demagistrisVSchiamparinoIl piemontese e il napoletano. Il riformista e il populista. Il primo nell’establishment fino al collo; in piazza e con il popolo il secondo. Tra Sergio Chiamparino, presidente del Piemonte e già presidente della Compagnia San Paolo, ex sindaco di Torino, prima ancora deputato, e Luigi de Magistris, sindaco di Napoli, la distanza apparente è almeno equivalente ai chilometri che separano le due città. Abbiamo rivolto loro le stesse domande e ciascuno, senza conoscere le risposte dell’altro, ha detto la sua. L’esito del confronto è meno scontato di quanto appaia e i due misurano i passi per vincere la partita della vita: come governare in tempi di crisi, quando l’odio e il rancore divengono identità sociali.

Populismo è la parola ricorrente di questa fase. Sta divenendo un tic collettivo: non c’è ora del giorno che non si invochi o si maledica il populista che è in noi.

Chiamparino: La paura che contamina ogni luogo e ci corre dietro spinge le fasce più deboli ed esposte alla crisi alla propria difesa attraverso l’unica arma a disposizione: odio verso tutto ciò che appare come nemico, cioè il potere costituito. Rancore verso coloro che sono incasellati nell’establishment: i ricchi che conservano, i potenti che distraggono. Siamo sommersi da merci che sconfiggono i nostri affari e da persone – i migranti – che destabilizzano il nostro modo di vivere. Il populismo è la traduzione politologica di una reazione popolare in cui le virtù sono tutte da una parte e i vizi d a un’altra.

de Magistris: Se per populismo intendiamo un potere che reclama di stare più dentro al cuore popolare io mi sento populista. Bado a conservare una connessione sentimentale con chi ha zero, a fare sempre un pezzetto di strada insieme agli ultimi e a comprendere le ragioni della indignazione. Che è un sentimento apprezzabile perché libera energie vitali e tiene a bada la paura che, se esonda, porta alla marginalità e, nei casi estremi, all’eversione.

C: Ricordiamoci sempre della frase del compagno Pietro Nenni: “C’è sempre un puro più puro che poi ti epura”.

dM: Se poi l’indignazione deve significare rabbia ottusa o depressione, banalizzazione di ogni decisione, repulsione per ogni ragionamento più complesso, se si intende il populismo in questa accezione, neanch’io condivido.

Sembra oggi che l’arco costituzionale venga compreso tra il Pd e Verdini, con Berlusconi al centro del gioco. Tutti dentro e legittimati, malgrado le storie, i profili – a volte alcuni schiettamente criminali – e le idee. E poi i movimenti popolari, parlo dei cinquestelle ma anche della Lega e di Fratelli d’Italia, visti come l’Msi di anni fa: sul limite dell’eversione.

C: Non penso che Lega e M5S abbiano coniugazioni comuni e possano essere accomunati in un fascio antidemocratico. Mi sembra solo propaganda questa. E per quel che vedo qui a Torino dove la sindaca Chiara Appendino è l’espressione del Movimento, noto un loro atteggiamento molto istituzionale, dentro al sistema dei poteri costituiti, rispettosi della cifra civile. A volte io sembro più eccentrico e fuori dalle regole di quanto non appaia la sindaca.

dM: Il Pd con Renzi è l’oligarchia al potere e ha collegato il suo destino a quello dei Verdini e dei Berlusconi. Amico fino alla sudditanza dei grandi potentati economici, dentro o nei paraggi dei grup pi finanziari, occupando lo Stato e ogni sedia dell’amministrazione pubblica. Il giochetto è di far apparire chi è ostile a loro come ostile al buon governo e anche alla democrazia. Si chiama demonizzazione dell’avversario.

Quanto a demonizzazione pure i grillini sono maestri.

C: Qualche volta mentre torno la sera a casa mi fermo a bere una birra con questi ragazzi dei cinquestelle. Sono bravi ragazzi e gli dico sempre: guardate che nel Pd non siamo tutti delinquenti e ladri.

dM: I cinquestelle all’origine rappresentavano un movimento trasversale e di popolo. Ho partecipato ai primi meet up ed erano altra cosa rispetto ad oggi dove la disciplina verticistica è assoluta e blocca ogni pensiero personale. E poi i loro capi sono arroganti. Quando vuoi scambiare un’idea con qualcuno di questi sbuca il Di Maio di turno che intima: non facciamo alleanze con nessuno! Ma chi vuole allearsi? Parlare significa allearsi?

È una società che vede il buco nero della crisi interminabile con la classe dirigente che non riesce a ritrovare un minimo di reputazione pubblica.

C: La politica si addensa nei luoghi tradizionali che non gestiscono il potere che noi gli accreditiamo. C’è come un effetto ottico. Penso al consiglio regionale, caricato di chissà quante aspettative ma che alla fine può poco. Ma anche il Parlamento così monumentale e presente nella vita quotidiana ha armi spuntate. In verità il potere che decide c’è dove non si vede. In Europa per esempio. E scelte politiche che cambiano la vita di tanti sono figlie delle scelte di grandi multinazionali, potentati economici e finanziari che pure sono difesi da una lente che opacizza fino a renderli invisibili.

dM: Perciò ho voluto legare sempre di più il popolo al Palazzo. Fondando questo movimento, DemA, che sta per Democrazia e Autonomia e vuole indicare una via possibile: trasversalità delle idee ancorate alla base della piramide sociale. È il popolo che deve guidare i processi e sono le autonomie territoriali che devono difendere le identità. In una città come Napoli siamo riusciti a calmierare la rabbia e a far esplodere energie positive. L’Italia ha bisogno di questi fermenti, altro che la cupezza e la mediocrità istituzionale del Pd.

Il Pd che idee ha? Solo quella di erigere un muro a difesa dei nuovi barbari?

C: Il mio partito deve decidere alla svelta un congresso e capire dove vuole andare e cosa vuole fare da grande. Pensano che se Grillo fallisce la prova del governo locale i voti che sono andati a lui torneranno a casa. Questo si chiama abbaglio da rendita parassitaria. Ormai ho l’età per non illudermi.

dM: E che ci vuoi fare con il Pd? La sua classe dirigente è così distante da noi… Proprio qui a Napoli in questi giorni è esploso il caso delle candidature sottoscritte a insaputa dei candidati. Cose dell’altro mondo.

Prima di salutarci date un consiglio a Virginia Raggi.

C: Mi dimetterei per cercare il riscatto. Ammetto che è un consiglio interessato, ma insomma ogni giorno è una legnata. Se credi di non meritarle devi pure dire: basta!

dM: Mi ha fatto molto impressione una sua dichiarazione nella quale giustificava la scelta di Marra in quanto l’unico che potesse darle le chiavi dei segreti del Campidoglio. No Virginia, devi trovare altre forme per governare quel caos. Io resisterei ancora un altro po’ ma poi, se mi vedessi perso nel labirinto romano, beh allora ciao ciao…

da: Il Fatto Quotidiano, 13 febbraio 2017

La mia Sanremo… Vecchi inglesi, granduchi russi, gente eccentrica e cosmopolita. (Italo Calvino)

vittorio-collettiAristocratica per via del suo nobile passato ma con tratti contemporanei da super cafona, Sanremo in questi giorni è il centro dell’Italia e del nostro Paese e giustamente testimone e specchio. Città doppia. Sta a nord ma è molto meridionale, ricca ereditiera ma attraversata da parecchi disonesti e sanguisughe, linda eppure sporca nell’anima. Vittorio Coletti è ligure, accademico della Crusca, linguista di valore ha firmato con Francesco Sabatini il dizionario della lingua italiana. Vive a Imperia che è la sorellina povera e sfigata di Sanremo. “A Sanremo c’era la libreria che non trovavo nella mia città, il cinema con i film che non riuscivo a vedere sotto casa. Il teatro, le rassegne letterarie al Casinò. Sanremo per noi gente di Ponente è stata la capitale della ricchezza e della cultura”.

Un passato da grandeur.

Alfredo Nobel aveva lì la villa, e Italo Calvino con villa Meridiana, e la grande e colta comunità russa. Non c’era partita e non avevi alternative: se non volevi andare a Genova ti toccava Sanremo per i tuoi pomeriggi felici e impegnati.

La città dei fiori. C’è qualcosa di più immacolato di un fiore?

Quando il mercato tirava, quando la globalizzazione non aveva fatto chiudere le serre e inguaiato l’industria del territorio, ogni quindici giorni partiva il treno carico di fiori. Esportavamo ovunque il nostro profumo.

E c’era il Casinò.

Un’altra industria benefattrice. Sa che per statuto una parte dei ricavi veniva destinata alla prefettura di Imperia che poi li distribuiva a tutti i poveri comuni dell’interno? Mio padre era vicesindaco di uno di quei paesini e attendeva che Sanremo staccasse l’assegno per provvedere a riparare qualche buca per strada.

San Remo, appunto. Città santa e generosa… Usa giustamente l’imperfetto, oggi non è più così.

Oggi no. Ma voglio ancora restare per un momento a ieri: il Casinò organizzava dei formidabili martedì letterari. Erano incontri di alto livello. Poi col tempo…

Col tempo tutto si è guastato.

Il Festival della canzone è l’unica industria che ancora regge. Porta soldi e si aspetta febbraio per dare fiato alle trombe. Ma anche qua tenga presente che a parte i diretti interessati, cioè albergatori e ristoratori, ai sanremesi non è che il Festival faccia impazzire. C’è più disinteresse di quel che appare. La manipolazione televisiva, che inquadra naturalmente i soliti colorati cento metri quadrati antistanti l’Ariston, il teatro della canzone, nega all’Italia la verità esatta, la cornice abulica dentro la quale la scintillante settimana canora si svolge.

Pensi che noialtri credevamo ancora che fosse la città dei fiori.

Il cimitero delle serre colpisce al cuore. Troppe sono chiuse per via di un mercato selvaggio che ha spostato l’asse della produzione altrove.

E i cravattoni che giungono al Casinò a spendere soldi dall’origine incerta?

Non sono tutti Calvino. Molti ceffi brutti, purtroppo.

Ori al collo, pellicce al vento. Leggi tutto

Giuliano Pisapia sarà il nuovo Romano Prodi, parola di Gad Lerner.

Non è solo questione di fisiognomica, c’è il profilo culturale la caratura morale e anche la qualità politica che mi spingono a questo paragone. È il solo che può federare, allargare il campo del centro sinistra.

Vuol dire che con Renzi si perde e con Pisapia si vince?

Giuliano non è Mandrake che arriva e spacca tutto. Ma io so che con Renzi non è certo nemmeno che il Pd esista ancora da qui a qualche mese. Ha scelto di tenere il partito in ostaggio dopo che ha perso il referendum. Lo vedo disorientato, senza un orizzonte avanti a sé e un processo di atomizzazione delle istanze e dei profili. Correnti su correnti, minoranze che si distinguono e si sovrappongono.

Ecco Pisapia che ci salva.

A Milano ha mostrato come si governa. Gentilezza e rigore. Mai dato adito a un’inchiesta, ha attraversato la città con i suoi piedi e le sue opere si vedono. Lasciatemi poi dire che Giuliano, del quale confesso un’amicizia antica e salda, è l’unico che può raccogliere il vasto campo di una sinistra delusa, dispersa, ora silente.

Ma la sua candidatura non è troppo figlia dell’élite milanese, della cintura stretta della città dove vive e lavora?

È un’obiezione ragionevole. Vedrete però che inizierà presto a girare l’Italia, viaggio che ha già in parte compiuto.

Pisapia c’è ma non si vede. Sembra sempre nascosto dietro un cespuglio ad attendere.

Non si vede perché non raccoglie folle di cronisti, non è mediatico come un Renzi. Ma è solido, portentoso nella sua cifra civile. Raccoglie simpatie ovunque ed è sempre là dove non te l’aspetti. Lo dico anche, se mi permette, per fare in modo che i lettori del Fatto conoscano il suo profilo un po’ meglio di quanto fino ad oggi non abbiano potuto. Sempre e solo a dire che è stato l’avvocato di De Benedetti, come fosse chissà cosa. A parte il fatto che quella difesa di anni e anni fa fu meritoria… Leggi tutto

#famostostadio o #famostoquartiere? Che il calcio sia il passepartout per eccellenza, chiave miracolosa per concludere affari è cosa nota. Comprensibile che la Roma, pur di avere il suo campo, si allei con chi mira ad aggiungere almeno seicentomila metri quadrati di cemento a quelli necessari per la realizzazione dello stadio e dei servizi annessi. Non soltanto non c’è traccia di una discussione sulla dimensione dell’opera monstre, sulla sua utilità effettiva ma neanche un cenno al fatto che tra i protagonisti dell’impresa – tutta autofinanziata – ci sia l’immobiliarista Luca Parnasi i cui affidamenti negli ultimi anni si sono trasformati in altrettanti enormi incagli per le banche creditrici, la prima delle quali – Unicredit – versa lacrime amare per i suoi 450 milioni di euro mai rientrati. Non è pensabile negare alla Roma lo stadio di proprietà, e certamente non è augurabile che la Capitale perda investimenti che costituirebbero, viste le casse allo stremo del Campidoglio, l’unico polmone finanziario. Eppure anche in queste condizioni varrebbe la pena considerare con meno approssimazione la qualità di investimenti che s’annunciano strabilianti: quante possibilità hanno di rivelarsi per strada pieni di piaghe? Zero? Tor di Valle è l’area a sud della città che precede quell’altro enorme insediamento della nuova Fiera di Roma, nelle intenzioni polo commerciale di prima grandezza nazionale divenuto poi desolante spiazzo di cemento a cielo aperto. Roma, la sua élite culturale e politica, assistono alla querelle dello stadio e delle grandi opere connesse con l’arietta furba di chi non vede, e se vede non capisce lasciando apparire come una capricciosa contrarietà alle cubature del progetto del solo assessore all’Urbanistica Paolo Berdini. Oltre a Spalletti e Totti, cosa resta in città?

Da: Il Fatto Quotidiano, 8 febbraio 2017

pirozziChe fa un terremotato tutto il giorno? Non ha un lavoro, non ha più un letto ma una branda, non il bagno né il tetto. “L’unico rito quotidiano è la mensa. L’unico luogo in cui resiste la comunità è il tavolo della mensa. L’unico momento per parlare o sparlare resta quello. In fila a ricevere il pasto di mezzogiorno, seduti ad attendere la cena”, dice Roberto. Lui no, giocava a calcio e conserva il fisico sportivo. “Io ce la faccio a resistere, a non pensarci sempre, a tentare di cambiare vita e guardare in faccia alla realtà. A ottobre dissi a mia moglie Marina che forse saremmo dovuti andare anche noi via da qui. Ci mettemmo a cercare, a prendere in mano la cartina geografica. Un posto vicino ad Amatrice ma lontano dal terremoto. Vicino ai nostri monti ma al sicuro. Facemmo un giro a Norcia, poi a Cascia. Sette giorni dopo successe la fine del mondo e noi siamo ancora qui in roulotte, ma noi ci salviamo, qualcosa mi invento, così non resto. Qui l’aria è brutta, non mi piace”.

AMATRICE da capitale del dolore sta divenendo centro di smistamento delle polemiche, area di parcheggio delle malelingue e, purtroppo, anche località eletta dalla liturgia dell’arraffo. Pensate solo alla “robba”, vi interessa solo il vostro destino e non quello della comunità. Basta con gli “arraffa”, basta con la “robba”. Così il 29 gennaio il sindaco Sergio Pirozzi ha aperto la crisi dell’onestà e della solidarietà nel suo Comune. Ai microfoni di radio Amatrice che trasmette (“ce pare radio Londra”, sorride un avventore all’unico bar in esercizio) ogni sera un suo pensiero, è sbottato. Ha detto basta e poi basta, così non gli piace. E il sindaco della felpa si è autosospeso: “Tre giorni per pensare, anch’io voglio prendermi un po’ di relax”.

La crisi è poi rientrata, i giorni del “lutto”, come li ha chiamati, sono terminati ma resta la questione. Non capita spesso che un sindaco liberi i cattivi pensieri nei confronti del suo popolo. Pirozzi l’ha fatto ed è già una notizia. Di chi è la colpa? Tua, caro elettore. Pirozzi forse avrà anche reagito con quelle parole ad azioni o supposizioni, suggestioni o già certezze che circolano sul suo conto: “Sarà candidato ed eletto al Parlamento, ha già la testa a Roma”, giura Giulio, studente universitario fuori corso. Plausibile. Del resto l’uomo ha personalità, sa tenere testa in tv, chiama per nome il presidente del Consiglio, indossa la felpa come fosse la bandiera italiana, bacia, abbraccia, invoca alla fratellanza permanente. Dice: “Io non mollo”, oppure: “Guai ai vinti”. Viene da destra, vicino ad Alemanno (prima Forza Italia, forse anche Udeur) ma guarda a sinistra, a Matteo Renzi garba un sacco: “Mister Pirozzi ha ragione”, ha detto il segretario del Pd qualche settimana fa. Quando Sergio ha polemizzato con Di Maio e i Cinque stelle che hanno sostenuto la protesta di piazza romana della settimana scorsa. I terremotati a Roma. Tutti presenti, tranne Pirozzi, il sindaco dei terremotati. Leggi tutto

scomodoHanno deciso di sfidare il centro di gravità permanente della loro vita: il Web. Siamo al quarto mese e i duecento e passa ragazzi romani che danno vita a Scomodo devono prepararsi a chiudere in tipografia il quinto numero del loro mensile. Sono diciottenni romani, alcuni per la verità hanno da poco superato la boa dei quindici anni, altri (pochi) hanno oltrepassato il limite dei venti, a dare vita alla più plateale forma di restaurazione della trasmissione della notizia e dell’approfondimento: la carta.

“La carta ti fa leggere piano, ti fa capire di più, ti aiuta ad analizzare i fatti, a entrare nella carne viva dei problemi”.

Adriano Cava è iscritto al primo anno di Filosofia alla Sapienza e dirige una redazione che è una città aperta.

Studenti, essenzialmente liceali, di varie scuole di Roma. Succede tutto per caso, alla nostra età c’è poco di programmato. Ci diciamo: vogliamo provare a fare un giornale come Dio comanda?

Ma l’industria della carta è in crisi, i giornali perdono lettori perché la Rete li trasforma in utenti. Le edicole chiudono. E voi, nativi digitali…

Ma tu dove mi hai trovato?

Su Facebook.

Mica puoi pensare che noi viviamo in un altro mondo? Siamo in Rete, sempre connessi. Lo smartphone in tasca è il segno del nostro tempo. Non scambiare il nostro progetto per una restaurazione. Semplicemente ci siamo accorti che il Web ci bombarda di notizie fino a sommergerci.

Il rullo compressore.

Gossip e attualità, baci appassionati e morti disgraziate. Video, clip su Facebook, smile, commenti leggeri, tragedie, pianti. Tutto insieme, tutto in un minuto. Il rullo quotidiano delle news, o anche dei gruppi, delle chat, è una esplosione continua di sentimenti e situazioni. Ora vedi un video di morte da Aleppo ora una festa di compleanno della tua amica. La realtà così sovrapposta semplicemente evapora. Diviene nuvola in cielo.

Un sistema che ti comprime e un po’ ti pialla, vuoi dire questo?

Un sistema che non ti dà il tempo di capire e di pensare. Di approfondire i temi, di raccogliere un punto di vista diverso.

Nella tua casa sono mai entrati i giornali? I tuoi genitori leggono?

Direi di sì. Ho visto più periodici che quotidiani. A casa mia c’era Micromega, poi Internazionale.

Scrivere costa più fatica che mandare un sms su WhatsApp, o twittare, oppure postare la foto del cane su Facebook, il bacio con la tua ragazza su Instagram. Leggi tutto

salvatore-romeoUna polizza, quindi soldi, e un uomo. Amico o amante? “Legga qui, sindaca. Cosa ci può dire?”. Ecco, il mancamento è giunto quando i magistrati le hanno infilato sotto gli occhi il prestampato. Assicurazione sulla vita. Causale: motivi affettivi. Sottoscrittore: Salvatore Romeo. Beneficiaria: Virginia Raggi. Io? Proprio io? La donna – esile già di suo – si è afflosciata sulla sedia, ridotta a un gomitolo. Ha perso i sensi. Avvocati intorno, aria, acqua e zucchero e poi caffè.

SI SENTE BENE? Vuole proseguire o sospendiamo? Delle otto ore passate nella caserma dello Sco, il servizio speciale della polizia, l’intermezzo sanitario è stato come l’intervallo nelle partite di calcio. Si stava chiudendo il primo tempo sullo zero a zero, quando i magistrati, Paolo Ielo e Francesco Dall’Olio, hanno deciso il contropiede. La polizza. Che significa soldi (puliti? sporchi?) e magari – chissà – sesso: che poi è sempre questo il grande teatro del potere. Virginia a terra, al di fuori di ogni metafora e i suoi legali furiosi a contattare Romeo: “Che cazzo hai fatto?”. Le parole sono pietre e Salvatore, 52enne funzionario del Comune, fede nell’uomo nero Raffaele Marra, scapolo, caricato sul carro magico come capo segreteria e poi scaricato quando la disgrazia dei Marra ha fatto perdere la ragione a Beppe Grillo, ha sentito quelle parole, divenute pietre, conficcarsi in petto. Svenuta lei, al pronto soccorso anche lui. Non si sa in quale ospedale abbia chiesto asilo e soccorso, ma di questo Romeo, laureato in Economia, funzionario di fascia bassa, amante del paracadutismo e del mercato finanziario, risulta preziosa l’autodefinizione che qualche settimana fa si è data a garanzia della propria serietà: “Non sono un gargarozzone”. Tranquillizzava tutti con quella chiacchierata al Messaggero, l’inimicizia con l’ingordigia, la fedeltà ai valori a cinquestelle. Aveva salito e di molto i gradini del Campidoglio grazie a Virginia ma soprattutto per via del gancio con Marra che lui aveva presentato ai cinquestelle e che poi lo aveva traghettato nella chat “Quattro amici al bar”. Leggi tutto

enrico-rossiSi vede che fare il presidente della Regione annoia perché ormai sono due a candidarsi per la segreteria del Pd, sempre che il terzo, cioè il laziale Zingaretti, non si metta pure lui in testa di traslocare. Ma prima del pugliese Michele Emiliano, la voglia di sfrattare Renzi è venuta al toscano Enrico Rossi.

La chiamassi signor Rossi? Il suo cognome è fatto apposta per essere dimenticato e il suo volto ancora non si conosce benissimo. È stato il primo ad annunciare la candidatura alternativa e forse sarà l’ultimo piazzato.

Aspetti aspetti. Sono partito lungo perché sono un fondista, ma il terreno è largo, la mia rete cresce di numero, siamo già a quattromila in Italia con sessanta comitati provinciali. Dia un po’ di tempo e anche le televisioni si accorgeranno di me.

Rossi il burocrate. Prima vice poi sindaco a Pontedera, quindi assessore regionale alla Sanità e infine presidente. Fisiognomica del candidato da tardo novecento.

Renzi viene dalla società civile? E poi che storia è questa: chi ama la politica perde il diritto di farla?

Innanzitutto capisca bene dove si candida e per cosa: il Pd oggi è come una casa senza porta, un’associazione senza scopo. Ci trova di tutto.

Ci vuole più socialismo e meno tipi alla Farinetti.

Eataly is out?

Non dobbiamo confondere la gente. Se l’operaio che vuole votarci trova il padrone della ferriera a fare gli onori di casa per prima cosa s’imbarazza e per seconda cambia idea e vota qualcun altro.

Farinetti è un supporter esterno. Come Briatore. Legati dalla stima personale per Renzi.

Ecco, bisognerebbe non annoverarli nemmeno tra i nostri fan. Li sta pregando di non votare Pd. Esattamente. Dobbiamo rappresentare quella gente che ci ha dato la forza di essere quel che siamo, che ci chiede di tornare a fare il nostro mestiere.

Lei sa di muffa, direbbe Renzi.

A me dà noia lui, la sua velocità senza costrutto, senza pensiero.

Sarà che è comunista?

Il libro nel quale espongo le mie idee s’intitola Rivoluzione socialista. Abbiamo ingiuriato la nostra storia e adesso la realtà ci presenta il conto.

Di nuovo con le ideologia direbbe Matteo, allora lei è ottocentesco! Leggi tutto

Era il prete del suo paese. Ora è il sindaco. Un don Camillo divenuto Peppone, anzi per chiudere il cerchio della trasgressione il don Peppone di Aiello del Friuli, la punta estrema del ex triangolo del salotto, le industrie del mobile ieri vanto e oggi croci di un territorio divenuto improvvisamente povero.

Andrea Bellavite, transgender del sesto tipo.

Venni qui da parroco nel 2002, stetti cinque anni e conobbi ogni casa. Sono tornato l’anno scorso da candidato, eletto per un soffio.

Teologo, filosofo, giornalista, pacifista, viandante.

Tutte queste cose messe insieme.

Ex prete anzitutto.

Nel 2007 ho rotto col mio mondo. A sorpresa un gruppo di amici e compagni della sinistra goriziana mi offrirono la candidatura a Gorizia. Ero già immerso nella vita pubblica, nell’impegno civile, nella cucitura dei movimenti di sinistra.

Era ancora prete.

Da prete e parroco conducevo questa vita su un doppio binario, timoroso però di lasciare la tonaca. Ero direttore del settimanale diocesano, pieno di impegni e di ansie.

La vita da prete dev’essere terribile. Anche lei ha dovuto fare i conti con la castità, prima ancora che con la politica.

Il frate fa il voto di castità, il prete fa promessa di celibato. Ma non c’è dubbio che il vincolo della assoluta illibatezza sia una montagna difficile da scalare.

A quanto pare i preti del nord-est sono cattivi scalatori.

Beh, i fatti della cronaca più recente danno il segno più di una devianza criminale. Io invece parlo della privazione di un sentimento così naturale, umano. Un atto di permanente contrizione.

Una vita dentro il peccato, all’ombra del peccato.

È vero, un prete tiene dentro di sé questo peso.

Tra colleghi non si discute del tema?

No, assolutamente. Al massimo col confessore o piuttosto con lo psicologo.

C’è il terrore che la gerarchia si vendichi ed espella?

No, la Chiesa è caritatevole anzi di più. Assolve sempre e comprende sempre, beninteso se il peccato non diviene di pubblico dominio.

A lei la relazione con una donna è stata la conferma che la promessa davanti a Cristo era stata mancata.

Vivevo col terrore questa condizione. Alla fine anche prendere il caffè al bar con una ragazza diveniva un elemento di paura: vuoi vedere che mi vedono? Stai a vedere che iniziano a mormorare. E la cosa più ingiusta era la mortificazione permanente della donna.

I paesi sono i luoghi del rancore, la gente mormora…

Eppure sapesse adesso i miei concittadini di Aiello come mi accolgono, quale spirito comunitario si è creato. Sono il loro sindaco e il loro confessore.

Un po’ Peppone e un po’ don Camillo.

La politica mi ha fatto dare uno scatto alla vita. Avevo paura al tempo in cui fui sospeso a divinis (era il 2007) di trovarmi senza lavoro, senza più amici, senza il mondo sul quale da prete avevo puntato: la società del bisogno e gli altri, i migranti per esempio.

Apre il municipio e suona le campane alla domenica?

Questo no, ma la mia identità è complessa e sovrappone le due vite che ho avuto la fortuna di vivere.

È sposato?

Non lo sono mai stato. E adesso sono single.

Il celibato non funziona proprio.

Temo di no, che noi uomini o gran parte di noi non riusciamo a coniugare la fede con questa condizione.

Voi preti, o ex.

Siamo peccatori. Ma ce ne sono tanti che invece immolano con convinzione e fiducia la loro vita alla castità. È un’attitudine, una luce che illumina alcuni e altri no.

Non dice più messa ma ha trovato un altro lavoro e un altro stipendio.

L’indennità di sindaco fa 1.302 euro al mese.

Si campa tirando la cinghia.

Faccio tante altre cose, non posso lamentarmi. E la soddisfazione più grande è che vedo la mia comunità partecipe, vicina.

Hanno mormorato, ma poi hanno capito.

Quando mi hanno chiesto di candidarmi dissi agli amici venuti in delegazione a Gorizia: ma siete proprio sicuri? Accettai perché mi parve un modo utile per mettere in campo le mie idee: apertura agli stranieri, lotta per la pace, multiculturalismo. Mi consigliavano di essere prudente nei comizi, invece io pensai che ci fosse un dovere di onestà e di sincerità. Questo io sono, queste sono le mie idee.

Bene, quanti migranti dunque ha il suo Comune?

Mi vergogno un po’ a dirlo ma ancora nessuno.

Don Peppone, proprio lei fa ostruzione!

Siamo appena entrati nel progetto Sprar. Solo da marzo avremo otto richiedenti asilo.

Da: Il Fatto Quotidiano, 28 gennaio 2017

giulio-andreottiI più ambiziosi possono puntare sulla capacità balistica di Giulio Andreotti di colpire l’elettore e centrarlo anche a notevole distanza. I tenaci e i taciturni hanno due opzioni: tentare di copiare il modello Gaspari, un abruzzese che riceveva i clienti anche in agosto ai bagni di Vasto (primo ombrellone a sinistra), oppure per i modesti e i timidi ritrovare nella carriera di Alfredo Vito, mister Centomila preferenze, “la Sogliola” per gli amici. Ora che all’orizzonte c’è il sistema proporzionale è bene che deputati e senatori, soprattutto se giovani, volgano lo sguardo al secolo scorso dove i mangiatori di voti erano una falange di tutto rispetto, con truppe da combattimento, soprattutto al centro sud, di notevole spirito e pari audacia.

“NON SONO ANDATO MAI in vacanza in vita mia e l’unico pomeriggio di festa cadeva il giorno di Natale. Di mattina ricevevo, naturalmente, poi a pranzo sospendevo e mi concedevo la mezza giornata di libertà. Ricordo che la prima volta che ho accompagnato mia moglie a fare shopping è stato poco prima che morisse, quando non ero più deputato e quindi piuttosto libero”. È la lezione di Gaspari, da Gissi. Se Andreotti approntava cordate militari (preferenze su quattro nomi, poco spazio alla fantasia e moltissimo invece alla fedeltà) si deve alla capacità, all’energia e anche all’inventiva del gruppo irpino capitanato da Ciriaco De Mita, più colto e raffinato, se ai contadini analfabeti del Sud o agli elettori soltanto svogliati fu offerta la soluzione a ogni possibile pigrizia. Elezioni politiche del 1968, lotta interna alla Democrazia cristiana e squadra di quattro per raggranellare ovunque i voti che sarebbero serviti. Si poteva votare scrivendo il nome, ma era più complicato ed esposto ai rischi della lingua italiana, oppure indicando il numero relativo alla posizione del candidato. “Tu voti il numero 1, poi il numero 9 poi il numero 6 poi il numero 8”. Semplificando si chiese a tutti: Votate e fate votare 1968! Fu un bellissimo spariglio, e la legione irpina iniziò a farsi notare sempre più fino a raggiungere il comando negli anni Ottanta.

La caccia alle preferenze è una specialità del centro sud. Soldi, soprattutto soldi, e offerte di lavoro a iosa. Silvio Gava e poi suo figlio Antonio detronizzarono il regime laurino della scarpa prima del voto e della seconda dopo la verifica elettorale, della “buatta” di pomodori (confezioni di pelati) con le quali il comandante Lauro pure si districava benissimo. Gava col ciciniello (anello d’oro molto vistoso) al dito divenne ministro degli Interni e promosse naturalmente Napoli come baricentro della civiltà nazionale. Nacquero in rapida successione la banda dei quattro, la corrente del Golfo, e varie altre combinazioni interpartitiche (democristiani-socialisti-laici) offerte dal sistema proporzionale. Leggi tutto