PIETRANGELO BUTTAFUOCO E ANTONELLO CAPORALE inviati a Pescara

Carlo Toto è il talpone scavatore d’Italia. Si dice che sia in possesso dell’unica perforatrice in grado di inghiottire la roccia come si fa con un bignè al mattino al bar. Piantato come una quercia contadina, è la sentinella d’Abruzzo: chi vuole andarci per terra deve passare da lui e pagare. Ha infatti in concessione l’autostrada dei Parchi ed è appaltatore (Toto Costruzioni) di grandi opere. Era anche aviatore fino a quando la sua AirOne non è stata ceduta ad Alitalia.

Per venire da lei qui a Chieti abbiamo dovuto pagare 21,70 euro di pedaggio. Per tornare a Roma altrettanti ce ne vorranno. Aumento delle tariffe del 12,89 per cento. Lei è esoso come nessuno.

Faccio la figura del cattivo, di chi non si sazia mai. Devo ringraziare il governo per questo bel regalo. Io ho vinto una concessione, nella quale c’era scritto cosa avrei fatto io e cosa lo Stato. Nero su bianco l’aumento annuale previsto. Invece sa che è successo? Che per tre anni il contratto non è stato rispettato. Sono dovuto andare dal giudice per avere ragione. E ora tutti vengono a chiedere conto a me?

Lei pensa che non sia il minimo chiedere conto di questo eccesso?

Per ogni 10 euro che l’autostrada incassa come pedaggio, più di 5 vanno allo Stato, meno di 5 a me. Ma io devo far fronte con quella cifra a tutti gli investimenti.

Lei non si sazia mai. Ha avuto l’autostrada…

Mica l’ho avuta gratis. Ho vinto una gara pubblica, scusi se è poco. Leggi tutto

PIETRANGELO BUTTAFUOCO E ANTONELLO CAPORALE inviati a Pescara

Non riescono a stare in casa d’estate, i pescaresi. “E non riescono a uscire in inverno”, racconta Veronica Gaspari, splendida e spiritosa. Lavora al caffè di piazza Muzii, Veronica, e giusto da oggi – come ogni giovedì – sfodera la minigonna che le fa da uniforme fino alla notte di domenica quando alla restante parte di settimana faranno seguito i pantaloni.

Come lei, tutte. E tutte belle, tutte come lei che sta giusta, che comanda e che – sentenzia Giuditta De Angelis, volitiva dj – “fa morale e classifica”.

Ecco Pescara che all’ora dell’aperitivo sembra ben più che vestita a festa, pronta per un party esclusivo tanto è così da bere, da conversazione e da dolce vita. “Tutto è accessibile a tutti: droga, cene e notti, con le persone che girano…”, scherza Andrea cui piace seminare zizzania, ma giusto per quel minimo di carattere con cui la città si rende Bengodi per attrarre tutti.

Pochi, a Pescara, sono di Pescara. Elena Vita, avvocato civilista, per fare un esempio, con Amalia Schiazza e Silvana Silvano – sue colleghe, attive al Tribunale di Chieti, tutte e tre belle, brave ed elegantissime – ecco: non lo sono.

E così Cosimo e ancora un altro Cosimo, rispettivamente dj e agente assicurativo: sono pugliesi, residenti ormai nella città dove restano tutti. Come Olga che insegna a tutti la giusta pronuncia dei venerati nomi della letteratura: Bulgakov, Tolstoj e Dostoevskij. È russa. Arrivata a Pescara, Olga è rimasta.

“Tutti i calciatori, gli atleti e i professionisti che capitano a Pescara”, dice Elena, “prendono poi residenza”. E restano. Chissà se David Parenzo, ormai di casa a Pescara, ci resterà.

Solo Giuditta, nella comitiva, è pescarese. Giuditta ha memoria di un’altra Pescara: “Ci fu una rassegna di arte contemporanea, Fuori uso; per la prima volta, ex fabbriche ed ex colonie divennero spazi espositivi”. Lesta di giudizi, Giuditta sentenzia: “Adesso non c’è nulla, vita culturale, zero”. Elena, Amalia e Silvana ridono. Giuditta, con loro: “A me la gente nuova mi cambia”. Ma al modo crudele delle donne quando se ne stanno tra loro, le ragazze ridono: “Siamo sempre gli stessi, qui; ecco il guaio”.

 

Da: Il Fatto Quotidiano, 25 gennaio 2018  

PIETRANGELO BUTTAFUOCO E ANTONELLO CAPORALE inviati a Pescara

La vorace Pescara si chiama Pescara e non Castellammare Adriatico – il comune più grosso con cui nel 1926 fa un’unica cittadina – per Gabriele d’Annunzio, il poeta. Il nuovo centro doveva chiamarsi Aterno ma per la santa pace del Capo del Governo, incalzato dal Vate, succede che il piccolo s’ingoia il grande.

A sorvolarla, come a bordo dell’idrovolante Alcyone, ecco il brulicare di un unico sfogo: Pescara è un magnete a forma di triangolo – visto dall’alto – con una rientranza che fa poi da aggancio e trascina a sé Montesilvano, Silvi Marina, Città Sant’Angelo, Spoltore, San Giovanni Teatino, Francavilla e pure Chieti. Senza dimenticare i 60 mila sfollati del terremoto arrivati dall’entroterra. Numeri che danno la somma al totale.

SONO OTTO COMUNI di ben tre province (Chieti, Pescara e Teramo), chiamati ad adunarsi ai margini di piazza Salotto, lo slargo elegante dove Ettore Spalletti, scultore tra i più acclamati, si gode la visione della festa di laurea di un giovane zingaro giunto al rinfresco in groppa al suo cavallo bardato di tutto punto.

Pescara è ’nu film. Ricorda Maurizio Ballone, avvocato. Leggi tutto

Non passa mai il tempo per la riconoscenza. Non è mai troppo tardi per dire grazie a chi con la sua dignità ha inflitto una lezione memorabile all’universo incivile, alla barbarie di Stato. La giunta romana ha deciso di rimuovere, nel giorno della Memoria, le targhe di tre scienziati, Edoardo Zavattari, Nicola Pende e Arturo Donaggio, a cui erano intestate altrettante strade della Capitale. I tre diedero copertura scientifica al Manifesto della razza, all’abominevole dichiarazione di morte per chi fosse ebreo da parte del regime nazifascista. Loro tre e cento altri, mille altri, milioni di altri concittadini, per codardia o anche e purtroppo per convinzione, salutarono con gioia la carneficina. Rimuovere quelle targhe non solo è una decisione che sa di civiltà, di pulizia e di rispetto verso chi ha trovato il confino o le camere a gas ad attenderlo. E’ un gesto esemplare di gratitudine verso i pochi scienziati, in tutto undici, che rifiutarono di apporre la loro firma a quella soppressione di massa. I loro nomi li ricorda oggi il Corriere della SeraVito Volterra, Lionello Venturi, Francesco Ruffini, Bartolo Nigrisoli, Piero Martinetti, Giorgio Levi Della Vita, Gaetano De Sanctis, Ernesto Buonaiuti, Giorgio Errera, Fabio Luzzatto, Marco Carrara. È un indimenticabile fronte del No. La forza che quel No ha dato alle nostre coscienze e alla nostra umanità.

da: ilfattoquotidiano.it

Otto anni di meno. Tanti sarebbero, come ha detto il presidente dell’Istituto superiore della Sanità a Riccardo Icona, nell’ultima esemplare trasmissione (Presadiretta) andata in onda ieri sera, gli anni che i napoletani destinano alla malapolitica. Destino in senso proprio, cioè lasciano che le loro vite si accorcino di otto anni, le loro speranze di campare in famiglia e possibilmente sereni, si riducono fino a otto anni per via della sanità corrotta dallo spreco, dall’incompetenza, dalla nullafacenza. È sempre scandalosa la verità. E non basta certo a fermare le lancette della tragedia civile di ospedali che inghiottiscono soldi senza offrire compassione e cura, il fatto che la misura di questo tempo possa essere esatta oppure gonfiata per eccesso.

Basta e avanza, per affermare lo scandalo, il senso oramai di compiuta impunità verso una pratica, quella sanitaria, che – malgrado i talenti, le competenze, le migliaia di dipendenti onesti – si è trasformata in pura clientela. È la politica non la Procura della Repubblica a dover ripulire gli ospedali da questa disperazione, una condizione permanente di pressappochismo e irresponsabilità per cui l’Italia soggiace alla regola del doppio. Ogni casa di cura al sud deve avere un suo doppio al nord, per ogni ricovero a Caltanissetta deve ipotizzarsi una complicanza da risolvere a Reggio Emilia; un’operazione chirurgica da fare a Milano. Quindi il viaggio, il cosiddetto, maledetto turismo sanitario. Lo scandalo vero non è la classe dirigente che non dirige anzi complica e arruffa, spreca e si fa corrompere, siamo noi che non abbiamo più occhi per guardare, e voglia, interesse, piacere di allineare i difetti degli altri ai nostri e poi prenderli, uno a uno, e contarli e alla fine tirare la somma e chiederci: sono loro i cattivi o noialtri gli irresponsabili che lasciano fare?

da: ilfattoquotidiano.it

L’Istat da tempo avverte che di questo passo nel prossimo decennio quasi un migliaio di paesi saranno allo stremo. Degli ottomila campanili con cui l’Italia si compone e si raffigura, tanti sono i luoghi che perdono la speranza, e quindi la vita. Paesi ridotti ad ospizi, dove ogni anno si conta il tempo che resta. Le case si chiudono, gli ospedali si dismettono, le scuole svaniscono. Solo i cimiteri si allargano.

Un disinteresse così crudele e ignorante verso una bellezza invece così ricca, generosa, vitale. E dev’essere perciò sempre qualcun altro che al nostro posto promuova ciò che non riusciamo a vedere, ridotti oramai nei recinti metropolitani, outlet del capitale umano. Una classifica di Forbes, nota rivista statunitense, inserisce Città Sant’Angelo, provincia di Pescara, tra i primi dieci luoghi al mondo dove vivere.

Io non credo alle classifiche, penso siano spesso un puro esercizio di stile. Ma credo fermamente che noi dovremmo incuriosirci di più alla nostra terra e volerle più bene. E il fatto che ad assurgere agli onori della cronaca sia un paesino del quale, in sincerità, non avremmo immaginato potesse mai salire sul trono dei due mondi, ci induce a riflettere sulla quantità di bellezze che abbiamo, su come dilapidiamo un patrimonio di identità e memoria, sul senso della vita e anche, per una volta, sulla nostra fortuna di viverla qui.

da: ilfattoquotidiano.it

E torna, torna anche Raffaele Bonanni. Quasi fatta, quasi certo, quasi sicuro che l’ex segretario della Cisl oggi affermato broker assicurativo riesca a trovare una candidatura con Forza Italia nel suo Abruzzo. La foto dell’investitura lo immortala, il 20 dicembre scorso, al tavolo della presidenza della cena di gala di Forza Italia, accanto al coordinatore regionale del partito, Nazario Pagano.

È la cena di Natale, è il momento buono per fare gli auguri e riceverli. E infatti se l’anno precedente solo in 120 avevano ritenuto di aderire, questa volta, scrutata l’aria, in tanti hanno fatto festa e reso omaggio. Ben più di 450 bombastiche personalità abruzzesi, secondo il report del sempre bene informato blog Maperò, hanno riempito il salone dell’albergo che ospitava la kermesse.

CRAVATTA e giacca i signori, vestito da matrimonio per le signore. Piccole imprese, Confindustria, sindacato, notai, carrozzieri d’alto bordo, avvocati, commercialisti: tutti convenuti. E lui, Bonanni, al centro. A vedere e farsi vedere. Da allora la candidatura è splendidamente avanzata, e il galoppo è stato così impetuoso che oggi appare in dirittura d’arrivo. Il timbro finale lo siglerà il Cavaliere di Arcore. La voglia è tanta, la riconoscenza pure.

Tutto torna in Italia e il passato più di ogni altra cosa. Lui, stazza fieramente e apparentemente marsicana, in realtà nativo di Bomba, tra le montagne chietine, classe di ferro 1949, è stato il baffo d’oro Cisl, il sindacalista manager, l’amministratore delegato delle trattative e del negoziato. E infatti nel 2014 aveva salutato l’alto impiego, ricoperto tra un agio retributivo all’altezza del compito, con la più strabiliante delle buste paga: 336mila euro l’anno.

“Ma è meglio di Barack Obama!”, avevano scritto i giornali riepilogando sia la carriera sia gli scatti d’anzianità. Anzi, soprattutto gli scatti: nel 2006 partiva da un lordo di 118,186 euro mensili che anno dopo anno, e grazie a fantastiche rivalutazioni, giunse e infine sopravanzò la soglia Obama. Bonanni, assai sorpreso per lo stupore che aveva colto l’opinione pubblica e dispiaciuto per il dispiacere arrecato ai suoi predecessori (un memorabile Savino Pezzotta: “Quasi mi vergogno, il mio ultimo stipendio da segretario è stato di 3.183 euro”) scelse il ritorno in patria, dove è rinato. Non prima di aver puntualizzato che dopo 47 anni di contributi la sua pensione (lorda di 8.583 euro mensili, netta di 5.122 euro) fosse addirittura inferiore di un qualunque giornalista caporedattore.

Di fatto, un caso tra i pochi che si contano e quindi da registrare, Bonanni, grazie all’anagrafe e anche a un po’ al suo ottimo fiuto, è riuscito a dribblare quasi del tutto la riforma Dini che instaurava il regime contributivo che la legge Fornero. Questo effettivamente si chiama talento. Leggi tutto

Il pulsante rosso si accende appena una bufala, altrimenti definita fake news, viene segnalata alla polizia postale. “E’ un servizio pubblico” ha commentato ieri il ministro dell’Interno Marco Minniti annunciando l’apertura di questa hot line. Nessuna attività censoria – ha assicurato – ma soltanto la determinazione dello Stato a ripulire il web dalle notizie fraudolente, chiaramente manipolatrici, che storcono la realtà al punto da trasformarla procurando un danno enorme al valore della conoscenza integra da manomissioni.
Questo pronto soccorso della Verità, al quale possiamo rivolgerci in caso di bisogno, ci tranquillizza perché apre frontiere inesplorate. L’orizzonte avanza non solo alle bufale di primo livello, chiamiamole di tipo A: quelle che attribuiscono per esempio al fratello della Boldrini un ingaggio di 450mila euro l’anno nel ruolo di posteggiatore di Montecitorio. Sono le più elementari, sono grossier, le più facili da individuare. Esistono però anche le bufale di tipo B, quelle che, manipolando una frase di una personalità, estraggono da essa solo alcune parole che mutano di senso il concetto; e poi quelle di tipo C, le promesse, le garanzie, gli avvertimenti, gli impegni presi.
Non è mai tardi per il pulsante rosso ma, se fosse esistito anche qualche anno fa, lo avremmo potuto utilizzare con senso civico. Quando per esempio Silvio Berlusconi annunciò il Ponte sullo Stretto io avrei subito cliccato e chiesto di innescare il pulsante rosso: questa è una fake news, avvertendo tutti gli italiani del pericolo. Quando il governo Renzi approvò il job act per favorire il lavoro avrei ripetuto il clic: attenti che questa legge riduce i diritti e quindi riduce il valore del nostro lavoro, rendendolo così gracile da assomigliare a una servitù. Quando Luigi Di Maio annunciò la candidatura a premier ugualmente avrei provveduto a dare l’allarme col pulsante rosso: attenzione che l’ha sparata grossa.
Il problema però, ora che ci penso, è che altri cittadini magari lontani dalle mie idee avrebbero chiesto il pronto soccorso della Verità ufficiale per altre dichiarazioni o fatti o impegni presi che io invece le avevo ritenute congrue, attendibili, giuste, possibili.
Questo pronto soccorso Verità, attivo 24 ore su 24, non sarà infatti mai a riposo. Ciascuno avrà la sua grande bugia da denunciare. E vivremo tutti, malgrado l’auspicio, ancora di più nell’imbroglio quotidiano.

da: ilfattoquotidiano.it

Perché il presidente della Repubblica ci chiede di andare a votare? Perché ci ricorda che è un nostro dovere civico, che la democrazia senza la partecipazione è come un bimbo senza latte: rattrappisce e poi muore. E lui ha ragione. Ma prima di indicarci la strada della virtù avrebbe dovuto indicare al Parlamento la strada della ragione. Avrebbe dovuto scrivere a ciascun deputato e senatore una letterina: caro legislatore, ricorda di fare una legge elettorale che serva a scegliere e non a confondere. Che dia un governo, non un papocchio. Che premi i migliori non  inviti i peggiori ad ammucchiarsi pur di fare massa e averla ancora vinta.

Invece il Parlamento ha approvato una legge che convinca il maggior numero di cittadini della loro inutilità: la loro scheda non conta. Una legge che non solo non fa vincere nessuno ma convoca i perdenti sul barcone del governo, a prescindere da qualunque merito, idea, proposta, reputazione.

E’ un diritto votare; è un dovere scegliere. Se però la mia scelta è inibita nei fatti, il mio diritto si infragilisce e comincia a perdere peso come un bambino lasciato senza latte. E la democrazia si rattrappisce. Proprio come ci ricorda, fingendo però di essere anch’egli un po’ smemorato, il presidente della Repubblica.

da: ilfattoquotidiano.it

Bisogna avere talento. Possedere la stoffa per migliorarsi sempre e chiedere alla vita ancora di più, ancora di più. E rendere il nostro lavoro sorprendente, spettacolare, unico. Che dire, per esempio, del dj Francesco? Il suo papà Roby Facchinetti ha dato all’Italia i Pooh, che è già una montagna da scalare. Lui, Francesco, invece di perdersi d’animo per la sfiga di avere in casa un mostro sacro – pretendere più di un mostro in casa come intuite è difficile – ha sfidato la fisica, il concetto stesso di gravità e si è impegnato a divenire super mostro. Di capacità, sapienza ed eclettismo. Sa suonare bene come il papà, sa cantare, sa fare il dj, il conduttorein tv, l’imprenditore musicale e sa fare il social manager.

Sa fare quasi tutto al punto che prima di Natale mi aveva detto che per Silvio Berlusconi avrebbe pianificato una campagna digitale coi fiocchi. Mi aveva avvertito: mica lavoro solo per lui? E infatti oggi ho scoperto che dj Francesco è il digital champion di Giorgio Gori, candidato del centrosinistra in Lombardia contro il pupillo pro tempore di Berlusconi, il noto Fontana “razza bianca”. Sicché è chiaro che ci vuole talento per battagliare sui social pro e contro il centrodestra nello stesso giorno. E già lo vedo dj Francesco mandare un tweet Berlusca e dopo un nano secondo lanciare in rete una botta Gori contro il “nano di Arcore” (così purtroppo i detrattori dell’ex Cavaliere lo chiamano). La politica è industria, chi paga meglio avanza. Ma a volte i portafogli felicemente si sommano, i clic si moltiplicano, il fatturato cresce e la virtù decreta: non esiste la realtà, ma solo l’apparenza.

da: ilfattoquotidiano.it