli italiani”.

Rivendico tutto quel che ho fatto.

Le direi che ha fatto una cazzata.

So che ho lavorato come un matto e i fiorentini lo hanno visto. Firenze sta cambiando davvero. La tramvia, due linee, 12 chilometri nuovi di zecca e senza una polemica, un’inchiesta, l’odore sporco dell’intrallazzo.

Odora di Giglio magico, è un bel problema.

Io non ne ho mai fatto parte!

Pinocchio!

I conti con Matteo li ho tutti regolati.

Che fa, disconosce?

Potrei io disconoscere un’amicizia antica? Chi mi crederebbe? Ho incontrato sulla mia strada Matteo Renzi il quale mi ha sostenuto nella sfida più grande.

E si ritorna al punto: Nardella sa troppo di Matteo.

Detto questo, ho seguito il mio destino, ho fatto il sindaco in autonomia.

Non ha più bisogno di lui.

Firenze ha bisogno di un sindaco e soprattutto di un buon governo. E i fiorentini sanno che se Nardella perderà, il centrodestra si allargherà fino in Regione. I leghisti, con quell’armamentario verbale anche violento…

La ruspa, per esempio.

I fiorentini mi conoscono: in 5 anni possono valutare cosa ho dato e cosa no.

L’errore più grande che ha commesso?

Mi ci faccia pensare…

Se è più d’uno allunghi pure.

È che ogni volta ne dico uno diverso e sembra che ne abbia fatti tanti.

Consiglierei di dirne solo uno e poi ricordarselo.

Non aver promosso per tempo una rigenerazione nella burocrazia comunale. Per cambiare bisogna avere uomini al fianco che abbiano i tuoi stessi tempi e la medesima passione.

Se Matteo domani le dicesse: facciamo un comizio insieme in piazza della Signoria lei sverrebbe subito o resisterebbe il tempo di trovare una sedia e adagiarsi affranto?

Renzi sarebbe il benvenuto.

E qui di nuovo siamo al violino: davvero vuole ritornare all’amato strumento?

Non ho problemi col mio lavoro di musicista.

In effetti lei un lavoro ce l’ha.

Lo vuol capire che mi sento libero da ogni tutoraggio?

Firenze non è più una città ma un luna park.

Vada a dirlo a chi campa di turismo, ai fiorentini che vivono affittando le case. Che poi bisogni custodirla, rispettarla, obbligare chi la visita a essere civile è un altro discorso.

Quanti soldi fa con la tassa di soggiorno?

35 milioni di euro l’anno.

Quando si dice la botte piena e la moglie ubriaca.

Buonasera.

Da: Il Fatto Quotidiano, 12 settembre 2018

Il dito e la luna. L’antico proverbio orientale ci spiega che luna e dito appartengono a due dimensioni diverse, a due mondi differenti. Quando penso a Taranto, all’Ilva, al dilemma antico e quasi irresolubile tra lavoro, che dà dignità e speranza alla vita, e salute, che garantisce proprio alla vita la speranza, penso a quel che intanto non si è fatto, al tanto che intanto i tarantini, con l’aiuto degli italiani, avrebbero potuto già fare.

Le croci verdi delle farmacie illuminano la via principale di Tamburi, il quartiere delle polveri e della morte. Sembrano supermarket tanto sono grandi, affollate come le salumerie nell’ora di punta. Qualcuno avrà pure pensato che quei poveri cristi, intanto che c’è l’Ilva, non possono vivere lì, non devono vivere lì? C’è l’Ilva, sì. Ma esiste pure Tamburi. E se sulle presse e i forni, se spegnerli o meno, accordo non c’è né ci sarà, perché la paura di perdere il lavoro è più forte di quella di perdere la vita, lo Stato italiano, la Regione Puglia hanno almeno la forza di svuotare Tamburi? E per esempio ridare vita e speranza al centro storico della città, ora marcio come un dente cariato.

Se l’Ilva è troppo importante per l’economia nazionale e per i tarantini, se il lavoro deve sfidare la morte perché la paura di perderlo è più forte di ogni altra cosa, perché, intanto che si discuteva, si protestava, si scioperava, non si è scelta Taranto per l’Expo universale che invece si è tenuto a Milano? Salvare la terra, era il tema se non ricordo male. Taranto avrebbe avuto titolo e diritto a divenire piattaforma internazionale delle possibilità che la tecnologia offre all’uomo di mitigare i danni che la modernità produce, attutirli se non annullarli.

Direte: non si risolve così il problema. Certo che no, ma se la luna è là che aspetta il dito è qui che non si muove.

da: ilfattoquotidiano.it

Il sindaco di Gallipoli mi ha querelato perché ritiene che la sua città sia stata diffamata da una Istantanea che la definiva “martire” della cafonaggine. Martire, cioè vittima della cafoneria altrui, del fuggi fuggi di furbi di ogni risma verso abusi di ogni ordine e grado che nel tempo hanno reso l’estate una corrida, e quel luogo d’incanto una piattaforma esplosiva di odori, umori, rumori dentro cordoni di cemento espansivo.

Era un giudizio severo, sul quale naturalmente si poteva essere in disaccordo, ma fondato sulla verità non sulla manipolazione. Era e resta un’opinione critica, del tutto legittima e, a leggere i commenti e le adesioni che seguirono, anche piuttosto apprezzata.

Ma gli scritti quando non sono adulatori risultano antipatici. E invece di cercare nella realtà dei fatti la ragione della critica, si trasforma in fantasia la realtà, il giornalista in nemico, l’articolo in una pugnalata alle spalle.

E così la querela, strumento posto per difendere la verità dagli abusi, diviene essa stessa un abuso, una forma di intimidazione, una manifestazione pubblica di un potere irresponsabile. Chi è che valuta se la querela è temeraria o fondata? E chi pagherà se l’atto giudiziario dovesse rivelarsi non solo inefficace, ma palesemente abnorme, fuori dai confini della legge?

Si parla tanto di fake news, tantissimo di giornalisti “prezzolati” , “venduti”, “reggicoda” e via dicendo, tanto ciascuno ha in tasca l’insulto appropriato.

Poco, troppo poco, di questa pratica che pretende le opinioni controllate, devitalizzate, gustose ed espettorabili come chewing gum.

I fatti sono fatti.

Arrivederci in tribunale.

da: ilfattoquotidiano.it

Sesso, soldi e sangue. Delle tre esse che i maestri di giornalismo del Novecento indicavano come fattore propulsivo per ogni avventura editoriale, almeno due –sesso e soldi– sono le questioni che tengono inchiodata la Chiesa alla sua coscienza periclitante, alla verità ufficiale esausta e precaria, alla miseria di parte del suo clero, ai veleni dei suoi corvi.

Vito Mancuso è il teologo italiano che con più nettezza e severità osserva e indaga la realtà cattolica.

La salvezza della Chiesa passa dalle donne, dalla energia che esse custodiscono e non sono messe in condizione di liberare, e dall’abolizione del voto di castità, che oramai è insostenibile. Si pensava che Papa Francesco potesse salvare la Chiesa. Era attesa la palingenesi e grande fu l’ammirazione per il sovvertimento anche simbolico: anzitutto la scelta di chiamarsi Francesco, il rifiuto di indossare i paramenti papali, di dormire nel vistoso appartamento a lui destinato, di viaggiare nelle berline da capo di Stato. L’attesa si è gonfiata di speranza, la speranza è stavita poi dalla suggestione. Infine, il principio di realtà è prevalso.

Abbiamo lasciato Ratzinger con i corvi che volteggiavano, troviamo Bergoglio avvelenato dalle accuse di monsignor Viganò. Uno scandalo eterno.  

Eravamo abituati a un Papa che non aveva necessità di precisazioni, mezze ammissioni e mezze marce indietro. Ora, 5 anni dopo, l’effetto rinculo. Francesco non mostra più di avere la forza di liberare la Chiesa dal suo male: una gerarchia egocentrica e dalla potenza straripante, un clero che sta seppellendo la sua missione tra mille porcherie.

Il Papa non piace più?   Leggi tutto

Enormi afflizioni si leggono per la nomina di Dino Giarrusso, giornalista, ex Iena, a un improbabile comitato di controllo dei taroccamenti dei concorsi universitari. Se c’è un fatto acclarato, documentato e definitivo è che all’università il concorso misura la conoscenza col Prof, il sapere viene declinato nella relazione, buona o cattiva, che il Prof custodisce con gli altri membri della commissione esaminatrice, e il talento, in definitiva, resta un optional. Decine e decine di inchieste e anche di arresti, l’indicazione di baroni e baronie non hanno intaccato di un millimetro il principio di realtà. Come era, è. Un’offesa incalcolabile alla giustizia e al principio di uguaglianza di fronte alla quale nulla è stato fatto. Nulla. Semplicemente perché nulla sembrerebbe possibile fare.

Ora io chiedo: è scandalosa la nomina a uno scranno che non esiste, per un incarico che non esiste, come pure il proponente, il sottosegretario dell’Istruzione, ha dovuto ammettere quando ha illustrato il senso del mandato? Giarrusso, credo, leggerà gli esposti che ritraggono situazioni truffaldine e che arrivano copiosi agli uffici ministeriali. Dopo di che? Li manderà in Procura credo.Ma non è Giarrusso che giudicherà i candidati a un posto di ricercatore, non sarà lui a decidere le qualità scientifiche dell’uno invece che dell’altro. E semmai la critica, doverosa e inoppugnabile, sarebbe stata un’altra: la scelta di un giornalista che ha fatto parte di una trasmissione popolare d’inchiesta (con alcune vistose sbandate, c’è da aggiungere) resta propaganda, rispetto al problema irresolubile di ripulire l’Università, per quel che si può, dalle clientele. Urlare allo scandalo dell’incompetenza al potere, anzi dell’inconsistenza al potere, ironizzare, fare del sarcasmo contro questa pseudo nomina è la prova regina che la luna è là che aspetta il tempo in cui noi decideremo finalmente di guardarla, perché non ne può più neanche lei di vedere indicato solo e sempre il dito.

da: ilfattoquotidiano.it

Con le parole si può costruire un mondo nuovo, dire di sofferenze e gioie, spiegare, o anche tacere, e persino confondere, simulare. Ieri Giancarlo Giorgetti l’uomo che cuce le relazioni di potere leghiste e le tiene coperte, ha rivelato nella bella Confessione a Peter Gomez, durante la Festa del Fatto Quotidiano, che se i giudici decideranno di confermare il sequestro dei soldi che il movimento ha abusivamente detenuto, i milioni di euro (molti dei quali spesi, sic!) utilizzati al di fuori delle regole e della legge, il Carroccio sarà costretto a chiudere bottega.

Quel che Giorgetti ha taciuto, e che noi seguendo il suggerimento di Giulio Andreotti (“a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca”) immaginiamo invece, è che la chiusura della ditta risponda a una triste e conosciuta strategia di ingegneria finanziaria.

La Lega ha le casse sfondate, quindi inservibile. Metterla in liquidazione, magari dando la colpa ai giudici, è il miglior modo per sottrarsi alle responsabilità di aver partecipato in qualche modo all’utilizzo illegale dei fondi. Farla divenire una bad company e trarre da questa operazione, che in Italia ha antichi maestri, il profitto politico necessario. Presentare alle prossime europee un simbolo nuovo di zecca, senza debiti e soprattutto senza memoria. Un partito nuovo, per un centrodestra nuovo, con un leader nuovo di zecca: Matteo Salvini.

E chi si è visto, si è visto.

da: ilfattoquotidiano.it

L’Italia che scompare Alessandria del Carretto (Parco del Pollino) ha 450 abitanti. Se i figli non trovano posto, i genitori devono trasferirsi 

Se non apre la scuola, chiude il paese. L’insegnante c’è, l’edificio pure. Gli alunni ci sarebbero. Quel che manca è il codice meccanografico, il numero di serie attraverso il quale il sistema informatico del ministero riconosce un istituto scolastico, lo tiene in vita. Ad Alessandria del Carretto, il borgo più alto del Parco del Pollino, lungo il crinale montuoso da cui precipitano le acque del Raganello, il torrente che nei giorni scorsi ha inghiottito dieci escursionisti, la scuola media è finita al cimitero tre anni fa. E il suo codice eliminato. La scuola elementare aveva cessato di vivere già cinque anni fa, pace all’anima sua. E quella dell’infanzia, purtroppo, è sbarrata da un decennio.

“Che cosa rimane qui, il cimitero?”

In paese infatti si muore, non si nasce. Ogni anno perde venti abitanti, pur essendo uno dei borghi meglio tenuti d’Italia, classificato “borgo autentico”: la pietra è rimasta pietra, e ogni tegola, ogni porta, ogni anfratto è custodito dai 450 abitanti stanziali e amato dai suoi figli sparsi per il mondo che d’estate l’affollano.

Quest’anno però il miracolo: sono divenuti quattro i bimbi di tre anni. A quell’età negli altri luoghi d’Italia si accede alla scuola dell’infanzia. “Sono corso dalla dirigente scolastica, a Trebisacce, a implorarle di farci aprire la scuola. Senza di essa i genitori dei bimbi devono trasferirsi, perché la scuola più vicina è a 20 chilometri, che sarebbero nulla se ci fosse una strada. Ma abbiamo in dote poco più che una carrettiera, terra battuta, cemento consumato, buche a tratti, frane a tratti. Con le piogge la strada si inonda e si ammolla. A una frana si aggiunge l’altra e le riparazioni non seguono il corso logico delle cose ma la via gerarchica degli impegni: essendo noi pochi, poco valiamo. E aspettiamo che qualcuno si ricordi di noi. Col ghiaccio poi percorrerla si fa impresa ardita. Perciò se perdo la scuola perderò sia i bambini che i genitori, che troveranno conveniente trasferirsi. E uno di loro è gestore dell’unico bar e pizzeria, un altro è un imprenditore agricolo che dà lavoro a dieci famiglie. Cosa rimane qui, il cimitero?”. Vincenzo Gaudio, il sindaco elemosiniere, conta i danni: “Ho già perso il vigile urbano, poi la ragioniera, stavano per azzoppare l’ufficio postale, che vita è questa?”. Leggi tutto

Di chi è una panchina? E un albero? E un palo della luce? Dove può fare la cacca il cane? Come bisogna parcheggiare l’auto? Cosa bisogna fare con una busta di rifiuti?

Provare vergogna per i barbari che insozzano, distruggono, disprezzano il bene comune è un sentimento legittimo ma non sufficiente. Bisogna che ci siano meno barbari e barbare in giro, magari con le mecche appena fatte, la camicia a fiori, in giacca e cravatta, distinti e puliti all’apparenza, ma incivili nel buio della loro coscienza sporca.

L’inciviltà è un effetto collaterale dell’ignoranza.

Far capire a un bambino che una panchina è di tutti, che se si sporca poi bisogna pulire, che il bene comune è appunto un bene acquistato in comune, con i solidi di ciascuno di noi, aiuterà a farlo crescere in modo meno barbarico, e aiuterà noi tutti a vergognarci di meno di quel che siamo o stiamo divenendo.

sindaci italiani stanno promuovendo una legge per introdurre fin dalle elementari un’ora di lezione civica, di “educazione alla cittadinanza”.

È un ottimo contributo che si darebbe alla conoscenza, quindi alla civiltà.

Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente dell’Anci, l’associazione nazionale dei comuni, è impegnato da tempo sul fronte dell’impegno alla videosorveglianza degli incivili. Non solo con la telecamera ma con esposizioni video mirate e piuttosto convincenti, come potete qui vedere, per spiegare che i barbari – di ogni età, razza e condizione sociale – non possono vincere. Questa legge è un piccolo ma grande atto di resistenza civile. Nel municipio del vostro comune potete persino firmarla.

da: ilfattoquotidiano.it