Tinto Brass, icona del cinema erotico, si è sposato in tarda età con una signora 57enne, avvocato. Cinque anni or sono è stato colpito da ictus. I suoi due figli di primo letto hanno chiesto e ottenuto dal giudice – temendo che il patrimonio personale venisse dal papà disperso in iniziative troppo allegre – che la moglie diletta amministri i beni e ne tuteli il loro valore.

La moglie, che vive questa felice stagione con Tinto, si rifiuta di divenire amministratrice in forza della legge e non magari dell’amore e decide di ricorrere in appello per sentirla revocata.

Brass si ricorda di Sofocle, pure a lui successe di vedersi intimare dai figli l’esproprio.

Ora io domando: uno Stato che nega sistematicamente giustizia, che allena i furbi e i prepotenti – per via del groviglio di norme che rallentano ogni passo e sistematicamente si arenano davanti a mille prescrizioni – perché deve farsi ficcanaso oltre il limite del lecito?

Com’è triste la vita di quel figlio che vive l’ossessione dell’erede mancato, che mostra il suo unico talento nel segnalare i vizi del padre dal quale però si attende il bonifico dell’addio.

da: ilfattoquotidiano.it

E’ Pasqua. Il bar gestito da una coppia rumena è aperto. C’è la fila alla cassa. In coda due boss conosciuti nel rione: sono i Casamonica. Nella periferia sud di Roma spadroneggiano, terrorizzano, impongono e dispongono. La fila è più lunga del previsto e alla cassa non si curano di mantenere il riguardo che si deve a un boss: fargli saltare la coda. Alla loro rimostranza replica una ragazza: se non vi sta bene di attendere il turno andate altrove. La misura è colma. Nel racconto che Floriana Bulfon fa oggi su Repubblica la giovane donna, disabile, è l’unica ad aver opposto resistenza al sopruso. I presenti, tutti abili, muti e terrorizzati. Lei invece no. Pagherà con le frustate, perché i boss non perdonano. Ma pure la cinghia di cuoio e le altre botte che riceve e che la manderanno all’ospedale, insieme al titolare del bar, non la fermano. I Casamonica impongono il silenzio sui fatti, altrimenti altre botte. Invece denunciano alla polizia ogni cosa. Nel disordine di un mondo capovolto fa scandalo e notizia tutta questa dignità mostrata. E fa meraviglia la resistenza al sopruso.

da: ilfattoquotidiano.it

Giuliano Ferrara anche oggi ci ricorda che a prevalere sono sempre i cretini. Lui, che è intelligente, conta le sconfitte dei suoi simili. Il primo tra tutti è Matteo Renzi. È così intelligente ma così intelligente, e moderno ma così moderno, e riformista ma così riformista. È così tanto avanti, troppo avanti, da lasciare il popolo, in prevalenza piuttosto cretino, in debito d’ossigeno.

Nell’ipotesi esposta (pochi intelligenti devono confrontarsi vedersi sconfitti dai cretini, che sono molti di più) si trova certamente anche Luciano D’Alfonso, che non solo è renziano, quindi intelligente per partito preso, ma anche governatore d’Abruzzosenatore. Ha spiegato che temporaneamente cumula le due cariche, per legge vietate, nel solco tracciato da Mazzini e Garibaldi.

Chiunque di voi converrà che i due eroi avevano un’intelligenza fuori dal comune. Il problema, ritornando a Ferrara, è che i cretini d’Abruzzo, molto più numerosi, vorrebbero che D’Alfonso rinunciasse all’una o all’altra poltrona, avesse la legge sopra di sé e non la mettesse, nell’attesa, sotto il suo culo.

da: ilfattoquotidiano.it

Se il primo Matteo usa la lingua come fosse un revolver, e ogni volta che parla distrugge, e gli italiani sono stufi oramai di ascoltarlo, questo secondo Matteo è capace di spiegare che con la ruspa si costruisce il nuovo mondo.

Ieri il miracolo si è ripetuto: Matteo vuole il pre-incarico. Non un incarico vero e proprio, ma un’ultima finzione. E invece di sembrare un Arnaldo Forlani con la barba, è parso il giusto che aggiusta finalmente.

Salvini è un fuoco che arde e qualunque cosa dica brucia di verità: restituire per esempio alla loro Africa e a blocchi di centomila i viandanti oziosi, capricciosi e magari spacciatori. Ai governanti di ieri e di oggi pare impossibile. Invece lui la fa semplice, e a noi pare venuto il momento di farla finita con i cacadubbi.

Il nuovo Matteo vuole far finalmente rispettare il codice penale, e a noi sta bene. E anche a Silvio Berlusconi, che pure il codice lo patisce continuamente.

Lui sostiene i poveri e basta con i miliardari, eccetto Silvio.

E basta con la legge Fornero che Forza Italia ha approvato.

E basta con il Jobs act che il governo del Nazareno sfornò.

Tra qualche settimana si dovrà mettere mano a questa immonda legge elettorale, e Matteo – che fu decisivo per farla passare – sarà in prima linea a togliere di mezzo questo ultimo scempio. Se necessario – vedrete – anche con la ruspa.

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Come una capsula del tempo tutto è ritornato dove l’avevamo lasciato.  Matteo Renzi è lì che illustra in tv le sue riforme costituzionaliDi Maio pensa a come fargliela pagare, Silvio Berlusconi a come tenersi a galla, Matteo Salvini a come comandare. Due sole ma rispettabili novità dopo il voto del 4 marzo. Elisa Isoardi si è aggiudicata la conduzione de La prova del cuoco, e il Nord padano è in festa per il giusto riconoscimento alla fermezza con cui la Lega ha condotto la battaglia “Prima Elisa e poi tutti gli altri”. Maurizio Martina conquista invece il premio “Cuore d’oro”: ha accettato di far finta di essere il segretario reggente del Pd sapendo che era uno scherzetto per vedere che effetto faceva.

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Ha dato prova di saper stirare. E, in tutte queste settimane, di saper stare nell’ombra. Quella cinquantina di scatti che sono scappati dalle mani del suo compagno e sono finiti su Instagram e sui rotocalchi rappresentano il frutto della distrazione più che della esibizione. Una coppia normale, come tante, con mille cose da sbrigare. E i pochi istanti di intima conversazione, lui in poltrona e lei in décolleté davanti al ferro da stiro, lui in camicia e lei pure, lui al mare e lei di lato, lui avanti e lei dietro, è il pedaggio che lei paga a Matteo e alla sua ossessione di fotografare ogni cosa che gli si muove intorno: una camicia, una ruspa, un immigrato o anche lei, Elisa batticuore.

Nonostante tutto Elisa Isoardi sta resistendo nell’ombra anche se gli sfregi alla sua decisione non si contano. L’ultimo quello della Rai di trascinarla sotto il cono di luce  della Prova del cuoco, trasmissione alla quale Antonella Clerici ha donato 18 anni di fila. Elisa dovrà condurre, lei che vorrebbe essere condotta, e dovrà stare alla luce, lei che è nata nell’ombra e lì vorrebbe essere lasciata. Sembra una vendetta, una ritorsione, l’ultima provocazione del sistema, del potere pubblico contro Matteo Salvini, il leader contro, colui che sta col popolo, tra il popolo sovrano. Matteo non avrà più le camicie stirate dall’adorata Elisa, impegnata con i bucatini all’amatriciana. Fortuna che gli restano le felpe.

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C’è qualcosa di strabiliante e nient’affatto consolatorio nella storia di Cristina Cifuentes, 53 anni, fino a qualche settimana fa astro nascente del partito di Mariano Rajoy, il premier spagnolo e oggi destinata alle dimissioni da ogni incarico e all’oblio perpetuo. La signora è stata pizzicata in un supermercato con due vasetti di crema antirughe in borsa. Penosa la foto nella quale si vede l’influente politica tirar via i due vasetti e scusarsi per aver “dimenticato” di pagare alla cassa. Ogni taccheggio porta con sé un po’ di pena, ma c’è un di più che questo evento obbliga a misurare.

Si può rubare una mela, un milione di euro o anche di più. Siamo certi che la Cifuentes, che sul groppone ha pure una falsificazione della sua laurea, paga perché i due vasetti antirughe sgraffignati al supermarket hanno una potenza visiva imparagonabile a ogni altra e più grave forma di delinquenza. La vergogna le è cascata addosso in modo definitivo solo grazie a due vasetti di crema. La sua reputazione è azzerata, la sua carriera pure. La classifica del disonore per il potere è infatti inversamente proporzionale alla suggestione pubblica che quel comportamento provoca. Avesse trafugato montagne d’euro su un conto delle Cayman, come fanno i ricchi e i potenti, figurarsi se c’era da scandalizzarsi. Ma qui si tratta di due vasetti di crema antirughe, diamine!

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“Serafino, sei il nostro angelo”. La gigantografia del boss Serafino Cordaro, assassinato nel 2013, capo del clan monopolista dello spaccio di droga a Tor Bella Monaca campeggia su un muro di un palazzo del quartiere, un caseggiato per giunta di proprietà comunale.

Da cinque anni è lì. Tutti lo sanno, nessuno lo toglie. Ventiquattro ore invece ha campato il murale dello street artist Tvboy che aveva ritratto Di Maio e Salvini in un bacio appassionato. Solerti sbianchettatori comunali furono inviati a ripulire lo scandaloso e imbarazzante bacio disegnato appena dietro Montecitorio.

Si potrebbe dire, e magari è effettivamente così, che quando il potere costituito è preso di mira e sbeffeggiato, si difende e risponde in un battibaleno.

Io invece credo che la disparità di trattamento abbia una spiegazione ancora più profonda e grave: il quadro che inneggia al capo degli spacciatori è dentro una comunità di invisibili, è ai margini della Capitale, nelle larghe periferie che il potere proprio non vede, di cui non s’accorge.

Desta scandalo o polemica, si dibatte e si ragiona solo su ciò che sappiamo, che conosciamo. Che appare, quindi che è. E le notizie che selezioniamo, i fatti di cui ci occupiamo sempre più hanno poco a che fare con gli interessi dei più, le gioie o le pene di chi sta lontano dall’obiettivo.

L’Italia non è divisa in due dalla politica ma dalla vista di chi la abita. La società che appare, rimpicciolita quanto si voglia, e quella invisibile, sempre più larga, ma che fa fatica a esistere.

Il boss ha la sua gigantografia, ma sta nel suo territorio, e chi vive là e magari non spaccia, non ruba, sceglie la legalità, non ha altra possibilità che delegare la sua vita, la tutela dei propri diritti e anche delle sue speranze a chi sta di qua, che nemmeno si accorge di lui, l’invisibile.

da: ilfattoquotidiano.it

Ecco finalmente il Molise. Lo aspettavano, molto oltre il senso della misura, sia Salvini che Di Maio. Avrebbe dovuto regolare i rapporti di forza, per l’uno nel centrodestra e per l’altro nel Parlamento. Il voto regala ai due vincitori delle politiche due sonori ceffoni. Il centrodestra vince, ma deve ringraziare Aldo Patriciello, l’imprenditore della sanità titolare di un partito transumante che ogni cinque anni sceglie con chi transitare al traguardo.

Salvini che voleva fare le scarpe a Berlusconi, arriva terzo senza un voto in più. Amen. E Luigi Di Maio prova sulla sua pelle cosa significhi mettere giacca e cravatta al movimento e imbarcarlo in trattative infinite, fargli poggiare i piedi nella palude della prima Repubblica.

Cinquestelle dovevano vincere, potevano avere il primo governatore regionale e invece eccoli di nuovo al punto di partenza: primo partito ma arretrato di molti punti rispetto alle politiche. Opposizione era e opposizione sarà.

I Cinquestelle perdono soprattutto perchè l’astensione è giunta a un livello record. Metà degli elettori ha rinunciato a votare. In questa moltitudine tanti sono quelli storici del centrosinistra che hanno scelto, a differenza del 4 marzo, di non scegliere, come ultima chance, il Movimento.

Se Di Maio voleva provare i costi della sua spregiudicata tesi dei due forni, l’idea che Lega e Pd siano uguali, che il governo sia una forma neutra sulla quale adagiare ogni possibile alleanza, eccolo accontentato.

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PIETRANGELO BUTTAFUOCO E ANTONELLO CAPORALE  inviati a Campobasso

Il canino volitivo di Massimiliano Scarabeo, capogruppo del Pd al consiglio regionale, era sul punto di arpionare il lobo dell’orecchio destro di Domenico Di Nunzio, suo collega di partito, e macinarlo tutto, e poi magari pure inghiottirlo. Come manco neppure San Pietro quando stacca l’orecchio a Malco, il servo del terribile Caifa, l’accusatore di Cristo.

IL CONFRONTO svoltosi nella sala delle adunanze del Molise meno di due anni fa finì dunque a morsi e giustamente il morsicato Di Nunzio valutò che il dissidio “squisitamente politico” non dovesse esondare in tribunale. Il tempo ha fatto il resto e sia Scarabeo che Di Nunzio, con pari gioia, si ripresentano all’elettorato scegliendo, per dare soddisfazione alle esigenze del pendolarismo, le file del centrodestra.

Proprio il caso di dire: “Porgi l’altro orecchio”. I molisani hanno un particolare rapporto col tempo che passa, e se passa lento è meglio per tutti. Cosicché i loro dirigenti hanno scelto di chiamarli al voto con due mesi di ritardo rispetto alla scadenza naturale del 4 marzo.

Si vota domenica 22 aprile. Due mesi in più, due stipendi in più, tutta festa. E Vincenzo Niro, in consiglio regionale dal 2001, è chiamato affettuosamente l’onorevole Pendolo. Non mostra antipatia per l’appellativo giacché di suo ha scelto di confrontarsi con tutti quanti. Leggi tutto