A Napoli dicono tric trac. Nei palchetti sganasciati dei quartieri popolari anche tricchete e tracchete. Lui, che è nato nelle vicinanze della bocca dell’Etna, e lì ha la vigna, i cani, i mandarini e la scienza esatta del suo talento politico, annuncia: “Il mio governo sarà una moschetteria”. Assessori come fanti col dito sul moschetto dei regolamenti e delle leggi: provvedimenti a raffica, bonifiche, sanatorie, appalti, urgenze adempiute. Saranno fuochi d’artifici e vedremo finalmente lo spettacolo del buon governo.

E IMPRESENTABILI ridotti a “scassapagghiari”, ladruncoli di paese. Insomma: microcriminalità politica. Nello Musumeci, il fascista perbene, l’uomo d’ordine che conosce i bisogni della gente è il vincitore ed è fermo sul ricordo: “Ho guardato negli occhi Berlusconi e gli ho detto: io nomino, io scelgo. O così, o mi dimetto”. Fiducioso, volitivo, pragmatico. Nulla a che vedere con Rosario Crocetta, l’uscente neomelodico, l’affabulatore e il narciso che ieri, via sms, ai giornalisti comunicava: “Tra quattro ore termina il mio voto di castità”. O ringhiava: “Il Pd voleva ammazzarmi e ha finito col suicidarsi”. No, Musumeci è disciplinato come un tedesco, sobrio, asciutto nel fisico, determinato: “Questa vittoria la dedico ai miei tre figli (uno dei quali purtroppo è deceduto), ai figli della Sicilia e a tutti i siciliani”. A Palermo è giunto con le tenebre, e lo attendeva il capo moschettiere Gianfranco Miccichè, ieri suo indubitabile nemico, che si è molto congratulato: “Avrò pure il diritto di consigliargli qualche assessore? Poi certo, lui sceglie”. E Vittorio Sgarbi, teatrante di prima grandezza e vice moschettiere: “L’assenza del mio movimento, Rinascimento, dalla corsa elettorale è stato decisivo per la vittoria di Musumeci. Sarò suo assessore alla Cultura”, etc etc. Leggi tutto

Salvatore Cardinale, detto Totò, vive e opera a Mussomeli. Ha 69 anni, di cui cinquanta devoluti alla politica. È stato deputato e ministro. Sua figlia Daniela ha ereditato lo scranno ed è nel Pd. Lui per tenersi in forma si è fatto una lista personale, Sicilia Futura. Conosce così bene i suoi elettori che è in grado di contare i voti ancor prima dello spoglio.

Questa è una intervista predittiva. Io le dico una città e lei fa la conta. Alcamo.

Tremila voti a me.

Catania.

Trentacinquemila.

Vittoria.

Avevo un buon candidato che però poi si è messo col Pd. Con lui avrei fatto tombola.

Vittoria, stia sui numeri però.

Trecento.

Petralia Sottana. Leggi tutto

Guardaloo, puntalooo, non indietreggiare, non avere pauraaaa”. L’hanno cercato a Brescia il nuovo mister, un quarantenne gladiatore che al campo d’allenamento di Paduli, dodici chilometri dal centro città, sta frustando i calciatori scoraggiati del Benevento, undici sconfitte su undici incontri disputati, quattro gol all’attivo, ventinove al passivo, il peggio possibile in Serie A di tutti i tempi. Benevento è la prima città italiana a impatto zero. E se domani le cose andranno come purtroppo ci si aspetta (trasferta torinese per incontrare la Juve) saranno dodici su dodici le sconfitte, mai visto niente di simile nemmeno in Europa a meno che non si scorra l’album della storia e si scomodi nel lontanissimo 1930 la catastrofica serie negativa del Manchester United che appunto domani dovrebbe essere eguagliata.

LA CITTÀ DELLE STREGHE ha selezionato il nuovo allenatore, Roberto De Zerbi, puntando tutto sui miracoli della omeopatia. Il nuovo mister è reduce da uno spicchio di campionato svolto l’anno scorso agli ordini del patron del Palermo Zamparini, il fantasmagorico presidente mangia allenatori. Sette partite disputate, sette perdute. Licenziato. Ma a Benevento Marco Baroni, il mister predecessore, stava facendo peggio: ko in nove incontri su nove. Quindi in panchina De Zerbi, all’attivo solo sette sconfitte di seguito, che finora ha perduto nel Sannio solo altre due partite e guarda al futuro con la temerarietà del fante in trincea: “Più che alla Juve dobbiamo pensare alla gara successiva, quella col Sassuolo. È lì che ci giochiamo la dignità. Perché se servo rimango, altrimenti vado via”. Leggi tutto

Forconi o forchette da tavola?

Intuisco dove vuole arrivare. Il pregiudizio, se non il malanimo del suo giornale, è tale che oggi vi viene facile dipingerci come collaterali alla Casta. Ma si sbaglia in un modo grandioso.

Di grandioso, Mariano Ferro, c’è solo la sua sfida alla impenetrabilità dei corpi. Dieci anni fa lei, imprenditore agricolo di Avola, capeggiava la rivolta dei padroncini, degli artigiani, del ceto medio di provincia. Incendiava la Sicilia, la bloccò ostruendo il passaggio navale dello Stretto. Inneggiava alla ribellione con i Forconi. Oggi sta nella lista di Lombardo e Saverio Romano a sostegno di Nello Musumeci governatore: il centro del centro del centro. Democristianeria pura.

Vero, abbiamo subìto un arretramento visivo. Tenga conto però che il nostro movimento, nato per sovvertire le cose, ha dovuto fronteggiare due emergenze: i soldi, perché ci autofinanziamo e noi siamo lavoratori e dobbiamo ogni giorno tirar fuori dal nostro portafogli le finanze che servono per fare politica (quegli altri sanno dove prenderli.)

Seconda emergenza?

I cretini al nostro interno. Troppe teste calde, troppi cretini.

La mamma dei cretini è dei Forconi?

Le dico che ci sono stati troppi guastatori. Leggi tutto

Non c’è un centimetro dell’isola che non abbia la pancia gonfia di rabbia, urlata o respinta nelle viscere. E i marciatori della rabbia, i vessilliferi della rivolta e del disgusto davanti alle macerie del trasformismo e del malaffare, ma anche della cretineria di Stato, sono però gli unici ad avere volti sorridenti. Non assomiglia allo sbarco teatrale del leader di cinque anni fa, la grande nuotata nello Stretto, coast to coast. A dirla tutta è una marcetta approssimata e caotica, organizzata alla meno peggio, con i giornalisti a inghiottire un Beppe Grillo sofferente per l’influenza, il quale devierà, dopo il primo chilometro insieme al candidato Giancarlo Cancelleri e al suo mentore Luigi Di Maio (solo Alessandro Di Battista resisterà un altro po’) verso lidi più remunerativi.

Ma la presa di Catania, città chiave della Sicilia che produce, è obiettivo tuttora incerto ma finalmente possibile. Città e campagna, depressione e urbanizzazione, ceti alti e ceti bassi. I 5stelle siciliani sono forti in modo omogeneo. Perché? Perché – malgrado i guai romani, la multa di Torino, la goffaggine istituzionale, la precarietà della sua classe dirigente – i 5stelle confermano il monopolio dell’opposizione e si attestano a un alito di vento dal centrodestra che propongono Nello Musumeci, il candidato favorito?

UTILE PARTIRE da Messina, la “città-babba”che quattro anni or sono si ribellò al potere immutabile dei padroni delle ferriere – i Genovese (che ora hanno in lizza il pargolo, nello schieramento però opposto al loro precedente) e i Buzzanca – e chiamò al municipio il sindaco scalzo Renato Accorinti. “Ricordo come fosse ieri. Sebbene non l’abbia votato, e oggi dico per fortuna, la sera delle elezioni si trasformò in una enorme festa di popolo. Il municipio fu assaltato, sembrò la rivoluzione. Poi il nulla. Da quel giorno il nulla. Non un’idea, un progetto, un fatto. Solo parole”, ricorda Milena Romeo, organizzatrice di eventi culturali. Non un evento e nemmeno una strada, una piazza, un parco giochi. Disastro. Leggi tutto

Regionali Il segretario dem scende dal treno e va qualche ora a Catania:

discorso lampo per il candidato-rettore, i soliti selfie e soltanto cento persone in un hotel del centro

L’incertezza, perché di contrasto non si può parlare, è sulla frazione di minuto. Matteo Renzi, secondo accaniti osservatori etnei ieri accorsi in sala, ha presentato la candidatura di Fabrizio Micari, il professore-rettore ora candidato alla guida della grande Sicilia, in tre minuti e mezzo netti. Altri giurano che abbia sforato i quattro minuti. Le divergenze si fanno più fitte sul tempo impegnato dal segretario per concludere il suo primo (e sembra unico) intervento pubblico nell’isola: solo tre minuti e venti secondi per alcuni, una performance addirittura migliore di quella appena mostrata. Si sarebbe infatti tenuto sotto di dieci secondi alla già notevolmente stringata introduzione; altre fonti riferiscono invece che nella curva finale del discorso si sia lasciato un po’ andare, e abbia sforato, nell’imprevisto prolasso lessicale, il tetto dei 5 minuti.

I cento spettatori presenti ieri a Catania (assente però il sindaco Enzo Bianco), escludendo dal conto la numerosa troupe dell’informazione, sono stati testimoni del più breve spettacolo della storia della politica. Merito di Renzi e anche di Micari che da uomo prestato alla contesa, ingegnere misurato e sognatore, viaggia su altre lunghezze d’onda. Ha infatti coniato per sé uno slogan lontano dalle tradizionali connessioni sentimentali siciliane: “La sfida gentile”.

DI GENTILEZZE, in questa zuffa elettorale silenziosa ma feroce, se ne sono viste poche e di volti felici neanche l’ombra. “Abbiamo contro i nemici della cuntentizza”, ha detto il rettore traducendo nel linguaggio popolare locale il noto motto sui “gufi”. E infatti Renzi ha apprezzato molto: “Bella questa locuzione: la cuntintizza”. Il centrosinistra non è felice e infatti il segretario ha avvertito: “Ricordate sempre che il 6 novembre potremmo ritrovarci con un presidente che dovremo poi tenerci per cinque anni. Lo dico ai compagni della sinistra, ai calcoli che si fanno e spesso si sbagliano, e lo dico anche – dal momento che quest’isola ha un’anima democristiana – agli amici che ancora fanno valutazioni. Micari ha dalla sua l’onestà e la competenza. Chi altri ce le ha?”. Cancellieri e Musumeci sono i due cognomi, il primo grillino il secondo di destra, che appaiono purtroppo sempre nelle posizioni di testa dei sondaggi. “No, non è così. Ne ho fatto fare io uno che conferma le mie previsioni: siamo e restiamo tra i favoriti”. Così Micari, quando però Renzi era già andato via, salutando la Sicilia nel breve giro di un pomeriggio neanche inoltrato. L’aereo di linea è infatti atterrato all’aeroporto di Catania alle 14.50 ed è decollato alle 17.30. Il tempo di giungere in città, dieci minuti per i selfie, 35 minuti per le televisioni, sei, purtroppo solo sei per Micari. E poi ciao.

È sembrato un viaggio della penitenza nel solco di altre visite che in questa settimana hanno occupato le cronache. Renzi, diversamente dal presidente della Lazio Claudio Lotito, non si è fatto scappare di bocca “Famo ’sta sceneggiata” alla vigilia del suo incontro in Sinagoga per via dell’oltraggio antisemita della indomita cellula razzista della curva laziale, ma ieri proprio un po’così è sembrata. Una maxi photopportunity sicula a cui uno svogliatissimo Matteo si è prestato. Vero, la Sicilia, in senso proprio e metaforico, è un guaio. Guaio politico perché il Pd e il suo rettore sono realmente candidati a una sconfitta bruciante. Guaio geografico, culturale, economico e sociale perché la campagna di ascolto del leader nazionale, ingaggiata attraverso i binari d’Italia, deve arrestarsi alle porte di Reggio Calabria. Il treno di Renzi non saprebbe infatti dove andare in Sicilia. Ad Agrigento forse? Lì non c’è il treno e neanche le strade. Uguale ad Alcamo, uguale a Caltanissetta e a Trapani. “È un grande problema – aveva detto il segretario prima di salutare – il ministro Delrio ha investito tanto nelle infrastrutture che ancora non si vedono perché siamo agli inizi”. Siamo agli inizi?

IL TRENO DI RENZI no e anche il corpo del fiorentino è parso un’apparizione in una città distratta dai fatti suoi. Non un manifesto, né uno straccio d’annuncio per gli iscritti e simpatizzanti che qui a Catania sono più numerosi che altrove non fosse altro perché il capolista locale, Luca Sammartino, ingaggiato nei mesi scorsi nel mondo parallelo dell’Udc, è un portatore di voti di primo livello.

Tutto ieri si è consumato in sordina, in una sala minuta di un albergo del centro, senza sfarzi e senza sorrisi. Del resto riempire il salone della fiera alle Ciminiere, il luogo dove la politica a Catania si misura e si conta, è un’impresa non a portata di mano. Ci aveva provato, all’inizio della campagna elettorale, proprio il professor Micari. La kermesse si trasformò però in un vuoto tecnico, tanto che Mario Barresi, cronista de La Sicilia, dovette annotare nel taccuino non più di trecento in sala. Ieri la sosta tecnica renziana ha eliminato anche questo problema. Micari, comprensivo: “Ha tanto da fare, la settimana prossima vola da Obama”. Fiducioso però: “Convengo con lei che sono partito basso, ma adesso il volo è spiccato, noto simpatie e sorrisi ovunque. Il consenso non manca”.

Il candidato è anche innamorato e l’altro ieri si è pure sposato: “Ho pensato: se il 6 novembre vinco vorrei che iniziasse anche con la mia compagna una nuova, rinnovata storia d’amore. Ho tolto solo un’ora alla campagna elettorale e ho infilato l’anello all’anulare”.

Da: Il Fatto Quotidiano, 28 ottobre 2017

Sono le tre del pomeriggio e aspetto il turno alla segreteria politica di Luca Sammartino. Venti persone prima di me, sperando che l’onorevole non venga trattenuto al bar, dov’è andato per un caffè tonificante e ha trovato altri amici da compulsare. “Ma ci mancherebbe, carissimo”.

Dovere e piacere di incontrarla.

Le avevo chiesto domande scritte perché appunto io salto da un incontro all’altro. Proprio non ho tempo, con tutto il rispetto per la stampa. Scusa cara, allora metti Salvo in quella di mezzo.

Quella di mezzo?

La stanza di mezzo. Ho più incontri contemporaneamente. In questo modo tento di accelerare le visite e i colloqui.

Sarà il candidato più votato del Pd a Catania. Un bel colpo per Matteo Renzi, l’ha pescato dall’Udc che, come si sa, è tradizionalmente il top player siciliano.

Ho fatto un percorso politico insieme all’amico Davide Faraone.

Prima aveva fatto il percorso insieme all’amico Lino Leanza dell’Udc.

La politica evolve e la mia è una condizione felicissima.

La sua famiglia possiede l’Humanitas, cliniche molto ben accorsate e anche rispettate dalla politica.

Siamo lavoratori. La ricchezza, come lei dice (e nemmeno è poi vero) ci deriva solo dalla fatica e dalla reputazione che ci siamo costruite nel tempo. Io sono odontoiatra.

Fa anche l’odontoiatra?

Esercito? Mi trova sempre in studio con i pazienti. Leggi tutto

“Quindi cosa abbiamo fatto di male? Abbiamo scelto di candidarci con Forza Italia. In realtà avevano chiesto la disponibilità a me, ma da poco mi sono trasferito al Nord. Ho pensato che fosse una cosa buona per mia sorella Martina perché ha 32 anni e ancora non lavora. Magari si entusiasma con la politica, si fa venire una passione in testa. Sta sempre in casa…”. Il papà di Antonio Guarascio si chiamava Giovanni ed era un piccolo imprenditore edile. Case a nuovo, cielo terra. Costruiva per gli altri e venne il giorno che decise di farla per sé. Era il 1989 e stipulò un mutuo per 40 milioni di lire. Riuscì a pagare le rate regolarmente alla Banca Agricola di Ragusa fino al 2001, poi iniziò a rallentare. Con la crisi del 2009 il lavoro si diluì fin quasi ad annullarsi e anche le sue rate iniziarono a farsi insolute. A Vittoria, la sua città, un numero spropositato di famiglie come quella di Giovanni si videro recapitare il decreto ingiuntivo, infine chiamate alla resa con l’asta pubblica.

GIOVANNI scelse di ribellarsi alla violenza di un sistema che affamava per due soldi. Si diede fuoco il 14 maggio 2013. Il suo suicidio fece rumore e vergogna al punto che il Movimento di Grillo, che dall’operazione finanziaria avrebbe ottenuto un cospicuo utile netto elettorale, decise di ricomprare ai Guarascio la casa intanto venduta all’asta. A gennaio dell’anno scorso Giancarlo Cancelleri, accompagnato da Di Maio e da Di Battista, consegnarono un assegno di 30 mila euro, soldi del tesoretto che i cinquestelle siciliani hanno in verità ricavato alleggerendo le proprie buste paga di deputati regionali (gli uscenti sono 14). La moglie di Giovanni e i suoi tre figli ringraziarono e li abbracciarono. E tutta la stampa ne parlò, e vennero le televisioni. E furono lacrime e sorrisi. E denunce di quella macelleria sociale che aveva restituito a una società già povera una nuova classe di diseredati. Oggi, però, Martina Guarascio, salvata dai 5Stelle, si è candidata con coloro che i suoi salvatori ritengono gli affamatori politici dell’isola. Martina è divenuta improvvisamente berlusconiana: vota e fai votare Guarascio. “Ci dicono che siamo stati irriconoscenti, ma non meritiamo questa accusa né le altre cattiverie che su facebook i nostri compaesani hanno scritto”. Martina – seppur candidata – è invisibile e irrintracciabile. “Parlo io per lei”, dice Antonio. “Ai 5stelle avevamo chiesto alle scorse Comunali di Vittoria se magari uno della famiglia potesse essere messo in lista, ma Cancelleri ci disse che non era opportuno. A quel punto ci siamo sentiti liberi di accettare altre offerte, io sono stato anche segretario dei giovani di Forza Italia di Vittoria, quindi…”. In Sicilia la candidatura è un traguardo notevole e praticabile in ogni direzione. Nelle scorse settimane flussi migratori hanno svuotato le liste di Alleanza Popolare, il partito di Alfano, stella cadente del firmamento siculo, per svernare nell’Udc di Lorenzo Cesa, scomparso dalla vita politica nazionale ma rimesso in vita – a sua insaputa – dalle nuove necessità dell’isola. Alfano ha voluto maritarsi con Matteo Renzi, matrimonio che rischia di procurargli guai serissimi. “Ritengo che la sua formazione abbia difficoltà persino a raggiungere il 5%, la soglia di sbarramento per entrare a Palazzo”, commenta Nenè Mangiacavallo, deputato ai tempi dell’Ulivo, gran conoscitore del malaffare in sanità e oggi osservatore della sterminata platea dei trasformisti che, insieme ai cosiddetti impresentabili, formano il pacchetto di mischia centrale, il centro di gravità permanente della contesa.

“QUI È TUTTO un bisogno, è sempre un bisogno”, dice Mangiacavallo. La società del bisogno si incontra di prima mattina al Cup, il centro unico per le prenotazioni, di un ospedale a scelta, uno qualunque. Siamo andati in quello di Ribera, paese noto per le sue arance. Cardiologia: appuntamento non prima di sei/otto mesi, di una risonanza magnetica meglio non parlarne, delle visite specialistiche Dio ce ne scampi e liberi. La tragicità della situazione è tale che allo sportello il signor Alfonso, con una salute già compromessa, supplica di essere visitato da un urologo: “È già la quarta volta che vengo, ho subìto tre interventi chirurgici. Io muoio se non mi faccio visitare”. L’impiegata: “Per l’urologia può invece venire il 30 ottobre”. Alfonso, abituato ai tempi della sanità siciliana, si fa paonazzo: “Il 30 ottobre? Un anno per farmi visitare? E io tra un anno sono morto!”. Gli astanti in fila l’hanno dovuto scuotere: “Il 30 ottobre del 2017, tra giorni”. “4 giorni?”, ha domandato giustamente stupefatto. Il bisogno intruppa gli elettori nei Caf e nei Patronati. Nel mondo del bisogno quotidiano nascono gli spicciafaccende che col tempo, se sono scaltri, si trasformano in collettori di voti. Ciro Palmeri dirige in paese quello delle Acli: “Facciamo assistenza e consulenza. Contributi previdenziali, assegni sociali, invalidità civile, ci occupiamo della nuova disoccupazione, soprattutto prepariamo le pratiche di accompagnamento, di pensione, i certificati Isee, la dichiarazione dei redditi”. Il bisogno, per durare nel tempo, dev’essere sospeso. Perciò qui tutto è precario, ottima selvaggina per i politici in caccia di prede. Gli 8 mila operai forestali regionali (che si aggiungono ai 20 mila del corpo ufficiale ora riunito in quello dei carabinieri), e l’esercito immobile dei lavoratori socialmente utili, dei dipendenti contrattisti, dei funzionari a tempo. A una precaria, l’assessora regionale uscente Luisa Lantieri, è stato affidato il compito di regolarizzare i precari. Tutto torna, e come sempre si tiene.

Da: Il Fatto Quotidiano, 27 ottobre 2017

“Finché regge questo cuore io vado”. Una tv, un dibattito pubblico, un mezzo comizio, una riunione accademica. Qualunque cosa fosse, lei diceva di sì. Amalia Signorelli ha conosciuto nella sua terza età una giovinezza e una passione che la trascinavano ovunque. E l’antropologia, proprio grazie ad Amalia, è divenuta una scienza meno misteriosa, e la politica, sempre grazie alla Signorelli, si è accorta che le argomentazioni, quando sono lucide, logiche, ficcanti, hanno il premio dell’ascolto. Perciò era spesso ospite della tv.

E QUELLA SUA VOGLIA, la capacità di dire pane al pane, di esercitarsi in un eloquio popolare ma non banale, di trasmettere passione nelle cose che diceva e per come le diceva, l’avevano già trascinata sul ring della scrittura. “Professoressa, un blog è come una finestra sul mondo. Lei scrive quel che le pare, come le pare e quando le pare”. La collaborazione col fattoquotidiano.it era intensa e proficua, tanto che la docente, da pensionata-casalinga, si trasformò presto in blogger d’attacco e nell’ultimo periodo in rubrichista di Millennium, il nostro mensile. E le sue parole, prima scritte, sono divenute pietre preziose per i conduttori di talk show sempre in cerca di personaggi nuovi, volti sconosciuti ma pensieri intelligenti da ospitare. “Ma con questo caldo che ci fa a Roma?”, le ho chiesto l’ultima volta che ci siamo sentiti, in estate, quando la Capitale ardeva e lei, cardiopatica, soffriva ancora di più. “Purtroppo non posso lasciare Roma, il mio cuore fa le bizze e non sono in condizione di spostarmi”.

Ieri ci ha lasciati.

Signorelli era una donna minuta ma colta, con un sorriso aperto e compiaciuto, pronta allo sberleffo come pure al giudizio più meditato e approfondito, sempre disponibile al confronto e pure alla polemica. Era stata discepola del grande etnologo Ernesto De Martino. Ordinaria a Napoli, a Urbino e infine a Roma, aveva lavorato e insegnato a Parigi (École Haute Etudes de Sciences Sociales) e all’università metropolitana di Città del Messico. I suoi studi più approfonditi sono sul tarantismo in Puglia, dentro la cornice ampia della ricerca sulle culture popolari.

OPPOSITRICE non di principio, ferma nelle sue idee (scelse come titolo della sua rubrica su Millennium “Non concilio”), battagliera, simpaticamente testarda nelle sue convinzioni, ha dato il meglio di sé e ottenuto una popolarità che durante la quarantennale carriera universitaria non aveva mai provato. Ferocemente antirenziana (“non lo sopporto proprio”), si è impegnata allo spasimo durante la campagna referendaria per il no alla riforma costituzionale. Ovunque la chiamassero, se la salute un po’ lo consentiva, correva. Una mia amica mi chiese di agevolarle il contatto: l’avrebbe voluta invitare a Matera. Ero certo che non avrebbe accettato. “E invece, sai, ha detto sì”.

Appena la salute glielo avrebbe permesso, aveva promesso.

Da: Il Fatto Quotidiano, 26 ottobre 2017

Trovatevi voi davanti a un burrone. Sarà il panico che vi farà gridare, vi darà la forza di sorreggervi e indietreggiare. Quando sarete salvi il panico farà posto alla paura, penserete a quel che stava per capitarvi e non è accaduto, per fortuna. Penserete al vuoto che vi stava prendendo. Il vuoto, per tre scrittori, è il nuovo mondo contemporaneo e ostile. In quel vuoto stanno perdendosi i loro figli e forse pure i nostri. Perciò – a distanza di qualche settimana –tre giornalisti, tutti e tre firme del Corriere della Sera, hanno licenziato altrettanti libri nei quali scrivono da papà piuttosto confusi, un pochino anche alienati, di certo stupìti della brutta piega che va prendendo il mondo.

ANTONIO POLITO per esempio (“Riprendiamoci i nostri figli”) non solo non capisce ma neppure si adegua. Fiorisce un ’educazione alla vita selvaggia, autoctona, provvisoria, instabile. Non parliamo di bon ton naturalmente, ma di sentimenti: educazione alla bellezza, al senso civico, allo studio, alla fatica, alla disciplina. Non c’è più autorità, lui dice. E ha ragione. La scuola diploma, non giudica e non seleziona. La politica è estranea a noi figurarsi a loro, la religione è assente, non è neanche tema di discussione. Cosa resta? Il telefonino, gli risponde Aldo Cazzullo (“Metti via quel cellulare”), che tutto tritura, sbianchetta, risolve nella dimensione dell’istante. È lo smartphone l’unità di misura della conoscenza e della connessione: il tempo limitato, parliamo di secondi, al massimo di qualche minuto, in cui le conversazioni si svolgono nel nuovo linguaggio digitale che Polito, da padre accorto, tenta di decifrare. Sono papà curiosi ma impauriti, e Pierluigi Battista (“A proposito di Marta”) racconta come stesse rinchiuso in una teca di vetro, sigillato nell’età perduta di chi ormai guarda la vita torcendo il collo al l’indietro, il nuovo stile, i nuovi modelli e anche i nuovi miti di Marta, sua figlia venticinquenne.

Tre libri che tre papà hanno scritto ai figli per parlare però di se stessi. Tre genitori impauriti dalla nuova religione civile giovanile, un individualismo progressivo e agnostico, che ora devono però provvedere a esaminare le ragioni del narcisismo degli adulti.

Resta insopportabile per ogni papà non riuscire a capire il proprio figlio. Ma è sempre stato così. E i nostri nonni allora? E i nostri papà? E noi? Oggi, rispetto a ieri, è però insopportabile anche l’impossibilità di misurare la profondità della rottura del mondo. Siamo costretti a segnare con la matita il miliardo di passi che ci separano dall’oggi, noi che siamo nati ieri. I giornalisti sono abituati a raccontare il mondo, a spiegare il corso degli eventi e anche a giudicarli. Indicando il bene e il male, il giusto e l’ingiusto. Il fatto è che ora, davanti alla prova di una modernità che sradica non solo le competenze e i mestieri, ma i linguaggi (e l’educazione alla vita! direbbe Polito), a noi papà non resta che riscoprire la paura, pensare ai nostri anni, a ciò che siamo stati e a quel che non possiamo più essere.

SARÀ PER TIMORE che la nostra biblioteca venga incellophanata e un po’ derisa, esattamente come il nostro sapere che è stato la nostra potenza e la speranza dei nostri genitori. In fin dei conti quel che ci scoccia davvero, anche più del timore di conoscere il volto del futuro che attenderà i nostri figli, è il fatto di non avere più una eredità da trasmettere. È il nuovo mondo, res nullius.

Da: Il Fatto quotidiano, 25 ottobre 2017