Restiamo stupìti quando vediamo i nostri beniamini del calcio vivere un dolore comune al nostro. Vederli piangere al funerale ci commuove al punto da salutare con un applauso quel loro gesto di umanità, così simile al nostro eppure incredibilmente così inaspettato, enorme, straordinario. Sono campioni e le loro vite si svolgono secondo riti che ci appartengono nei limiti della cornice prestabilita: loro protagonisti e noi spettatori, loro campioni e noi tifosi, un po’ più che adulatori un po’ meno che compagni di viaggio. Pari, noi e loro, non siamo.

Così accade quando uno di essi, è capitato qualche settimana fa a Mertens, l’attaccante del Napoli, destina una briciola del suo tempo e una briciola del suo benessere a chi è sfortunato, diseredato. Questo stesso atto di generosità compiuto da un nostro amico o conoscente non produce affatto lo stupore e l’ammirazione che riversiamo al nostro campione. E la ragione è appunto che lui è un campione e noi no. Lui è ricco e noi no. Lui è estraneo ai patimenti, noi purtroppo no.

Chi conosce il bisogno è più disponibile alla generosità, quella minuta e trascurabile e quella più rilevante e straordinaria. È in qualche modo allevato all’idea che il bisogno sia compagno di vita e destino comune. Colui che è ricco, affrancato dunque dal bisogno, ha una percezione diversa della solidarietà e degli obblighi che ne derivano. Vive la solitudine, perché la propria fortuna è merito esclusivo del proprio talento, e deve anzi tutelarla dagli attacchi (le tasse? i ladri? la malattia), è più piegato dentro il confine esclusivo dei suoi impegni e delle sue frequentazioni. Una società che conosce il bisogno finisce però per essere più giusta e rispettosa. Se ha fame si mette in fila senza dire: prima io.

da: ilfattoquotidiano.it

“Un po’ democristiani, un po’ di destra e un po’ di sinistra”. La rappresentazione data da Beppe Grillo del movimento è perfetta, il suo dna è interclassista: si pone al centro della scena e raccoglie le istanze più sentite dei diversi ceti sociali. Non ideologia ma programma. Non bla bla ma cose concrete da fare.

È l’ora giusta di interrogarci su quel “po’”, il troncamento della parola poco. Esistono diverse idee di società, e sono legate alla natura degli uomini e ai loro propositi. Ed esistono diverse idee di governo, che subiscono il condizionamento di quelle scelte.

Non ce n’è una che sia neutra. Se diciamo che siamo contro il governo delle élite, dei pochi, è perché riteniamo che le loro scelte sia state a favore dei pochi e a danno dei molti. È un giudizio di valore, quindi.

È probabile, per fare un altro esempio, che la politica di Trumpnon danneggi i ricchi. È meno probabile che aiuti i poveri se non nella misura del ricasco generale ma indeterminato nel tempo, di una ricchezza che si espande a tal punto che come la pioggia finirà per bagnare tutti.

Se io sono a favore della tassazione progressiva, chi più ha più dà, perché ritengo che la distribuzione della ricchezza debba favorire i ceti più svantaggiati, aumentare loro le tutele. Ma se aumento le tutele ai più deboli, le riduco a coloro che stanno meglio nella convinzione che essi hanno sostanza economica per difendere il proprio status.

Se invece sono a favore della flat tax, percentuale lineare fissa, aiuto maggiormente chi più ha. Elementare Watson.

E se sono dei Cinquestelle? Qui ci viene in aiuto Beppe Grillo col suo po’, troncamento di poco. Con una mano aiuto i più poveri, a cui concedo il reddito di cittadinanza, con l’altra però agevolo anche coloro che stanno meglio, riducendo le tasse più ingiuste, “tartassando” di meno.

E un po’ aiuto coloro che vanno in pensione, riformando la legge Fornero, un po’ aiuto i giovani a trovare lavoro, riducendo gli sprechi.

La teoria del po’ è infinita ma cozza, ahimè, contro il principio di realtà. Lo spreco non è solo ruberia, corruzione. Quella è illegalità. Lo spreco è anche lavoro improduttivo, finanziamenti senza coperture, tasse inevase.

Siamo certi che tutti i tartassati siano degli angioletti? Secondo me, no. Siamo certi che tutti gli evasori siano con l’acqua alla gola? Secondo me, no. Siamo certi infine che tutti i lavoratori lavorino, producano? Anche in questo caso avrei dei dubbi.

Dunque essere un partito un po’ di tutti, che distribuisce un po’ a tutti, che tiene un po’ per il ricco e un po’ per il povero, che aiuta un po’ il pensionato e un po’ il disoccupato rischia, malgrado le ottime intenzioni, di dare un po’ a chi merita e un po’ a chi no, di trasformare il furbo in bisognoso, e di giustificare anche le nostre cattive pratiche, ritenendole figlie del bisogno quando non lo sono e fondando così – magari senza volerlo – la categoria del privilegio, che è il cardine della società diseguale contro cui si era deciso di lottare.

da: ilfattoquotidiano.it

“Insopportabile”. La giovane barista salernitana riduce la questione politica a puro sentimento: Salerno non ne poteva più di De Luca. Troppo Vicienz, che fino a ieri era “patr a me” (“Vincenzo è il mio papà”, dicevano i fedelissimi) non si è accorto di aver esondato. La sua famiglia ha allagato la città e la regione e Piero, il giovane avvocato esperto di diritto lussemburghese, il prediletto malgrado un processo per bancarotta, rotola nel fiume di un rancore improvviso e definitivo. Terzo su 4 contendenti dell’uninominale, una percentuale questa sì insopportabile – 23,13 – per un cognome che teneva incollato sul suo petto fino all’80% dei voti. È la svolta di Salerno. La seconda dopo quella del secolo scorso. È sempre Salerno che annuncia la rivolta del Sud ribelle al sistema. Oggi e così improvvisamente rinunzia al padrinaggio del Pd e rifiuta anzi brucia la tessera forzista con la quale in ben tre tornate politiche ha battuto cassa.

LA CITTÀ DEL FEUDO, la roccaforte con la quale il papà ha controllato e governato municipio e aziende pubbliche, mix perfetto per balzare in Regione e da qui pompare soldi (un miliardo di euro in arrivo!) e irrobustire i canali irrigui del consenso, oggi è zuppa di pioggia. Ora Salerno, e con lei il sud volge lo sguardo ai 5stelle a cui tributa una messe spropositata di voti, e lo fa più per rancore con quegli altri, tutti gli altri, che per convinzione. Il candidato di Di Maio, Nicola Provenza, un borghese di solide tradizioni democristiane, strapazza Piero, il predestinato, e lo doppia nel consenso. La fiumana spalanca la città al nemico più odiato, Giggino come lo chiama per sbeffeggiarlo De Luca Papà. Ed è questa forse la vergogna più insopportabile. Oggi Salerno è muta e Piero ha chiuso il portone della sede, e deve sperare nel paracadute del proporzionale (primo in lista a Caserta) per un ripescaggio in extremis. Pare un’azione di bonifica territoriale che qui ha il suo centro di gravità permanente, l’espressione più potente di cosa sia un potere efficiente ma minuziosamente clientelare, familistico. Leggi tutto

Ce lo ricordiamo tutti il figlio di papà. Ciascuno di noi ha avuto la sfortuna di averlo al suo fianco. Era un tipo che aveva stampato sulla fronte la sua diversità: soldi in tasca senza averli sudati, lavoro assicurato senza competenza, diletto senza fatica, ozio senza riposo. Il figlio di papà, nella lunga tradizione familistica italiana, è il raccomandato e appartiene a tutte le classi
sociali. Ogni mestiere ha il suo, ogni famiglia ne conosce uno.

Ora la politica ha inventato questo speciale tipo di raccomandatoche è il ripescato: un tizio che farà il parlamentare a prescindere. E’ più stronzo delle altre tipologie possibili perché è sfacciato, non ha nascosto la sua faccia di bronzo anzi ha avvertito tutti prima ancora che la gara iniziasse. Grazie a questa legge elettorale il ripescato veniva pre-giudicato, incasellato tra gli umani col sopracciò, i figuri che non sanno nulla ma devono insegnare a tutti. Con le pluricandidature era chiaro che la faccia di bronzo, qualunque fosse l’esito elettorale, l’avrebbe fatta franca. Non gli fregava della competizione, era escluso dal novero della conta democratica. O così o così. Un altro buon motivo per odiare all’infinito e oltre il Rosatellum.

da: ilfattoquotidiano.it

 

I vecchi. Alle sette e mezza, nella scuola che si affaccia sul Colosseo e che dà le spalle a quella che fu la casa di Claudio Scajola, alias Sciaboletta, l’ex ministro dell’Interno di Berlusconi che ora ha candidato suo figlio perché così fan tutti, c’è una piccola coda di capelli bianchi e bastoni. Votano sempre per primi gli anziani, i primi a svegliarsi, e i primi – insieme ai netturbini – a scendere in strada. “Fermo, non si può più!”. Il presidente di seggio afferra la mano del signore che stava per imbucare la scheda. Manco una gioia e questa forse era l’unica per noi elettori: il gesto fisico, volersi contare e soprattutto farsi contare.

Questa volta sembra invece che il voto non conti più. “Tu che dici?” “Te devo di’ pure?”. Il colloquio si spegne prima di iniziare: due berretti, lui col manifesto sotto il braccio (cercavo il Fatto ma l’edicolante ha sbagliato, e oggi me tocca leggere er manifesto), l’altro con la busta di Conad: latte, pane, tre mele Melinda. Una signora di passaggio: “Non mi vergogno a di’ che ho votato Pd”. Sembra infatti dalla circospezione con la quale in tanti volgono lo sguardo sul simbolo del partito di Renzi alla parete, che il Pd si sia trasformato in una ridotta di viziosi e non fa chic farlo sapere in giro. Leggi tutto

È un’Italia nuova e sconosciuta. Sono successe tante cose e tutte straordinarie e storicamente mai accadute: la rivolta silenziosa del Mezzogiorno che ha dato a un Movimento con alle spalle una sola legislatura, una messe di voti mai raccolta da nessuno, dal 1948 ad oggi. E sempre dal ’48 non si ricordava un fallimentocosì totale della sinistra. Sommando le percentuali di quella di governo (Pd) e quelle di opposizione (LeU e Potere al Popolo) si giunge a un risultato, il 25 per cento, che è sotto di dieci punti a quella che i politologi definirono la disfatta del Novecento (Pci e Psi al 35%). Il centrodestra ha i caratteri nazionalisti con venature anche razziste della Lega che fa cappotto al Nord e si mangia quel che resta di Silvio Berlusconi.

È un voto che sancisce la fine politica di Matteo Renzi e del signor B., la fine di ogni possibilità di un grande inciucio perché i due partiti sono stati declassati a comprimari. Un risultato così netto della protesta e così vivo nelle forme in cui essa si è esplicata (voto popolare al M5S e alla Lega) si riduce, grazie ai prestidigitatori della politica a una grandiosa polpettaavvelenata. La legge elettorale, congegnata in modo che nessuno potesse avere la maggioranza, costringe al caos, anzi infila l’Italia nel caos. I Cinquestelle sono il primo partito e a chi possono chiedere i voti, con chi possono allearsi? Se guardano a sinistra è il deserto. Il Pd ridotto al lumicino esprime nel gruppo parlamentare una quota quasi assoluta di fedelissimi di Renzi, il grande sconfitto. Tutti i voti che non si ritrova il Pd sono finiti a Di Maio. E tutti i deputati e i senatori di Renzi sono i grandi nemici del capo dei Cinquestelle. Guardare dall’altra parte, allearsi con la Lega sarà altrettanto problematico. Elettorati vicini nella protesta ma distanti nelle politiche. È impensabile coniugare il reddito di cittadinanza con la flat tax, a meno che non si voglia il default immediato delle casse dello Stato. Resta una terza opzione: governo di centrodestra con Salvini premier più transfughi dal centrosinistra. Ma il risultato della Lega è così imponente e l’alleanza con Forza Italia così fragile da far immaginare la fine di una coalizione che appariva e oggi lo è solo di carta. Vi domanderete: e dunque? Già, e dunque?

da: ilfattoquotidiano.it

La tecnica legislativa disciplina un atto stabilendo i principi entro i quali si svilupperà il suo esito. In materia elettorale il voto, oltre che essere personale, libero e uguale, dovrebbe vedere garantita la volontà di chi lo esprime: voglio premiare tizio piuttosto che caio. Ma la tecnica può efficacemente derogare dal principio. Il Rosatellum è congegnato in modo da indebolire la forza del voto, al punto da renderlo inefficace, quindi inutile.

L’ipotesi che un partito o una coalizione produca consensi in grado di fargli ottenere una maggioranza di governo è stata minuziosamente sottoposta a una serie di misure ostruttive da renderla implausibile oltre che improbabile. Il Rosatellum dispone e teorizza il voto inutile, lo disossa di ogni vertebra costruttiva, lo dematerializza, lo virtualizza, lo rende ininfluente. Lo elimina cioè dal gioco della democrazia.

Invitare quindi al voto utile, quando la chiamata all’urna è stata progettata per essere largamente inutile, è riconducibile a una pura espressione teatrale. Andremo a votare senza la possibilità di una scelta decisiva e ci troveremo ciò che è stato previsto: l’esito inutile di una prova inutile.

da: ilfattoquotidiano.it

Caro Paolo Gentiloni,

ho letto e apprezzato la cortesia usata e lo stile della lettera che mi ha inviato per illustrare la sua candidatura nel collegio uninominale di cui sono elettore.

Se è vero, come lei dice anche oggi in un’intervista al Corriere, che questo è un voto decisivo, mi spiega però perché ha proposto e fatto votare, con ben otto fiducie e contro l’impegno che aveva preso di lasciar fuori la questione dal programma di governo, una legge elettorale che invece è congegnata per non decidere, per restituire al Paese un carnevale di quasi vinti?

Persino Denis Verdini, uno che ha molti più peli sullo stomaco della criniera di un leone della savana, aveva proposto un sistema più potabile (metà dei seggi attribuiti col proporzionale, metà col maggioritario e sbarramento all’1 per cento per consentire il diritto di tribuna alle minoranze) e più concludente.

Lo so, in tanti hanno fatto pressioni su di lei, e so anche che questo sistema è stato fortissimamente voluto e concordato con Renzi, Berlusconi e Salvini, quest’ultimo bravissimo a lanciare il sasso e nascondere la mano.

Ma aveva il dovere di fermarli, di spiegar loro che l’ingovernabilità è il male assoluto. Oppure – nel caso di diverso avviso – di spiegare a noi oggi che è molto meglio l’ingovernabilità che affidare il Paese a persone che ritiene dilettanti allo sbaraglio.

Nell’uno e nell’altro caso Lei però non può invitare a evitare il caos, che è purtroppo frutto dell’inchiostro della sua penna, dell’intelligenza dei quasi vinti, della resistenza di chi non vuol mai perdere.

da: ilfattoquotidiano.it

Se c’è la crisi economica dobbiamo dire un grazie all’Europa. E se c’è l’emergenza sicurezza, un grazie doppio va dato agli immigrati. Se si muore in ospedale, è logico con quei medici che ci ritroviamo. E la scuola? Vogliamo parlare della scuola? Nostro figlio va male anche perché l’insegnante è isterica. Vogliamo parlare della burocrazia? È una vergogna. E le strade bucate? I binari morti? I treni fermi? Gli avvelenatori di professione? I corrotti e i mafiosi? Il merito che non c’è? I figli di papà? E gli evasori? E i matti che uccidono le mogli?

Ad oggi non è ancora purtroppo stata trovata una cura per far sì che la nostra responsabilità civile, tipo quella che assicuriamo per l’auto, risulti in capo a noi, e a noi soltanto. Se frugassimo nelle nostre tasche troveremmo le risposte che aspettiamo dagli altri. L’euro – per quanto antipatico ci stia – ci ha salvato il culo. Gli africani immigrati e disgraziati che noi trattiamo da schiavi salvano i raccolti. Le arance, le mele, le pere e perfino i cetrioli. Bella la metafora del cetriolo. Siamo sempre noi a beccarlo, vero? E se la sicurezza è quella che è prendiamocela pure un po’ con chi è pagato per garantirla e troppo spesso fa finta di dimenticarlo. Ricordiamoci che abbiamo il più alto rapporto europeo tra abitanti e poliziotti. E quando chiamiamo l’idraulico chiediamogli la fattura. E se noi siamo quell’idraulico, scriviamo sta benedetta fattura. E a proposito dell’ospedale: non dimenticare mai che tuo cugino, si proprio tuo cugino è là e sai come. E di tuo figlio vogliamo parlare? Ricordi finora quanto hai speso di telefonino per lui, quanti ne ha cambiati, quanto studia e quanti casini combina? Devo rammentarti il conto per la festa del 18esimo compleanno? Era indispensabile affittare la discoteca e sganciare tremila euro? E se le strade sono bucate, perché imperterrito continui a votare l’amico del tuo amico che è un cialtrone? A proposito: quando verrà l’ora del processo al merito – che attendi da quel dì – come la mettiamo con la tua asineria?

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Scusate, ci eravamo sbagliati. La Tav Torino-Lione non è più l’anello strategico mancante all’Europa, non trasporterà più i quindici milioni di tonnellate di merci su ferro previsti per il 2035. Le previsioni erano un tantino gonfiate vero, ma immaginate “in assoluta buona fede”. C’è stata la crisi economica – e chi mai la poteva prevedere? – e insomma, dovremmo ripensare, rivalutare, ridefinire il progetto. Leggere il documento dell’Osservatorio della Presidenza del Consiglio sulla montagna di balle che ha permesso lo spreco della montagna di soldi destinati a bucare le montagne piemontesi è assai istruttivo. Definisce in modo inconfutabile l’estremismo dei cosiddetti moderati e la ragionevolezza, il buon senso di chi si opponeva, con le armi della verità, a un’opera inutile, costosa e, come si vede, del tutto fuori tempo e fuori luogo.

“Ce lo chiede l’Europa”. Ricordate il leit motiv col quale vari ministri facinorosi, di centrodestra e di centrosinistra, hanno confermato oltre ogni ragionevole dubbio la necessità di fare e basta, in nome della modernità. E adesso? Adesso si va avanti, nella certezza che l’opera è sì inutile e costosa ma va portata a termine. Faremo dopo – tra qualche anno – il conto dello spreco. Di quel che si è tolto dalle tasche di coloro che forse avrebbero avuto diritto a qualche soldo e di ciò che si è messo nelle tasche di coloro che non lo meritavano. Del resto è questo l’abc del buongoverno.

da: ilfattoquotidiano.it