Tra tante cattive nuove, finalmente una buona notizia. Fa bene al cuore sapere che la Confindustria, per la prima volta dal 1962, prende posizione contro il governo. A differenza di 56 anni fa, quando gli industriali si schierarono contro la nazionalizzazione dell’energia elettrica, provvedimento che avrebbe dovuto condurci all’apocalisse socialista, questa volta nemmeno aspettano che si formi un governo, già quello paventato è terribile.

Non diremmo ciò che ciascuno pensa, e cioè che nei decenni gli industriali hanno sempre esultato, chiunque fosse l’inquilino di Palazzo Chigi. Buono o cattivo, pulito o sporco, progressista o conservatore. Sempre belle parole e buoni affari. Al punto che gli imprenditori italiani sono stati chiamati, per rendere l’idea, “prenditori”.

Il fatto che oggi espongano chiaramente il loro pensiero li toglie dalla storica funzione ancillare di servitori di qualunque padrone a patto che il padrone servisse a tavola per i commensali pietanze prelibate e concedesse il superfluo a chi non era stato ammesso al pranzo. Questa scelta di campo fa bene alla democrazia, perché toglie il dubbio che esista un ceto sociale al quale sta bene tutto. Se è vero che questo è il governo del cambiamento, come i i capi della coalizione si affannano a ripetere a ogni piè sospinto, allora non ci resta che verificarlo. Capiremo presto per chi se ne avvantaggia e chi invece un po’ sarà costretto a tirare la cinghia. Perché a sentire Luigi Di Maio saranno per tutti rose e fiori. Ecco, la posizione di Confindustria dimostra che ogni scelta di governo che si compie ha un suo sapore, un odore e perfino un colore. Cambiare a favore di chi? E il fatto che siano dovuti arrivare gli industriali a ricordarlo a Di Maio è sì bizzarro, ma tutto sommato una buona notizia.

da: ilfattoquotidiano.it

Abbiamo fatto finta che Silvio Berlusconi fosse eleggibile. Anzi l’abbiamo festeggiato parlamentare, premier e padre della Patria lasciando il compianto professor Paolo Silos Labini ad illustrarci in perfetta solitudine la legge dello Stato precedente alla sua cosiddetta discesa in campo che ne statuiva l’ineleggibilità assoluta.

Abbiamo fatto finta che il presidente della Repubblica potesse fare due mandati, invece che uno. Abbiamo fatto finta che il presidente della Repubblica potesse autonomamente nominare dei saggi per scrivere la nuova Costituzione.

Da ultimo abbiamo negato a Luigi Di Maio, nella sua qualità di capo del partito di maggioranza relativa, di avere titolo per ottenere almeno il pre incarico per formare il governo. Abbiamo anche negato a Matteo Salvini, nella veste di rappresentante della coalizione di governo maggiormente votata, di ottenere il pre incarico per formare il governo.

Abbiamo approvato, anzi esultato, per la decisione del Pd di non prendere nemmeno un caffè con i Cinquestelle.

Adesso non ci piace neanche il premier terzo. Non è che a furia di far finta abbiamo esagerato prima e stiamo esagerando adesso?

da: ilfattoquotidiano.it

Metterci la faccia. È una bella espressione che segna la nostra responsabilità. Ciascuno è chiamato a metterci la faccia nelle cose che fa o che sa, a rendersi responsabile della cose dette o delle decisioni prese. Pablo Iglesias, leader del partito spagnolo Podemos e la sua compagna Irene Montero (tesoriera diPodemos) hanno indetto un referendum tra gli iscritti per conoscere il grado di adesione alla loro scelta di vita coniugale: l’acquisto di una villa del valore di 615mila euro.

Decisione che ha suscitato critiche da parecchi militanti che rinvenivano in questo acquisto uno stile di vita “borghese”lontano dai valori di sinistra a cui il loro movimento si ispira. Sembrerà eccessiva questa chiamata alle urne, giacché la contestazione non è sulla legittimità dell’acquisto, ma sulla forza simbolica di esso. Però giudicare con un voto di massa se la casa del leader è adeguata o meno allo standard è un modo per contenere dentro i fatti quel che si dice, o per difendere con i fatti le nostre parole.

Iglesias è onesto e coraggioso e ha scelto di impugnare l’antico motto “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Non foss’altro che per questo io voterei sì. In modo che all’adagio vecchio si sostituisse per i politici uno nuovo, del tipo: se i soldi sono i tuoi compra la casa che vuoi.

da: ilfattoquotidiano.it

Stiamo scrivendo la Storia, esse maiuscola, dice Luigi Di Maio, 32 anni, maschio. Si riferisce all’incontro con Matteo Salvini, 45 anni, maschio (che tra l’altro è stato effettivamente studente di Storia, poi abbandonata causa la debordante passione per la politica, dopo l’ottavo infruttuoso anno fuori corso). La Storia la stanno scrivendo in dieci: nove uomini e una donna. Coloro che la insegnano, che presidiano i luoghi del sapere, della conoscenza e della scienza, cioè le università, sono 78: 73 uomini e 5 donne. Solo “historia magistra vitae” è tutta al femminile.

da: ilfattoquotidiano.it

Silvio Berlusconi è riabilitato. La riabilitazione descrive una patologia: il Nostro era interdetto. Le sue funzioni, e le ambizioni, ridotte di grado, la sua reputazione livellata al ribasso, e come conseguenza funzionale la sua ridotta capacità di rappresentare gli altri. E questo come effetto di una sentenza, cioè di una punizione collettiva (in nome del popolo italiano) per via di un reato commesso.

Mai come in questi mesi il Berlusconi interdetto è invece stato presente, attivo, capace, decisore e risolutore di grandi questioni vitali come il governo della Repubblica.

Il capo dello Stato l’ha infatti ricevuto come si conviene a un leader di peso e prestigio e a lui Matteo Salvini si è rivolto affinché concedesse benevolmente il suo placet per far sì che l’Italia potesse avere un esecutivo con gli odiati Cinquestelle. E lui, compassionevole come papa Francesco, ha concesso che i suoi nemici salissero le scale del potere.

Adesso da interdetto passa a riabilitato.

Se le parole avessero un senso, e se la giustizia fosse veramente equa, dovremmo convenire che Silvio Berlusconi ora avanzi di un gradino nella scala della reputazione socialeInvece quello che era resta. Potente prima, e malgrado il principio di realtà, potente ora. Se possibile, come se la riabilitazione non fosse una cicatrice chiusa su una ferita ma un premio alla rispettabilità, ancora più potente.

Ansiosi e gaudenti, gli ascari di sempre già applaudono felici. Gli avversari, anche quelli più determinati, gli girano al largo per una comprensibile riverenza, stante l’esemplare condotta politica e l’autentica fede mostrata nella democrazia dell’alternanza.

Chi, se non Lui, è il Sol dell’avvenire?

da: ilfattoquotidiano.it

 

 

PIETRANGELO BUTTAFUOCO E ANTONELLO CAPORALE   inviati a Matera

Vecchi e badanti, e basta. E poi case, la maggior parte chiuse in diecimila chilometri quadrati.

Tanto è grande la Basilicata.

Davvero, è proprio grande.

Il doppio della Liguria – dice Ulderico Pesce, attore e autore di Asso di Monnezza, in scena con Petrolio – solo che i liguri sono un milione e seicentomila, mentre noi siamo sempre meno. Cinquecentomila? Per non dire della Campania, grande tredicimila chilometri quadrati con sei milioni di abitanti…

Si svuota sempre di più la Lucania.

È un allarme ancora più grave di quello ambientale; i paesi se ne muoiono; ci si ritrova a dannare le proprie radici; mia nonna, contadina, e mio nonno, arrotino, lavorano senza tregua per dare una casa ai tre figli, ma tutte le generazioni venute dopo, sono tutte fuori dalla Basilicata, e le case – r i m aste ad aspettare i nipoti e i figli dei nipoti – fanno da sentinella al vuoto; mi affaccio dalla finestra di casa mia, a Rivello, scruto la rotta dei fenicotteri, le tracce delle lontre, e mi trovo davanti un altro paese, Nemoli, altrettanto vuoto; ci sono solo i nostri vecchi e le bulgare, le rumene, le moldave…

La ghigliottina ha due lame…

La prima – spiega appunto Pesce, direttore del Centro Mediterraneo delle Arti – è quella dello spopolamento; la seconda si chiama petrolio, con tutto quello che ne consegue di veleni e scorie tossiche. Le trivelle, a cinque chilometri di profondità, trovano il bendidio…

La Basilicata è il Kuwait d’Italia.

Settecentocinquanta chilometri di tubi, quanto la distanza che separa noi da Bologna.

Proprio un bendidio di lavoro, prosperità e futuro.

E certo, solo che quando il greggio sale in superficie, questo bendidio si trascina l’H2S, ovvero, l’idrogeno solforato col suo inconfondibile odore di uova marce… il cianuro. A Viggiano, la fiammella che lo brucia, riesce a neutralizzare solo lo 0,0006 al milionesimo di particella di H2S quando il parametro in tutto il mondo – mai diventato legge in Italia –stabilisce il 5%; lo racconto attraverso Petrolio, la storia di Giovanni, addetto alla sicurezza dei serbatoi del Centro Oli di Viggiano. Ma le battaglie si scontrano con il muro opposto dall’Eni; segreto commerciale, dicono, manco si trattasse della ricetta della Coca Cola e non di dare risposte alla gente flagellata da altissime incidenze tumorali.

Tutto questo si racconta in scena.

Ed è ogni volta come una sorpresa, soprattutto per i lucani, per quelli che già dovrebbero saperle queste cose e mi dicono: davvero è così? Davvero è così, rispondo.

da: Il Fatto Quotidiano, 10 maggio 2018

PIETRANGELO BUTTAFUOCO E ANTONELLO CAPORALE   inviati a Matera

 

Gli alberi danno luce o ombra? A Matera semplicemente fastidio. Cosicché il Comune, in campo per attrezzare la città a divenire vera capitale della Cultura dell’Europa nel 2019, ha deciso di farli sloggiare. Gara d’appalto per realizzare una mega rotonda e un mega parcheggio, trasferire di qualche metro la strada che, lungo il declivio naturale, conduce ai Sassi e smantellare il parco storico, l’unico polmone verde della città costituito da 86 pini d’Aleppo.

Finora l’amministrazione ha avuto poche idee ma questa è la stata la prima ad essere attuata. O quasi. Già le ruspe erano pronte a disinfettare il rettangolo verde ammorbato da una malattia, detta del “picchio rosso”, che rendeva fragili le radici dei pini e pericolosa la loro esistenza. “Quando abbiamo saputo ci siamo detti: ma quanti sono gli alberi malati? Uno, nessuno, centomila?”, racconta l’avvocatessa Beatrice Genchi. Anche a Pirandello è infatti stato tolto di recente il suo pino, perché da qualche tempo in Italia si provvede alla decapitazione. Meglio ghigliottinarli che curarli, si spende meno e si fa più luce.

I materani si sono per fortuna ribellati: “Ci siamo dati il nome della malattia descritta, e dunque abbiamo formato l’associazione Picchio Rosso”, dice Michele De Novellis. Presidio diurno e notturno e una semplice domanda: prima di decretarne la morte almeno visitare il malato. L’hanno avuta vinta perché quattro giorni fa il municipio ha accettato di far esaminare lo stato degli alberi da specialisti e valutare chi merita di vivere e chi di morire. Pena sospesa, procedura interrotta. Leggi tutto

PIETRANGELO BUTTAFUOCO E ANTONELLO CAPORALE   inviati a Matera

 

C’è la Lucania e c’è Matera. L’unica cosa che non esiste è la Basilicata.

Per giungere nei Sassi da ovest bisogna superare i piedi di Potenza. Che non è ancora una città e non più un paese. I palazzi della periferia piazzati in campagna stringono alla gola la Basentana, la via traversa che segna in due la Lucania edificata grazie a quell’uomo di Stato che fu Emilio Colombo, il dandy padre costituente, british nei modi, nel doppiopetto blu a righe, una sorta di principe Carlo del Mezzogiorno. Occhiali metallici, parola di velluto dalla foggia curiale, e democratico despota della sua terra alla quale, tra le altre cose, fece avere appunto questa strada a scorrimento veloce. Più modesta di una autostrada, più larga e comoda di una camionabile.

POTENZA SI PRESENTA impettita, dai fianchi larghi perché – essendo sede del potere regionale, e la finanza pubblica è l’unico soldo che corre da queste parti – ha mangiato a sazietà ogni prato e spiazzo, iniettando cemento armato nella corsa sciagurata alla modernità. Vedendo alla tv la periferia romana, il grande Serpentone della Capitale che tumula in chilometri lineari le vite di molte migliaia di sciagurati, si è fatta venire voglia di erigere una sua mini muraglia dove sono reclusi i lucani in debito di conto corrente. Una fucilata di case popolari che chiudono l’orizzonte, riducono la veduta e immiseriscono gli altri palazzotti, discretamente brutti, che si ergono ai lati. Leggi tutto

Siamo proprio certi che non esistano più destra e sinistra? Che non abbia senso, come dichiarano i Cinquestelle, di attribuirsi un luogo da dove vedere il mondo, come governarlo, cosa fare e per chi?

Si accorgeranno presto che una alleanza, seppure sotto contratto, ha bisogno di un respiro, di una strategia, di quella che si chiama visione del mondo e delle cose.

Il mio stile di vita, la relazione che ho con gli altri, ciò che ritengo giusto salvare e ciò che ritengo ingiusto riassumono il senso della mia esistenza e anche della prospettiva che do ad essere.

Il più grande scempio dell’intelligenza è ritenere che essa possa tutto, anche coniugare gli opposti, ridurre a unità pensieri distanti, modi di essere capovolti e agganciare, in un unico provvedimento, l’uno e il suo contrario.

Cinquestelle proveranno sulla loro pelle, e forse lo faranno provare anche a noi, che la furbizia, se troppo a lungo praticata, diviene devianza dell’intelligenza. E le scorciatoie, un governo purchessia con chiunque voglia, sono spesso cariche di insidie.

La Lega è un movimento profondamente di destra, sta dentro le viscere del popolo e di esso coglie, insieme alle virtù, ogni singolo vizio. È un tratto distintivo: l’uno contrapposto ai tanti, il perseguimento del proprio interesse (magari legittimo) ai doveri di solidarietà. E la paura che diviene però motore di ogni singola azione, che esclude e strattona, che ci obbliga a costruire sbarre o muri, a tenere in tasca la pistola, le telecamere accese, la mano pronta alla difesa.

Essere razzisti ci fa paura, divenirlo senza volerne assumere la responsabilità ci regala l’ultimo balsamo. Il non detto che ci rincuora, l’ipocrisia che ci rincorre e ci accomuna.

da: ilfattoquotidiano.it

Ora che sembra giunta l’ora, cioè che nessuno tra i due maschi in gara (Di Maio e Salvini) riuscirà a formare un governo per l’ostilità di altri due maschi (Renzi e Berlusconi), essendo l’unica donna (Meloni) decisiva quanto un fiore appassito in un vaso d’argento, ora dicevamo sembra essere la volta buona per una donna. Infatti un quinto maschio, che è l’arbitro super partes, per la disperazione annuncia di dar vita al governo neutrale che nella fattispecie dovrebbe somigliare all’acqua: incolore, inodore, insapore.

Perciò ora sembra giunta l’ora di dare la possibilità a una donna: mai tanti volti femminili in lizza per assumere incarichi prestigiosi, mai tanti curriculum dorati, competenze alte, profili di rilievo. Ma la donna, anzi le donne in questione, dovranno attenersi – semmai otterranno la poltrona governativa – alla più scrupolosa osservanza del nulla. Non potranno fare nulla, anzi per espresso incarico, non dovranno fare nulla e quelle pochissime cose (spazzare, lavare, togliere le cicche dai posacenere?) dovranno essere preventivamente autorizzate dai quattro maschi in gara per la leadership nel prossimo Parlamento.

Infatti quello che si annuncia non è un governo di servizio, ma di mezzo servizio.

Il fatto è che noi maschi siamo maschilisti nel profondo del cuore. E purtroppo anche voi donne siete maschiliste nel profondo del cuore. Speriamo dunque che questi timori siano falsi e che il presidente della Repubblica, l’unico femminista, stupisca noi e voi e rinunci all’ultima mortificante selezione della razza per genere.

da: ilfattoquotidiano.it