“La politica è una sostanza stupefacente”, dice lui. “Infatti noi siamo sotto metadone”, rassicura lei. Lui, il barese Francesco Paolo Sisto, e tra gli avvocati berlusconizzati il più resistente, vanesio e glamour, galvanizzato dagli eventi e dalla sorte. “C’è troppa fila alla porta di Silvio. Saremo comprensivi ma certo non possiamo accogliere tutti. C’è chi ha diritto ad avere un posto in tolda e chi – senza troppo amareggiarsi – deve accomodarsi sotto coperta. Il destino, le avversità e un pizzico di colpa lo hanno fatto giungere tardi all’appuntamento”. È iniziata l’estate dello sconforto, sono 300 i desperados in cerca di casa, i migranti economici della politica, senza tetto bisognosi di accasarsi.

“Siamo in braghe di tela ma questi sono i momenti dove chi mastica la politica capisce dov’è la trappola, dove si annega e dove invece ci si salva”. Cinzia Bonfrisco è una signora veronese ex del Biscione: “Berlusconi è come il pastore Jim Jones quando mandò felicemente al suicidio 900 suoi adepti facendogli credere che la morte fosse l’unica arma per raggiungere la felicità. Con le cifre dei sondaggi più favorevoli chi vuoi che si salvi? Lui e i famigli, la ristretta cerchia dei devoti. Ma gli altri? Dico di riflettere. Noi con Raffaele Fitto ci battiamo per un ricambio generazionale del centrodestra. Lì è la nostra storia ma lì le cose devono cambiare”.

Fino al 6 ottobre, data in cui si presenteranno le liste per le regionali siciliane e finalmente si capirà con gli apparentamenti dove sia la salvezza, i trecento migranti, parlamentari in esubero contando i cento che pure perderebbe il Pd, navigano in un mare di guai. Terrorizzati dall’idea che – di punto in bianco – del domani non vi sia nessuna certezza. L’avvocato Sisto, sicuro: “Il problema è che si sono mossi tardi, vediamo un po’ come organizzarci, magari con una quarta gamba del centrodestra”.

Cavolo, la quarta gamba? “Ma quella è una bad company, lì si sfracellano tutti”, urla Giuseppe Castiglione, alfaniano e raccoglitore di voti nella Sicilia orientale. “Dico, siamo matti? Se si va col proporzionale l’unica possibilità di ritornare in Parlamento è che Berlusconi ti piazzi capolista. Ipotesi assurda, no? Allora ti salvi solo se hai i voti. Chi starà al centro, chi resisterà con Alfano, vedrà il successo alla portata di mano. Basta essere radicati sul territorio. Angelino ha promesso che a settembre scenderemo in campo noi, il centro schiererà la formazione migliore, e vedrete quale forza saremo in grado di contrapporre sia a Renzi che a Berlusconi”. Leggi tutto

Alessandra Moretti è la decana degli sbalzati di sella. È colei che ha perso di più al tavolo da poker del Pd. È dunque titolata a parlare della genesi della disperazione in politica. “Prima cosa da sapere: se alla politica togli la passione, resta solo l’invidia e la cattiveria. Senza passione divieni più vulnerabile, e gli inciampi ti costano di più”.

I suoi inciampi sono stati terribili. C’è stato un periodo che sembrava veramente oggetto di una fattura maligna.

Esagerate sempre… certo ho vissuto momenti di difficoltà.

Il viaggio in India…

Non andiamo sui dettagli…

Ha buttato alle ortiche una fortuna. Oggi chi si dispera per farsi rieleggere deve ripensare a quel che le accadde.

Sta parlando delle 232mila preferenze alle europee?

Ecco.

Allo stipendione che ho lasciato e pure al vitalizio andato in fumo.

Le resta il seggio da consigliere in Veneto.

Ho fatto quel che mi chiedeva il partito.

Non era sazia, ma ambiziosa oltre misura. E in tv imperversava e la intervistavano su ogni faccenda dell’universo e lei sembrava sempre fuori tempo.

Parzialmente d’accordo. Ora scelgo io dove andare e parlo solo dei temi di cui mi occupo.

Era in segreteria nazionale. La politica è crudele.

Sono nella direzione nazionale e mi basta. Ho tenuto aperto lo studio legale perché so che verrà il tempo di fare con la manina ciao alla politica.

Volessimo chiederle come si fa?

A rialzarsi?

A morigerare l’ambizione.

Lei prende una parte e ne fa il tutto. È fazioso.

Lasciata con un pugno di mosche in mano.

Ripeto: è fazioso. Sono maturata, ho riflettuto sulla provvisorietà della politica…

Tutto passa: anche Renzi, anche il Pd.

Spero di no. E comunque resta la famiglia e il lavoro. Cioè la vita.

Da: Il Fatto Quotidiano, 28 luglio 2017  

Matteo sta male e anche Pippo non si sente più tanto bene. Il primo Civati faceva tandem alla Leopolda col primo Renzi. Tutti e due portati in palmo di mano. Poi Matteo prende il potere e caccia Pippo. Pippo si inalbera e fonda Possibile. Matteo perde il potere e Pippo perde la felicità.

Caro Civati, vi ha fregati il renzismo e vi sta fregando l’antirenzismo.

Non riusciamo a illustrare un intento distinto, autonomo. Dire dieci cose di sinistra, dieci propositi, realizzazioni, possibilità. Dieci ambizioni. Dopo la decima parola compare Renzi, dopo la quindicesima ecco D’Alema. Chi può ascoltare un soliloquio simile, che diciamo al bar? Parliamo di Pisapia?

Renzi sarà il passato, ma voi un po’ trapassati.

Ho dolore nel darle ragione, mi sembra un’analisi spietata e sincera. Avremmo bisogno di incardinare alcune idee, pensare al mondo che vogliamo e invece per conformismo politico e mediatico stiamo tutto il tempo a parlare di Renzi. Anche ora, anche quando Renzi è un po’ bollito.

Lei aveva utilizzato una parola volitiva e insieme vigorosa (Possibile) per chiamare il suo movimento. Ma il suo Possibile sta divenendo Improbabile.

La consapevolezza non mi manca, il guaio è proprio questo. Sentire su di sé il peso di una dissociazione cognitiva, uno scollamento tra noi e la società, capire che è esiziale e non riuscire a fermarlo.

Dispiace dirlo ma il declino di Renzi viaggia in parallelo al suo. Lui si indebolisce ma lei azzera le possibilità. Leggi tutto

marino-niolaÈ a suo modo un miracolo italiano e nel deserto attuale di opere e opportunità, consola, un po’stranisce e un po’soddisfa. Il miracolo della povertà che si fa ricchezza è il cibo che da scarto diviene gustoso, immancabile, indimenticabile a tavola. Primato invidiabile.

Marino Niola, almeno una delle tante questioni meridionali è stata affrontata e vinta.

Si può dire vinta. Ideologicamente vinta. Perché la cosiddetta dieta mediterranea, nata tra Acciaioli e Pioppi, sulle coste cilentane, espressione coniata dall’americano Ancel Keys, l’inventore della razione kappa, il kit di sopravvivenza giornaliera dei militari, è divenuta virtù sociale, stile di vita e in qualche modo rivalsa della società ritenuta più arretrata nei confronti di quella progredita.

Dieta è la parola delle nuove ossessioni.

È il mostro quotidiano che ci affianca, intimorisce e controlla. È la parola clou del nostro terrore interiore. In questo caso la parola, coniugandosi a un mare, si trasforma e da ossessione diviene redenzione, da crisi a opportunità.

La vittoria dei cibi scarni, misconosciuti, evitati dalle tavole ricche.

Da una parte la cicoria, le fave, la pasta, l’olio, il pomodoro, il pesce azzurro. Dall’altra i grassi vegetali del nord europa, le carni pregiate americane, i tagli di pesce preziosi. Mangiare ceci, se è stagione di ceci, o fichi, se l’estate è matura e declina verso il più mite settembre, non solo fa bene, fa star bene e rende felici.

Per una volta si può dire che il sud è andato a nozze coi fichi secchi.

Tecnicamente è così. Tra l’altro Keys mangiava proprio due fichi secchi a sera prima di addormentarsi.

La dieta mediterranea appare più un elisir di lunga vita, un reticolo di antiossidanti che spingono la nostra esistenza verso un domani lontano.

No, non è un barattolo di nutrienti che si acquista in farmacia. La rivoluzione è che questi prodotti, che pure hanno le qualità di aumentare il benessere, hanno trascinato una cultura e hanno contaminato altre zone del sud. E la dieta mediterranea da semplice coesistenza di bontà dell’orto di un minuscolo lembo d’Italia, si è trasformata nel più grande volano economico, contaminando nella ricerca dell’identità persa, della memoria altre zone, altre città.

La dieta mediterranea è fatturato pubblico, è Pil.

È così. Fattura milioni di euro grazie a una coscienza del mangiare attraverso i frutti della propria terra che è divenuta stile di vita, anche espressione culturale e spinta per una nuova coesione sociale. Non è un caso che l’Unesco abbia ritenuto patrimonio dell’umanità questa dieta e la Fao l’abbia raccomandata come la più economicamente sostenibile per i popoli di nazioni in via di sviluppo.

L’indigenza che si fa eccellenza e anche opulenza.

Esempio virtuoso di come una qualità naturale possa essere trasformata da cibo in costume e stile di vita e infine, senza mai annientarla, in risorsa strategica. Le osterie che cucinano prodotti poveri e con un gusto inimitabile sono oramai decine, le industrie di trasformazione e commercio fanno affari, persino l’humus culturale trova conforto e riparo. Il cibo, senza le ipertrofie culinarie degli chef stellati, si riscopre l’unico vettore che può veramente traghettarci verso la felicità.

Finalmente una buona notizia: la felicità senza il colesterolo di mezzo.

La cicoria può battere il branzino. Davide contro Golia, chi l’avrebbe mai detto?

E le fave guerreggiare con l’angus argentino e sbaragliarlo.

E il pane cotto?

E il grano arso? Professore, questo è davvero un miracolo.

Gliel’ho detto all’inizio, l’unico miracolo italiano dopo quello del dopoguerra.

La dieta meridionale.

Mediterranea.

Chissà che mangiando bene e vivendo di più i meridionali non possano riflettere meglio sulle altre cose da fare.

Piano piano anche l’alluminio anodizzato sta venendo sostituito, e i colori delle mura si ingentiliscono.

Lei pratica l’ottimismo di chi vuole andare a nozze con i fichi secchi.

Le nozze si sono svolte con successo.

Da: Il Fatto Quotidiano, 23 luglio 2017

luigi-grilloUn breve ma sentito elogio della furbizia, dell’occhiolino che si fa prece e pure dell’assegno in nero che rende lieve la fatica, serena la vita e soprattutto più paffutello il conto in banca. Dobbiamo alla coerenza di Luigi Grillo, politico navigatissimo, già senatore plenipotenziario berlusconiano, con un variegato e interessante curriculum giudiziario, la spigliata lezione tenuta in piazza giovedì scorso a Monterosso, la meraviglia delle Cinque Terre, sede del suo magistero. L’uomo ha ritrovato il piacere della libertà dopo aver sostato alcuni mesi nel carcere di Opera prima di soggiornare purtroppo da detenuto nel suo bellissimo casale di campagna che profuma di limoni e guarda il mare.

Grillo infatti, che ha subito una condanna (patteggiata) a due anni e otto mesi per corruzione (tangenti Expo), è intervenuto nella piazza del paese durante la presentazione del libro “Casa di mare, una storia italiana”, edito da Longanesi e firmato dallo scrittore spezzino Marco Buticchi, figlio di quell’Albino Buticchi, petroliere discusso, rifugiato in Africa per evitare procedimenti giudiziari.

Sull’amicizia col papà dello scrittore, e i ricordi della di lui tempra di industriale e dell’atletico approccio nell’affrontare il periglioso guado dei doveri fiscali, l’ex senatore ora non più recluso ha teorizzato la virtù delle “maglie larghe”: “Nel dopoguerra il Veneto era una palude ma grazie a questi grandi uomini che non rispettavano le regole fino in fondo, anzi sfruttando le “maglie larghe” e ricorrendo anche all’evasione fiscale, hanno trasformato il Paese in una delle più grandi potenze…”. Leggi tutto

mauro-coronaCos’è un bosco?

Il bosco è una farmacia per il tuo cuore, è il luogo in cui la mente trova riparo, è il sentiero della vita. Io conosco i boschi, li guardo, li incontro, indago, ascolto gli alberi, li abbraccio. Il bosco è la nostra salvezza e il nostro rifugio. Temo che gli italiani non sappiano nulla di cos’è la vita. E dunque nulla di cosa sia un bosco.

Mauro Corona è un noto montanaro, abita lungo una delle pareti di roccia che chiudono la vista ai cittadini bellunesi. Guarda con particolare scoramento ai roghi d’Italia. I roghi – se riflettiamo – sono il sintomo di una malattia che abbiamo: quella di non sentire più responsabilità verso il futuro, di non sentire proprio il futuro. Il fuoco che arde e mangia l’Italia ha origini dolose. E nel dettaglio del dolo c’è l’anima della nostra mediocrità: si appicca l’incendio e che succede? Niente. Guardiamo inebetiti, osserviamo distratti. La gente ha il morbo del “qui e ora”, non pensa al domani, ma soltanto all’oggi che fugge via.

Quanti italiani conoscono un bosco?

Ecco, quanti? E io aggiungo: quanti conoscono un albero? Certo che i romani ci passano accanto, anche i milanesi. Ma li guardano? Li osservano? È un fuggi fuggi quotidiano, la precarietà porta velocità, la velocità porta mediocrità. La mediocrità assolve il rogo, non sente il peso di una strage bella e buona, di un danno che si fa all’umanità, di un reato orribile, gravissimo.

Come se avessimo premura di togliere ogni linfa naturale alla nostra vita.

Il bosco che si annerisce, il fiume senz’acqua, il costone di montagna cariato da una frana. Sono gli elementi naturali che si precarizzano, come precarizzata è la nostra vita.

L’Italia si sta perdendo, scrive Galli della Loggia.

Ha ragione. Non pensa al suo futuro perché non lo vede, è ridotta a uno stile di vita ridicolo. Non sanno neanche cos’è la neve. Gli piace la neve vip di Cortina, si azzuffano per traghettare un po’ di ghiaccio da Courmayeur. Ma non sanno cos’è la neve, cos’è un paesaggio.

Cos’è una veduta? Eppure il paesaggio è tutelato finanche dalla Costituzione, all’articolo 9.

I nostri avi erano avveduti, conoscevano che prima di Dio, più potente di Dio, è la terra. Perciò forme sviluppate di democrazia, di sano equilibrio, di rispetto della natura e della propria identità si ritrovano nelle campagne. Paesini guidati da amministratori saggi. È la nazione che è dominata da gente inqualificabile, senza arte né parte, senza coraggio, senza un disegno, senza un futuro. Stanno lì e non sanno cosa fare.

L’Italia potrebbe vivere di rendita.

Solo che lo volesse, perché ha di che vendere al mondo. Non c’è punto dello Stivale che non sia una forza attrattiva straordinaria. Avremmo di che star bene, di come mangiare. Basterebbe che riconoscessimo l’Italia, la sua bellezza. Ma il punto, io penso, resta quello della mediocrità: non sentiamo più come una necessità di guardare al futuro. Non ci frega più del futuro. La vita di ciascuno si consuma in un giorno, e quindi chissenefrega! Che bruci tutto, tanto un bosco chi l’ha mai visto? È roba da montanari. E poi gli alberi. Ma va là! Col cemento è tutto più scintillante e pulito. Vuoi mettere l’alluminio anodizzato?

Così è sconfortante.

C’è da essere sconfortati. Passo e chiudo.

Da:  Il Fatto Quotidiano, 15 luglio 2017

flavio-briatore“Io faccio il tifo per Renzusconi”.

La crasi riduce a uno i leader di cui Flavio Briatore si dichiara devoto.

Voi del Fatto scrivete così perché siete maligni ma davvero avremmo bisogno del presidente Berlusconi e di Matteo, bravissimo ragazzo e con tanta birra in corpo.

Lei farebbe il consulente da Montecarlo.

Bellissimo clima e grande piattaforma logistica. Sei voli al giorno per Dubai.

Un ricco tra i ricchi. Ha letto Trump? Con tutto il rispetto, non si porterebbe mai un povero al governo. Non è un vincente, né ha dato prova di sapere organizzare la vita degli altri. Un ricco sì.

Approvo l’amico Trump. Non perché sia razzista, poi io come farei ad esserlo avendo conosciuto la povertà. Ma è un fatto che se hai mostrato carattere e forza, se sei un vincente, puoi esibire le tue qualità per il bene comune.

E poi nessuno proibisce al povero di divenire ricco.

Esatto. Io ne sono la prova.

Però a Montecarlo la ricchezza un po’ appesantisce e annoia. Colora di grigio il cielo turchese, vero?

Se da un lato c’è l’orgoglio di essere il secondo gruppo monegasco, dopo quello del principe, per fatturato e la città è straordinaria, l’aeroporto efficiente eccetera, è anche vero che le amicizie possono far pensare, specialmente se si è bambini, che il mondo sia di un solo colore.

Lei è in pensiero per la crescita sana del piccolo Nathan Falco.

Ho trovato a scuola un suo amichetto di sette anni con un Rolex al polso.

Povero figlio!

Non va bene. Ma mio figlio sa che esiste anche la povertà. Viene con me in Kenya. Al resort di Malindi, l’Africa perduta agli occhi, il mare che sembra una pietra preziosa. Lo porto anche nei villaggi vicini, dove i bambini giocano con niente. Lui mi dice sempre: sai papà che quei bambini sono poveri ma felici?

La ricchezza non dà felicità. Leggi tutto

luca-mercalliI meteorologi, gli scienziati del clima, fisici e astrofisici, sono sull’orlo di una crisi di nervi. “Non c’è allarme che tenga, sapere che convinca, disastro che allerti. La gente se ne sbatte di noi, delle nostre previsioni, della cura con la quale dimostriamo l’ineluttabile, il mostro che ci mangerà. La questione è divenuta così seria che abbiamo chiesto aiuto agli psicologi, qui siamo di fronte a un enorme fenomeno di dissonanza cognitiva”.

Luca Mercalli conduce, insieme alla brigata dei climatologi, campagne quotidiane di illustrazione dei rischi. Lui illustra e noi sbadigliamo.

È così. Ora stiamo friggendo sotto il sole, abbiamo 38 gradi sulla testa e la temperatura si innalzerà ancora. Tutto chiaro e previsto, e quando dico previsto voglio specificare che anche il dettaglio minimo del più grande tema del riscaldamento globale era stato ampiamente annunciato. Ma sembra che non sia servito a niente.

Ci prepariamo per i quaranta gradi.

Così sarà, e poi quarantadue.

Noi umani siamo divenuti impermeabili, incoscienti al punto estremo.

Mi chiedo come sia possibile. E infatti non avendo una risposta credibile, ragionevole, abbiamo chiesto aiuto agli psicologi. Indagheranno sull’inconscio collettivo.

Magari c’entra qualcosa la cultura capitalistica, la teoria dell’accumulo infinito?

Ci sta, ma non basta a spiegare perché gli elementi naturali della nostra vita, il fondamento della nostra esistenza, siano così disprezzati.

Si stupisce? Ma l’America ha eletto Trump.

Mi stupisco, sì. Perché l’uomo per 200 mila anni ha fatto il cacciatore. Uccideva l’antilope e magari non gli serviva, pensava: vabbè qualcun altro l’avrebbe uccisa, sarebbe morta uguale. Per ottomila anni ha fatto l’agricoltore, e soltanto da 200 ha avuto abilità industriali di massa. Il problema è che negli ultimi 200 anni ha fatto fuori il mondo.

D’inverno ci allaghiamo, d’estate moriamo di sete.

In città moriamo di smog. Moriamo per davvero.

Sembra un teatro, invece. Voi che indossate i panni dei profeti di sventura e noi che osserviamo muti e un po’ distratti.

La mia disperazione è tutta questa conoscenza che sprechiamo, tutto questo sapere che buttiamo al vento. Come non capire che se allaghiamo di cemento la terra, poi l’acqua ci infligge la pena? Non è ipotesi di scuola, è realtà. Ma noi cementifichiamo alla carlona.

Non vogliamo vedere.

Abbiamo un problema psicologico, altro non saprei dire. Perché non è possibile considerare ragionevole questa corsa a saturare la fonte della nostra vita. Stiamo avvelenando l’acqua, riducendo la sua portata, annientando la linfa vitale dell’esistenza. Diamine, accorgitene che hai un cancro e ti sta uccidendo.

 Siamo affaccendati e abbiamo mille pensieri.

Siete veramente degli stronzi. Leggi tutto

ministro-istruzioneProva d’esame: il pasticcio musicale. Far sostenere ai diplomandi dei conservatori per due volte la stessa prova, fingendo che sia diversa, potrebbe certificare il carattere fantasy dei nostri burocrati. Oppure documentare un dramma. E cioè che un diavoletto si sia impossessato degli uffici del ministero dell’Istruzione e non abbia voglia di abbandonarli. Pochi giorni fa era riuscito, pur di sfregiare l’enorme deposito di cultura di cui sono custodi e portatori sani gli alti funzionari di viale Trastevere, a infilare una i nelle tracce della Maturità, divenute nell’avviso web per l’appunto “traccie” con breve scandalo e immediate scuse per il plateale refuso.

Il piccolo demone è però ricomparso venerdì 30 giugno sempre sotto forma di traccia (questa volta singolare). Era infatti affidata alla cura del dirigente la trasmissione della terza prova scritta dell’esame di diploma di Composizione nei Conservatori di musica, secondo i programmi del vecchio ordinamento che attualmente coesiste con i più recenti diplomi accademici di primo e di secondo livello scaturiti dalla riforma del 1999. Per questi esami le tracce (senza la i) sono ministeriali, così come avviene per gli esami di Stato, e giungono a tutti i Conservatori dal Miur in busta sigillata. Racconta uno degli esaminatori, Roberto Altieri, docente di composizione al San Pietro a Majella di Napoli: “Alle otto in punto apriamo – alla presenza dei candidati – la busta con la dicitura “Analisi”(testo della terza prova, ndr) e troviamo, invece della consueta partitura orchestrale di 50/100 pagine, testo sempre impegnativo e pieno di tranelli, una paginetta, peraltro malamente fotocopiata, di un brano pianistico di cui non era neanche indicato l’autore (si tratta per la cronaca del sesto preludio dell’op. 37 di Ferruccio Busoni, ndr). Era una traccia da “Tema con variazioni”, che è però la seconda delle quattro prove d’esame già svolta regolarmente pochi giorni prima su un altro tema”.

Sconcerto, stupore, qualche risata avvilita tra i docenti. Che si fa? Febbrile giro di telefonate agli altri colleghi. Anche a voi è giunto il testo sbagliato? Sì anche a Salerno, anche a Bologna, anche a Castelfranco Veneto, anche a Torino.

Un qui pro quo generale, una enorme distrazione del capo ufficio, un pasticcio capitale! Come aver dato un problema di matematica in luogo della versione di greco; chimica invece che fisica; geografia al posto di storia. Fortuna per il ministero che la musica è questione che ormai intriga pochi e l’Italia – la culla, ora ex, delle sette note – cura in questo modo fantastico la materia. Fortuna che la questione ha riguardato solo poche decine di candidati in tutta la penisola, raffronto impossibile con i 500 mila maturandi e il chiasso che una simile sbadataggine avrebbe provocato. E, fortuna delle fortune, che i docenti dei conservatori vista l’ora (otto del mattino) hanno ritenuto inutile chiedere spiegazioni al ministero.

Telefonare a chi? Hanno preso per buono il cattivo custodito nella busta sigillata, trasformando in virtù la dabbenaggine dell’anonimo burocrate al quale il diavoletto aveva fatto visita. I candidati si sono visti assegnare un compito assai più semplice su una materia già svolta. La ministra nemmeno sa di questo piccolo e breve pastrocchio, i giornali hanno taciuto, i musicanti pure. Tutto è passato in cavalleria. Ed è meglio così. Do, re, mi, fa

Da: Il Fatto Quotidiano, 5 luglio 2017

Quella che segue è la confessione di un padre, da sempre impegnato per la legalità, che s’accorge del legame sentimentale di sua figlia col figlio del boss del paese. Lo sfogo è stato raccolto dopo aver verificato l’intenzione del protagonista di rendere pubblica la sua vicenda. I nomi sono di fantasia per evidenti ragioni di riservatezza.

boss

Era il 3 agosto del 2015 quando finalmente capisco che mia figlia, vent’anni e bellissima come sono tutte le figlie, capace, impegnata, piena di interessi, sta insieme al pargolo di uno dei boss della cosca più potente del mio paese. I giudici la chiamano la quarta mafia ed è quella che sequestra ogni speranza nel Tavoliere delle Puglie.

Meno nobile delle altre tre, ha caratteristiche rurali, certo non stragista come le altre per quanto gli omicidi non siano una rarità, ma non meno violenta e soprattutto pingue. Tiene sotto scacco un’economia agricola altrimenti florida, estorce ogni filo di ricchezza e provvede, da monopolista del mercato dell’orto – frutta, allo smercio delle braccia e dei prodotti. Non c’è ortaggio che non passi per le sue mani e non c’è grano né farina a cui non sovraintenda. Li ho sempre odiati questi mafiosi e ho odiato il mio paese, vile al punto di soggiacere alle pretese più vergognose. Ho sempre saputo di essere mosca bianca, ma non credevo possibile che fosse così grande il fronte di chi soggiace, comprende, subisce oppure – purtroppo – aderisce. Ho odiato il mio partito – era il Pds – che credevo lottasse contro costoro e invece cincischiava soltanto; ho odiato il sindacato corrotto nel midollo della sua cultura da questo modello di fabbrica. Mi ero illuso al fiorire della stagione di Mani Pulite che la sovversione potesse raggiungerci, che il bene in qualche modo avesse la rivincita sul male. Dieci anni di battaglie, alla fine delle quali ho preso atto che non c’è speranza possibile. Il massimo risultato ottenibile è la coesistenza. Il boss fa i fatti suoi, tu i tuoi. Lui spadroneggia tu ti difendi magari con buone letture, con la musica. Pensi ad altro, ti distrai.

QUESTO FINO a quando la sera del 3 agosto di due anni fa il boss mi è entrato in casa con la voce e il volto del figlio: un ragazzino nullatenente, nullafacente, frequentatore di videopoker, forse, ma non sono certo, anche scassinatore. Allora aveva 18 anni, due in meno di Valentina. Un amico mi ha appena detto che in paese corre voce… Leggi tutto