L’erba dev’essere uguale per tutti. Mediapro, la concessionaria dei diritti televisivi del calcio, ha una sua strategia per farci divertire come non mai e ha iniziato a porre le sue condizioni. Basta con il famoso detto: “L’erba del vicino è sempre più verde”. Il colore del prato, il verde, dev’essere della medesima intensità in tutti i campi di calcio. Basta col verde muschio, il verde pisello, il verde acquerello, il verde svogliato. Dev’esser verde prato per tutti. Stessa tonalità. E i fili d’erba dovranno avere la stessa altezza, si giochi a San Siro o a Palermo.

Per farci sentire ancora più coinvolti, noi telespettatori che abbiamo acquistato il pacchetto televisivo “più calcio più felicità”, non dobbiamo desolarci nel vedere tutto quell’orribile vuoto nelle tribune, sinonimo di disinteresse e pigrizia sociale. Mediapro prevede che tutti gli spazi inquadrati debbano essere occupati da tifosi, o in mancanza da figuranti o, in ulteriore assenza, da soggetti coscritti. Così, e non lo sapevamo, già fanno pure in Spagna e con ottimi risultati. Guardare la partita a spalti televisivamente pieni, con urla in play back, è molto più avvincente per lo spettatore casalingo. Mediapro infine, nel prontuario che ha messo a punto per far divenire la serie A famosa e bella come la Premier League inglese, chiede che i led che illuminano i tabelloni pubblicitari abbiano lo stesso colore. Pasta De Cecco o gomme Michelin ma nella tonalità giusta per dare uniformità visiva al messaggio.

Sono pochi obiettivi, ma chiari. Non è comunque specificato se l’erba, di identica tonalità e medesima lunghezza, possa poi venire calpestata dai calciatori. In ogni caso, per evitare fraintendimenti e nel caso il campo da calcio non fosse calpestabile per non rovinare la ricrescita dell’erba, ci sarà lo speaker suggeritore che utilizzerà l’Inno alla gioia come base e l’incitamento pre registrato che Fiorello ha appena portato al festival di Sanremo: “Su le mani! Giù le mani!”. Noi da casa potremo esultare seguendo il ritmo.

da: ilfattoquotidiano.it

Sono soldi. Milioni di milioni che Veronica Lario non vuole restituire all’ex consorte Silvio Berlusconi. Sessanta al lordo delle tasse, quarantacinque il suo netto. Cifra destinata al consumo e dunque “irripetibile”, scrive l’avvocato della signora.

Giunge in Cassazione, per l’ultimo tratto di una querelle giudiziaria solcata da questo mare di quattrini con i quali gli ex coniugi costruiscono le proprie memorie intime, la richiesta della Lario. Si aspetta che la Suprema Corte cancelli la sentenza con la quale i giudici di Appello di Milano nel novembre scorso cassarono l’assegno mensile di 1,4 milioni di euro a carico dell’ex marito, ordinando anche la restituzione dell’indebito percepito nei tre anni seguiti alla pronuncia di divorzio. Essendo economicamente “autonoma” Veronica non mantiene più quel diritto. Ecco, sul punto la contestazione. I soldi, quei soldi, servirebbero a ripagarla dal sacrificio impostole dall’unione: aver dovuto “sacrificare” il lavoro di attrice alla famiglia.

Un costo che si somma al beneficio per Berlusconi di liberare tempo, grazie all’impegno casalingo di Veronica, per i suoi affari e poi, sempre grazie all’attitudine della ex moglie, alla sua riservatezza e, presumiamo, anche alla sua beltà, di aver fatturato politicamente l’immagine di una famiglia coesa e felice, oltre che esteticamente a modo.

Ora noi dobbiamo dirlo chiaro: la simpatia per Veronica non è negoziabile. “Ciarpame senza pudore” definì il contesto anche umano nel quale suo marito sosteneva la funzione del capo del governo. Una pronuncia che ha costituito la prima vera crepa del berlusconismo. Eppure questo conteggio della bellezza, e anche della felicità o dell’infelicità, sembra un pochino fuori luogo. Che Veronica non sapesse di Silvio, dei suoi piaceri, del suo lifestyle? Dubitiamo. Ogni rinuncia ha un costo, e sono le donne prima e più degli uomini, a dover affrontare il doloroso bivio del lavoro oppure della famiglia. Ma in genere la scelta è dettata da motivi opposti. Sono i pochi soldi che obbligano alla rinuncia, invece nel caso in esame sono stati i soldi, fin troppi, ad aver messo Veronica con le spalle al muro: sposare il tycoon della Brianza, vivere nell’oro massiccio ma chiusa in casa invece che calcare da nubile il palco dei teatri d’Italia. Conteggiare poi la felicità (anche sessuale?) indotta al partner e lo sfruttamento intensivo che quest’ultimo per fini politici o di affari ha fatto della sua figliolanza non appare, a prima vista, granché utile né elegante. Dei soldi, sui soldi, con i soldi la vita di Silvio Berlusconi è lastricata. E Veronica, nei 23 anni di comunione, avrà assaporato forse più dispiaceri che piaceri. È certo dunque che lei, al contrario di lui, sa che i danè non sono tutto, che la felicità non si acquista a peso e che i figli, quand’anche facoltosi per nascita, non sono fatti di oro zecchino. Carne, sangue e forse persino lacrime. Veronica, se possiamo permetterci, pensi al resto che ha ritrovato.

da: ilfattoquotidiano.it

Lasciamo cascare dalla tavola 1,3 miliardi di tonnellate di cibo acquistato, magari anche cotto ma non consumato. Grazie ai soldi spesi, alcuni miliardi di euro, trasferiamo il cibo che abbiamo comprato nella busta dei rifiuti. Spenderemo un altro pacco di soldi per portarli al termovalorizzatore. Che brucia ma inquina. Per difenderci dall’inquinamento prodotto dai gas derivati dalla bruciatura del cibo che abbiamo acquistato, forse anche preparato ma non consumato, dovremo investire un altro bel po’ di pacchi di euro.

Usando i piedi al posto della testa possiamo allargare il perimetro del nostro pensiero: se c’è più mafia o anche solo criminalità comune, ci saranno più occupati nelle forze dell’ordine, e quindi più sicurezza.

La logica non fa una piega.

Finora nessuno ha detto che non siamo noi ad essere razzisti ma loro a essere neri. Ma non c’è da disperare.

da: ilfattoquotidiano.it

La mia paura è giungere – per paura – al punto in cui è precipitato quel cittadino bianco di Macerata, il luogo del raid razzista, che a Goffredo Buccini del Corriere della Sera ha dichiarato: “Non si spara così, poteva piglia’ qualcuno”.

L’abisso dei sentimenti si raggiunge in un tempo più breve di quanto possiamo prevedere o augurarci. E’ spinto dall’ignoranza che genera la paura, dalle parole che producono ignoranza e dalle decisioni pubbliche che investono sull’ignoranza e sulla paura per profittarne.

Si fa profitto se la grande migrazione, a sua volta figlia della paura (della guerra, della fame, della violenza), invece che essere accompagnata da azioni positive è lasciata molto spesso nelle mani di organizzazioni ugualmente illegali perché il destino degli ospiti (39 euro al giorno) non è controllato, governato, gestito. Lasciarli bivaccare per strada o accompagnarli nell’impegno di un qualche servizio sociale, non è un obbligo né un obiettivo. Come non lo è trasmettere il sapere, che non è solo la conoscenza della lingua italiana ma anche l’alfabetizzazione sui diritti e sui doveri. Il fatturato si espande quando questa gente, più esposta a ogni tipo di richiesta anche illecita, viene lasciata senza alcun controllo e la sanzione della legge verso chi delinque si assottiglia fino a divenire invisibile.

Coloro che legiferano, organizzano e dispongono riutilizzano le loro inadempienze a fini elettorali. La destra, per esempio, ha governato almeno la metà nell’ultimo ventennio, e sulla paura, che ha prodotto ha poi fatto profitto elettorale.

Essendo la paura contagiosa, più paura significa più voti. Il contagio è come un chicco di grano. Il seme va in terra e poi si fa spiga.

Dobbiamo avere paura della nostra paura, perché l’abisso razzista è a un passo da tutti noi.

da: ilfattoquotidiano.it

A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca? domandava don Lorenzo Milani.

Domanda porta domanda.

“A che serve essere Vittorio Sgarbi se poi finisci come Vittorio Sgarbi a pietire posti in lista, assessorati ovunque e divenire un questuante politico petulante e ossessivo?”.

“A che serve essere Carlo Cracco e poi fare la pubblicità alle patatine Pai?”

“A che serve fare il prete e poi chiudere la chiesa alle 13, come don Michele Babuin, parroco della Santa Maria della Pace a Torino, “perché qui rubano anche le candele”?”

“A che serve essere Padre Pio e poi ricevere la visita di ringraziamento di Clemente Mastella perché sua moglie Sandra Lonardo è stata ricandidata in Forza Italia?”.

Allungate a vostro piacimento la lista delle domande.

Se non ve la sentite, provate con le risposte.

da: ilfattoquotidiano.it

C’è sempre bisogno di spiegare la legge, soprattutto a chi la scrive. Pensate a come deve sentirsi oggi l’onorevole Maurizio Lupi, il cui entusiasmo nel ritrovare l’indirizzo di Berlusconi, per sbaglio dimenticato in un cassetto del ministero delle Infrastrutture al tempo del suo governo con Renzi, è stato davvero fuori dal comune. Lupi oggi è un cencio,  sconvolto da un adempimento di una norma della legge elettorale, il Rosatellum, a cui lui stesso aveva fattivamente contribuito, che lo mette momentaneamente fuori dalla campagna elettorale.

Diciassette candidati lombardi cassati da un giudice perché non hanno rispettato le regole sull’apparentamento. “Abbiamo anche chiesto agli uffici del ministero dell’Interno preventivamente cosa fare”, ha detto parecchio incavolato. La cocente amarezza di Lupi, a cui auguriamo ogni fortuna, deve aprire finalmente uno squarcio di verità sul diritto e sul rovescio. Per esempio: siamo così sicuri che il Jobs act abolisca l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori? Potrebbe darsi bene che lo stesso Lupi, o magari un suo collega legislatore, dichiari di non ricordare. E se il legislatore non sa o non ricorda, la legge resta valida o si prosegue in deroga?

Badate che non è la prima volta che accade il qui pro quo: ai tempi del suo primo ministero il leghista e statista Bobo Maroni confessò di aver approvato nel consiglio dei ministri una legge contro i magistrati a sua totale insaputa. Nel senso che aveva letto e non aveva capito. E se Maroni, che è un’aquila, non capì allora, perché pretendiamo che Lupi capisca adesso che diavolo ha combinato col Rosatellum? E se Lupi, che pure è di pronta intelligenza, non domina quel che è nel suo talento, perché far credere a Renzi e a tutti gli altri che questa legge elettorale ci porterà all’inciucio? Per caso c’è scritto inciucio? E come dar torto, volendo spaccare il capello in quattro, ai volenterosi giovani, alcuni fascisti anche embè? e un po’ razzisti, embè? di CasaPound, che la Costituzione condanna sia il fascismo che il razzismo? A parte che i Costituenti sono tutti o quasi scomparsi e pace all’anima loro. C’è per caso un ufficio del ministero dell’Interno che spiega la Costituzione a Casa Pound? E c’è un ufficio che spiega al candidato Paolo Siani, fratello dell’indimenticato Giancarlo, vittima della camorra, che gli “impresentabili” contro cui giustamente s’accanisce sono collegati al suo nome, nella stessa lista di cui egli fa parte, nella stessa città dove egli abita?

La legge, prima di interpretarla, andrebbe spiegata innanzitutto a chi l’ha scritta.

da: ilfattoquotidiano.it

La signorina Alessia D’Alessandro vive a Berlino ma è di Agropoli, provincia di Salerno, e si candida con i Cinquestelle nel collegio uninominale del Cilento. Ha ventotto anni, un’ottima laurea e un master, conosce le lingue, lavora in un ufficio studi collegato alla Cdu, il partito di Angela Merkel. Al Movimento, sempre in debito di competenze alte, non è parso vero di lavorare con la fantasia e portarla di peso nell’ufficio della Merkel. Così Alessia è divenuta “staffista” della Cancelliera, cioè figurativamente membro dello staff . Quelli del Pd, ugualmente in debito di competenze alte per il fatto che il candidato designato nel collegio è Franco Alfieri, noto alle cronache per essere il re delle fritture di pesce (fritturista?) si sono rasserenati quando hanno saputo che la D’Alessandro più che un’economista è un’addetta al marketing, quindi non staffista ma forse addirittura stagista.

Nel prosieguo dell’esame della biografia della candidata c’è stato pure chi s’è chiesto – forse perché un competitor milanese del centrosinistra, Mattia Mor, è stato tronista: e se fosse solo una sciampista?

Della vicenda l’unico che ne esce bene è il suffisso: statista, stagista, sciampista, tronista, forse elettricista, ferrista, schiavista, razzista o anche dentista. Il resto della questione (è per caso comunista, socialista, centrista, fascista, populista, qualunquista?) è noia.

da: ilfattoquotidiano.it

Certo, l’ammiraglio già affondato fa storia a sé, rientra di diritto nel meglio che lo spassoso teatro della politica potesse offrire a noi spettatori. Come la sposa sull’altare, Rinaldo Veri, stratega militare già in forza alla Nato, si è ricordato di essere consigliere comunale nella sua Ortona per un partito diverso dai 5stelle un minuto dopo aver annunciato la sua candidatura al Parlamento con i 5stelle. Il fantastico dietrofront allunga la sfortunata casistica di quella che a Roma si chiama pischellaggine, forma mediana tra ingenuità e incapacità di cui Luigi Di Maio sembrerebbe portatore sano.

Bisogna pure annotare, tra le bizzarrie, che a Firenze, contrapposto a Renzi, viene schierato l’avvocato Nicola Cecchi, fino a un anno fa non solo del Pd ma sostenitore determinato e pubblico del Sì al referendum costituzionale renziano: “Sono stufo del no, del niet, del non si può fare”, scriveva il nostro.

Eppure i naïf a Cinquestelle hanno fatto un lavoro di scavo nella società civile più accurato dei loro competitori. E la partita tra dilettanti e professionisti, tra urlatori e competenti, sembra incredibilmente a favore dei primi. Leggi tutto

Trova le differenze. Quali sono, per esempio, quelle tra Potere al popolo ed Emma Bonino? Facile: i primi sono rivoluzionari e di sinistra, la seconda è leader di un movimento radicale e liberale. I primi non si sono coalizzati, la seconda invece ha scelto di allearsi col Pd. I primi sono quasi sconosciuti, senza radicamento sociale se non in alcuni settori, modesti, della società; la seconda è tra i volti più popolari d’Italia, apprezzata per le sue battaglie civili e politiche. Non parliamo poi delle differenze dei nostri concittadini militanti comunisti con Beatrice Lorenzin, ministra della Salute e condottiera del Fiore petaloso, il simbolo di Civica Popolare, il nuovo raggruppamento, moderato ed equilibrato che tiene legato ai valori centristi il carro del Pd. Inutile poi illustrare quelle tra i compagni rivoluzionari e Denis Verdini, leader di Ala, o Roberto Formigoni e Maurizio Lupi, di Alternativa Popolare, eccetera eccetera.

L’ultima delle differenze che separa Potere al popolo con tutti gli altri candidati è però la più rilevante: i primi hanno raccolto le firme per presentare la propria lista e gli altri no. “Un numero mostruoso” disse la Bonino denunciando l’inghippo antidemocratico che avrebbe costretto lei a non essere presente sulla scheda elettorale. “Addirittura ora servono il doppio delle firme rispetto alle scorse elezioni, fissate a 25mila”. Fu scandalo nazionale e grazie alla generosità di Bruno Tabacci, democristiano altruista e detentore di un simbolo in Parlamento che lo autorizzava all’esenzione della raccolta, la nostra eccellente, popolarissima Emma, e con lei esponenti di ogni altra risma politica, sono oggi presenti sulle schede elettorali al pari di Potere al popolo che ha dovuto trovare 52mila sottoscrittori, e autenticare con un notaio, collegio per collegio, l’identità di ciascuno di essi.

Potere al popolo è riuscito dunque dove altri non hanno nemmeno immaginato di tentare.

In questa orrida democrazia del clic rendiamo onore al potere della passione, della militanza, della suola della scarpa.

da: ilfattoquotidiano.it

Chi non conosce Barbara D’Urso? Il suo salotto televisivo è così ambito che non c’è personaggio o personalità da rifiutare l’intervista e spiegare agli italiani, per il suo tramite, il valore della propria esperienza, le capacità, i successi che ha conquistato, le promesse che si sente di offrire, le idee che ha in testa. Merito della D’Urso logicamente. La quale riesce sempre a ottenere ciò che ogni bravo giornalista vorrebbe rubare all’intervistato: la verità. Anche a costo di farlo lacrimare.

Nella foto che ha pubblicato un frequentatore professionista di twitter, l’ottimo @menesbatto, si evince come la postura dell’interrogante, la posizione cioè del corpo umano nello spazio e le relative relazioni tra i suoi segmenti corporei, assuma un ruolo decisivo nello svolgimento del colloquio con tre illustri politici (Berlusconi, Renzi e Di Battista) costretti a dire tutta la verità e solo la verità.

Sentiamo di escludere una più facile ma rozza interpretazione sulla via geometrica al giornalismo (l’angolo di inclinazione eccetera), ma di segnalare come sia decisamente performante il giornalismo posturale, schiena sempre dritta come potete vedere. La prossemica, che è una scienza, studia la comunicazione non verbale. E il combinato disposto determina il successo di chi domanda e il piacere di rispondere di chi governa o governerà.

da: ilfattoquotidiano.it