Il falò dei competenti

C come competenza. Il competentissimo governatore della Lombardia Attilio Fontana per dimostrare la sua assoluta fede nella scienza e non nella demagogia si è auto isolato appena ha saputo che una collaboratrice era risultata positiva al test. Ha pure indossato la mascherina, in diretta video, per mostrare che con il virus non si scherza. La mascherina era stata appena smascherata, ritenuta inutile e anzi dannosa per l’effetto panico che avrebbe causato, da mezza dozzina di scienziati. Il primo dei quali, Walter Ricciardi, super competente, spiegava però quattro giorni fa che il sistema adottato in gennaio dall’Italia per prevenire l’infezione, il blocco dei voli diretti dalla Cina, si era rivelato inefficace. Altri Paesi invece, come la Francia, avevano deciso di tracciare e isolare tutti coloro che, in varie forme, provenivano dal lontano Oriente. Si è poi scoperto, grazie a un suo collega scienziato, che la Francia ha fatto in tutto meno di 400 tamponi. Dunque – e anche questa farà parte della metodologia clinica – oltralpe hanno effettuato una tracciatura ad occhio, a capocchia. Ma i risultati sono straordinari.

Matteo Salvini l’aveva detto: chiudere i porti, la minaccia viene da sud, dall’Africa. Il governo non lo ha ascoltato e si è visto quel che è successo. Cioè zero carbonella. Se proprio, bisogna annotare che l’unico positivo dell’Algeria al coronavirus è un italiano del nord che lavora lì per l’Eni. Un nostro connazionale. Un emigrante come tanti.

La competenza non si acquisisce in una notte e così Giuseppe Conte, sotto consiglio dei suoi esperti, ha chiuso, isolandola, la zona rossa, il focolaio principe, quello di Codogno e dieci comuni circostanti. Mandati polizia e carabinieri, anche l’esercito. Nessuno entra e nessuno esce. Tutti con le mascherine. Tipiche misure anti panico. Uguale al Veneto, che ha messo in quarantena solo il comune di Vo’, però ha deciso autonomamente, essendo la competenza veneta superiore al resto, di fare a tappeto lo screening sulla popolazione. Il competentissimo Luca Zaia, governatore della Regione ha infatti ordinato l’acquisto di centomila tamponi, giacché i primi tremila erano stati utilizzati in due sole nottate di prove tecniche da virus.

Oggi il Ministero della Salute comunica che il tampone a tappeto non serve, non bisogna esagerare anzi ridurre ai soli casi sospetti la verifica da laboratorio.

A che servono i competenti? Proprio a questo. Dire e disfare ma con eleganza e misura. La regione Marche, governata da uomini prudenti e competenti, ha deciso di chiudere tutte le scuole dopo che il governo centrale, incompetente, aveva supplicato di non esagerare. Non usare cioè la bomba atomica per spegnere una rissa da bar. Bar, cinema, teatri chiusi a Milano per rispettare le misure di precauzione consigliate dagli scienziati, i competenti. Il sindaco Sala ha chiesto di finirla con tutto questo rigore, che provoca danni economici, e infatti da ieri di nuovo riaperto. “Diamoci tutti una regolata” ha titolato Libero, giornale milanese. E infatti due giorni prima aveva accusato il governo, col suo lassismo di provocare una “strage” lasciando i cittadini liberi di infettarsi. “Strage” è stata la parola-chiave del titolo di prima pagina.

Effettivamente anche Roberto Burioni, superscienziato, aveva avvertito che il virus cinese è assai pericoloso: “L’avevo detto io!”, aveva spiegato quando invocava misure durissime di isolamento, per contenere l’espansione del contagio. Lui, da ieri, mostra comunque una certa dose di tranquillità: non allarmiamoci troppo. Per chi si stesse allarmando comunque, dal 20 marzo prossimo, sarà disponibile, in attesa del vaccino, il libro di Burioni medesimo che ha per titolo “Virus”. Una utile rassegna, dalla peste in poi, di come si schiatta.

La Lega ieri ha fatto però un passo istituzionale forte. Grazie a Giancarlo Giorgetti, che guida l’ala prudente e responsabile del movimento, ha fatto sapere al presidente della Repubblica di essere pronta a un governo di emergenza che promuova i più alti profili e competenze e sostituisca il governicchio attuale, molto incompetente. Anche Matteo Renzi sembrerebbe d’accordo.

Non sappiamo se sulla stessa lunghezza d’onda sia il governatore della Campania Vincenzo De Luca che dopo essere andato allo stadio per godersi la partita Napoli-Barcellona, ieri ha riunito i sindaci della regione, centinaia e centinaia, comunicando che è meglio evitare assembramenti. Poi, secondo il principio dell’adeguatezza e della proporzionalità delle misure di precauzione, ha ordinato la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado. Non vogliamo pensare a cosa riusciranno a fare la Basilicata e la Sardegna, essendo le misure shock quasi esaurite.

Tutte le competenze sono state utilizzate per affrontare il problema.

Da: ilfattoquotidiano.it

 

Giorgia fa cucù (per giunta da lassù)

Il cucù di Giorgia a Matteo dovrebbe essere un cucù finalmente amichevole, anzi solidale. Lei giunge al Senato e si sistema nella tribuna ospiti mentre lui sta procedendo sulla via del martirio. Non scappa più dai giudici ma va loro incontro, si piega al processo, e dunque accetta il verdetto, e sfida il carcere in nome del popolo italiano che gli ha chiesto esattamente quel che lui ha fatto. Sfidare le leggi, anzi violarle.

Il fatto è che per la prima volta la Meloni, scalpitante pin up del centrodestra, alleata ma non troppo, si trova in alto e lui in basso. Nel senso tecnico dell’inquadratura, per via dell’architettura del Palazzo. Gli ospiti sono sistemati sopra le teste dei padroni di casa. E per la prima volta è lei a selfizzarsi, spiegando che lo fa per manifestare la solidarietà a lui, mentre lui, che con i telefonini è un maestro, ed è campione della comunicazione digitale, legge sui fogli di carta pur di non dimenticare nulla, ma dunque già arretra la sua arringa difensiva in un clima da Novecento.

La presenza di Meloni quindi invece di aiutare, disturba un pochetto. Il protagonista è lui, non lei. La presenza incide poi sul pathos (“Forza papà, mi hanno scritto i mei figli”, sta dicendo lui quasi commosso mentre lei manovra il cellulare), e un po’ disorienta e distrae purtroppo. Tutti guardano lei. Tutti tranne chi dovrebbe, cioè lui, impegnato a fare al meglio ciò che sa fare meglio: il comizio.

Giorgia che dichiara solidarietà a Matteo proprio quando sembra averne le tasche piene e lo accusa di essere aggressivo, è insieme una bugia e una verità. Fratelli d’Italia avanza nei sondaggi proprio quando la Lega sembra declinare, confermando che nel centrodestra i voti si spostano come se avessero le gambe di un Mennea: da qui vanno lì, e poi da lì vanno qui. Perciò il cucù dev’essere affettuoso a parole, e infatti Giorgia è zuccherosa (“Ha fatto ciò per cui gli italiani lo hanno votato”) ma anche fastidioso, vicino ma lontano, amichevole ma anche ostile. La questione è che Giorgia fa cucù e per giunta da lassù.

Da: ilfattoquotidiano.it

“Scusi, lei è uno spacciatore?”: la sceneggiata di Salvini contro l’imputato del popolo scambiata per uno show. Ma è barbarie

C’è qualcosa di più barbaricoprimitivo, violento di ciò che ha fatto Matteo Salvini ieri a Bologna? “Alcuni cittadini dicono che lei è un pusher. Mi fa salire così spiega?”. Così l’ex ministro dell’Interno pur di arraffare i voti dei disperati, dei diseredati, di chi è vittima della droga, di chi spaccia e dei tanti che sono gli “spacciati” delle periferie italiane, citofona all’imputato del popolo, anzi al condannato dalla piazza. I giornalisti che lo circondano, vergognosamente silenti, intravedono nella mossa del leader leghista uno “show” e attendono festosi che il confronto porti a qualcosa di buono. Magari un pugno in faccia, un ceffone, delle manette finte, qualcosa di spettacolare e memorabile. E di show colpevolmente parlano i giornali, interpretando la barbarie come una sceneggiata televisiva.

Invece dobbiamo tutti vergognarci. E non già perché siamo sicuri che il tizio, l’immigrato tunisino regolarmente residente, abbia una condotta irreprensibile. Lo dovrebbe sapere la polizia, spetta a lei il compito, nel caso, di citofonare. Il problema vero è che non ci assale la vergogna perché l’azione di Salvini è così grave, civilmente così putrida, da farci domandare: ma dove siamo finiti? Ma dove stiamo andando, dove arriveremo?

Se basta una voce di “alcuni cittadini” per screditarci pubblicamente, se siamo entrati nella fase dell’arresto popolare, che ne sarà di noi?

Il tunisino sarà colpevole o innocente, io non lo so. Quel che è certo è che noi siamo sicuramente colpevoli di scambiare quel rito barbarico per uno show.

Da: ilfattoquotidiano.it

“Da Leu a Salvini per amore: il mio e quello del popolo”

È una questione di amore e di ardore. Una coppia di giovani si conosce in una fredda sezione della cintura milanese, uno dei pochi circoli che può vantare Leu, la formazione di sinistra che declinerà nel giro di poco tempo. Eleonora e Giuseppe sono militanti entusiasti e però il turbamento politico per le scelte del loro sfortunato partito li porterà avvinghiati e felici nelle braccia di Matteo Salvini. Da un estremo all’altro, dunque. Eleonora Cimbro, già deputata del Pd nella scorsa legislatura, da Bollate, è la compagna di Giuseppe Femia, ora capogruppo leghista a Cermenate. Eleonora è una mamma di 42 anni e l’ultimo bebè, il quinto, nasce quindici giorni fa a suggellare questa meravigliosa storia politica troppo trascurata dalla stampa.

Il vostro progetto politico sembra uno di quei viaggi di Avventure nel mondo.

Scherza? Il mio tragitto è limpido. Qui a Bollate ho lavorato sempre per presidiare i bisogni dei ceti popolari.

Infatti il Pd l’ha mandata in Parlamento a presidiare i bisogni popolari.

Alt. Ho vinto le primarie, ero senza paracadute. E appena eletta mi sono accorta che avevo sbagliato partito.

Eletta con Bersani segretario, ma deputata con Matteo Renzi al comando.

Non mi trovavo d’accordo su nulla. No al Job act, no al referendum, no all’ubriacatura dei diritti civili, questa legittimazione del mondo gender, dell’utero in provetta.Continue reading

Alitalia, Ilva, ora la banca di Bari: se anche la competenza fa crac

La Banca popolare di Bari fa crac. Dirigenti di lunga storia e solide relazioni all’istituto di credito pugliese lasciano la cassaforte vuota e gli azionisti in mutande. I funzionari della Banca d’Italia, dal possente curriculum tecnico, hanno esercitato la vigilanza senza alcun esito. Malgrado le loro competenze e i saperi e le relazioni, nulla si è potuto. Stiamo a un miliardo e trecento milioni di buco, ad oggi. Il valore della competenza qual è, dunque? Perché finora ci siamo detti, e anche giustamente, che l’enorme successo dei Cinquestelle aveva traghettato al governo, locale e nazionale, decine di signor nessuno. Ci siamo detti, e abbiamo convenuto, che non ci si può inventare ministri, non si può governare senza sapere cos’è il governo. Non si gestisce un Paese quando nemmeno abbiamo provato a organizzare il nostro condominio. Ecco, abbiamo detto, non basta l’onestà. Ci vuole la competenza.

È una delle ragioni per le quali il movimento sta declinando: troppo improvvisati, naif, evanescenti i loro rappresentanti. Loro lasciano il campo, con defezioni improvvise (alcune davvero vergognose), proprio mentre un altro movimento sta montando le tende. Le Sardine nascono come presidio spontaneo, volontario, casuale. Si ritrovano grazie a una parola e a un obiettivo: slegarsi da Salvini. Stare all’opposizione della Lega, promuovendo il proprio corpo come estremo baluardo. In piazza sono giunti prima giovani e giovanissimi – incompetenti per via dell’età – poi gli adulti, infine gli anziani. Non sappiamo quanti di essi vantino competenze. Sappiamo solo che l’unica, vera novità politica capace di mutare lo scenario, persino i rapporti di forza tra i partiti, l’unico vero polo di attrazione diviene un movimento che neanche sa riconoscersi, sa dire esattamente chi è, cos’è.

Ma se siamo a questo punto è perché la competenza sta dando cattiva prova di sé: Ilva era nelle mani di un’azienda leader nel mondo. E invece crac. Alitalia doveva andare a gestori di lunga esperienza. Crac. La banca di Bari era da sempre affidata al ceto affluente della classe politica meridionale. Crac. E i ponti? Autostrada non gestiva, sulla base delle sue competenze, la sicurezza delle grandi strade? Ancora crac. Se l’onestà non basta quando si è al potere, la competenza non aiuta a dividere il mondo tra i buoni e i cattivi. Un terzo necessario ingrediente, che spesso dimentichiamo, è la passione. Vivendo senza passione il cittadino si trasforma in cliente. E aspetta beato di essere servito a tavola. Non si accorge che i peggiori cuochi si avvicendano in cucina. Non solo mangerà poco e male ma si troverà da solo a pagare il conto salato della sua stessa scelta: fare il cliente, non il cittadino.

Da: ilfattoquotidiano.it

Salvini, la nutella, e quel tesoro nascosto che sono le nocciole

Per una volta una gaffe, anzi una stupidaggine vera e propria, ha prodotto un buon risultato. Bisogna ringraziare Matteo Salvini che a sua insaputa ha fatto venire alla ribalta un problema che è insieme una grande opportunità. “Non mangio la Nutella perché è fatta con le nocciole turche”, ha detto qualche giorno fa in un comizio a Ravenna per poi pentirsene subito dopo. Non sapeva che senza le nocciole turche (e quelle della Georgia e dell’Azerbaijan) la Nutella non sarebbe in molti scaffali italiani. Perché Ferrero, leader mondiale dell’industria dolciaria, assorbe 220mila tonnellate di nocciole l’anno. L’Italia tutta intera ne produce solo 125mila e le distribuisce anche agli altri concorrenti (Barilla in testa).

E’ questo un grande problema e, come abbiamo detto, una grande opportunità soprattutto per il Sud. Le migliaia di ettari incolti, la fuga dalle campagne, lo spopolamento delle aree collinari, è una questione che da qui a vent’anni provocherà un disastro nel nostro Paese a causa di uno sgretolamento demografico nel Mezzogiorno che toccherà vette incredibili: – 4 milioni di abitanti. Un deserto. Un cimitero.

Questo è il panorama, nero come la pece. Perciò un po’ di luce, grazie alla nocciola, gli agricoltori, specialmente quelli meridionali, possono vederla. Perché Ferrero ha pianificato il sostegno della coltura delle nocciole, immaginando l’aumento in un ventennio, di ventimila ettari della superficie oggi coltivata (dagli attuali 70mila ai 90mila ettari), promuovendo una campagna di acquisto del frutto a prezzo garantito, superiore a quello di mercato, per vent’anni appunto e un limite minimo del 75% della produzione raccolta.

In Basilicata c’è la fabbrica gioiello di Ferrero. A Balvano, dove si produce l’ultima nata (i Biscuits) le linee sfornano biscotti a pieno regime, tanto che si è appena conclusa una nuova tornata di assunzioni. Il risultato è tale che i premi di produzione, aggiunti agli straordinari necessari per far fronte alle richieste di mercato, innalzano di molto il livello medio dei salari.

In Lucania non solo Ferrero ma anche Fca (con il successo della Cinquecento) provano l’eccellenza della manodopera, documentano che la produttività, quando è accompagnata da un disegno industriale vincente, nel Sud raggiunge vette ineguagliate. Gli operai hanno ogni interesse a lavorare con dedizione. Chiedono solo di non essere sfruttati. È troppo?

E così in Lucania è stato siglato tra l’azienda di Alba e la società consortile Basilicata in guscio (www.basilicatainguscio.it) un accordo quadro per immettere nella fabbrica altre nocciole. Il consorzio ha l’impegno di mettere in rete le aziende produttrici e accompagnare gli agricoltori nella realizzazione degli impianti di coltura e nelle fasi successive.

In Umbria un ettaro di foraggio vale ormai all’anno la miseria di 500 euro. Un ettaro di nocciole ne varrà 5000. Oggi un chilogrammo di nocciole pregiate (la tribolata di Cuneo) vale 4,45 euro al chilo. La nocciola lunga di Avellino, meno gustosa, raggiunge comunque i 2,70 euro al chilo. Se questo è il tempo di internet, se è vero che internet assassina tanti mestieri è certo che l’unica cosa che non può fare è sostituirsi alla terra. L’agricoltura, divisione produttiva negletta e abbandonata, può divenire invece la frontiera possibile, il tesoro nascosto, il luogo dove la speranza, invece che morire, viva.

“Bisogna tornare a zappare la terra”, ama ripetere Carlin Petrini, fondatore illuminato di Slow Food. Ora – grazie alle nocciole – la terra promette a chi è svelto di testa di dare da mangiare e anche da bere. E questa è una bella novità.

Da: ilfattoquotidiano.it

Evasori di serie a e di serie b. Chi può e chi non può

Gherardo Colombo, l’ex magistrato della Procura di Milano, lo spiegò bene. Raccontò che la stagione di Mani pulite toccò l’apice della popolarità quando infilava in galera i potenti, quella che poi avremmo chiamato casta. “L’opinione pubblica – disse poi Colombo – iniziò a distrarsi e anche un po’ a stufarsi di noi quando le inchieste dai rami alti iniziarono a scendere verso quelli bassi”. La corruzione divenne una faccenda più larga e insidiosa, e l’opacità uno stile di vita comune a molti, a troppi. Mani pulite – magari anche per proprie responsabilità e per qualche suo eccesso – da inchiesta meritoria e liberatrice divenne un pericolo, un nemico. Il ricordo della parabola mi è venuto in mente leggendo la stupefacente iniziativa del governo che, sottoposto al pressing grillino, ha eliminato per i commercianti ogni sanzione nel caso di mancata osservanza dell’obbligo di tenere in negozio il Pos.

Due mesi a triturarci sulla necessità di utilizzare su larga scala la carte di credito, in modo che le spese e gli incassi fossero tutti tracciabili, e poi? L’evasione fiscale è un reato da punire con la galera se tocca gli altri, diviene una necessità se riguarda noi. Il governo, per mano grillina, statuisce che gli evasori o sono grandi o non sono. Le manette ai primi, uno sbadiglio per il resto della truppa. Esistono i grandi evasori, certo. Ma tutte quelle migliaia di concittadini che, pur potendoselo permettere, si danno alla macchia e costringono noi a pagare anche per loro? In televisione, appena si apre bocca, c’è sempre qualcuno che mostra il derelitto, il perseguitato, il nullatenente al quale la vita ha tolto anche le mutande. Nascondere la moltitudine di furbi dietro gli sfortunati, che pure esistono, è l’opera quotidiana di chi obbliga una parte a fare le veci di tutti. È la più grande e ingiusta delle punizioni che subisce chi pensa che la legge debba essere uguale per tutti e dunque tutti, a iniziare da lui, dovrebbero essere obbligati a rispettarla.

da: ilfattoquotidiano.it

 

Giornalisti o tronisti? Un mestiere in crisi di identità

E tu che mestiere fai? Se me lo chiedessero avanzerei con qualche preoccupazione la risposta. Negli ultimi tempi, forse per far fronte a una crisi di identità e anche di reputazione, il giornalista tenta di allargare il campo delle sue incursioni puntando decisamente all’arte, allo spettacolo, a quel tipo di intrattenimento leggero che gli consenta di spaziare da Flaubert a Flaiano, interpretando anche prove di pura comicità. Colpa della televisione forse che ci conduce, persino a nostra insaputa, sul fronte del teatro di strada, occupanti e non più osservatori di quel bar di periferia in cui spesso si trasformano i social, dove le parolacce, insieme alle fregnacce, condiscono il pensiero dominante. Tutti (o quasi) giornalisti o invece e piuttosto tanti (troppi) aspiranti umoristi, cubisti del pensiero, teatranti di quarta serie, sceneggiatori di format ultra faziosi, di ricostruzioni fantastiche e interpretazioni originalissime. Ogni opinione va rispettata e naturalmente la libertà nell’esprimerla contiene in sé anche la legittimità a rappresentarla in forme più spettacolari. A patto di essere continenti, trovare anche il tempo di documentare con i fatti quelle opinioni, e ricordare sempre che siamo solo giornalisti. Non lobbisti. Non tronisti.

da: ilfattoquotidiano.it

Tutto il tempo a censire le buche di Roma e non ci siamo accorti dei buchi d’Italia

Il dito e la luna. Siamo stati due anni a contare le buche di Roma, così concentrati sui vuoti tecnici della Capitale e le incompetenze di chi la governa, da non accorgerci delle voragini dentro cui sprofonda l’Italia e con lei noi. Come un grande effetto ottico che devia la vista e anche le percezioni, la grande guerra (in qualche caso più che meritoria) mossa contro la giunta Raggi, ha coperto, nascosto, fatto ignorare, tenuto in freezer lo scandalo dentro cui oggi ci siamo infilati. Non c’è un ponte che si tenga in piedi, non un costone di montagna che non annunci una strada che non si interrompa.

Ci siamo accorti tutto a un tratto che Autostrade, il maggiore concessionario privato italiano, leggeva i report che segnalavano pericolo e poi li richiudeva. Chi controllava? Vattelapesca! E Anas, che ha condannato la Sicilia e tre quarti del Meridione a tenersi la ruggine o, al più, chiudere o sbarrare la via al passaggio? Chi è che si è scandalizzato? Quanti di noi hanno protestato e quanti hanno dormito? Abbiamo trascorso più tempo a segnalare la goffaggine dell’ex ministro Toninelli che i ladrocini di chi lo aveva preceduto, dell’ignavia dei supertecnici, della irresponsabilità dei super commissari. Chi chiede il conto del Mose di Venezia lasciato al destino di un’opera immaginata male e venuta su peggio, chi chiede il conto del tempo passato a contenderci la grande Tav, il futuro alle porte!, piuttosto che impiegarlo a comprendere le ragioni delle mille opere, grandi e piccole, rimaste al palo? Quanti programmi, e inchieste, e confronti e polemiche.

Quello era il dito.

Poi la luna? Il ponte Morandi cascato sulla testa di Genova per incuria. Quanti sono stati i cittadini e i leaders politici, gli opinionisti, i mecenati e gli uomini di cultura, i professionisti, l’élite e le masse, a invocare la rescissione del contratto per grave inadempienza? Voci isolate, a volte imbarazzate. Un colpetto di tosse e via.

Adesso che con le piogge torrenziali e neo tropicali tutto casca giù, adesso che ci accorgiamo di non avere progetti esecutivi e cantierabili, ma solo promesse, capitoli di spesa senza computi metrici, adesso vorremmo fare in fretta, concludere magari tutto con un decreto legge.

L’acqua è l’oro blu, si dice. Siamo inzuppati d’acqua, bagnati dalla testa ai piedi, eppure intere zone d’Italia devono fare i conti con i razionamenti idrici. Ci allaghiamo e l’acqua che riceviamo nemmeno riusciamo a mantenerla nei nostri invasi, la sprechiamo in condotte bucate molto più delle strade di Roma. Seguiamo il filo illogico delle nostre ossessioni dentro le quali però ci perdiamo. Poi forse imprechiamo. Infine, rassegnati e persi, ritorniamo alle nostre polemiche quotidiane. Puntare al dito e non mirare alla luna.

da: ilfattoquotidiano.it

Una Expo per Taranto: trasformare la disgrazia in una magnifica avventura di rigenerazione urbana

Perché non provarci? Perché non provare a fare di Taranto la piattaforma permanente del modo in cui la scienza e la tecnologia possano far convivere il lavoro con la salute? Perché non immaginare che la città divenga il punto esatto, il luogo geografico dell’eccellenza?L’ex Ilva è un’azienda che nessun imprenditore oggi vuole, perché non produce utili, e che buona parte della città rifiuta, perché esporta solo veleno.

Eppure l’acciaio serve. Serve all’industria italiana e serve all’economia del nostro Paese. Non sono in gioco solo i posti di lavoro, che con l’indotto producono comunque la cifra monstre di ventimila addetti, ma in gioco ci sono la qualità, la forza, la capacità di sviluppo dell’economia nazionale. E poi chiudere l’altoforno non significherebbe arrestare il veleno. Che anzi, anche a fornaci spente, si insinuerebbe nelle viscere della città rendendo ancora più acute la crisi sanitaria.

Se dunque è necessario che quell’industria viva, è indispensabile che resti in vita anche la città.

E allora l’esposizione universale servirebbe a dire al mondo intero come l’uomo è capace di mitigare fino a rendere compatibile con la salute pubblica un’azienda.

Lo Stato ha in cassa il miliardo e mezzo di euro confiscato ai Riva. Finora ne ha utilizzato una parte. Certo, non basterà quella somma per avviare la bonifica, ma sarà già una cifra che potrebbe segnare un buon inizio.

Potrebbe servire anzitutto ad allontanare Taranto da quella industria. Avviare un programma di trasformazione urbana, delocalizzare il quartiere di Tamburi verso est, recuperare la città vecchia, il magnifico centro storico ora fragile e consumato come un dente cariato e parallelamente avviare la bonifica dei terreni su cui sorge l’Ilva. Servono braccia e competenze. Il mercato oggi chiede meno acciaio? I lavori di bonifica e trasformazione urbana sarebbero l’utilissima e preziosa occasione per non lasciare gli operai senza lavoro.

L’esposizione universale, un modo straordinario per affrontare una situazione straordinaria, servirebbe a coinvolgere il Sud dell’Italia, che oggi è la regione europea più disabitata e depressa, in una operazione entusiasmante di rigenerazione urbana e produttiva. Ne trarrebbe vantaggio il Mezzogiorno e ne godrebbe anche il nord. Ricordiamo sempre che ogni dieci euro spesi al di sotto del Garigliano, almeno quattro ritornano al di sopra di quella linea di confine. Il Nord ha il know how che serve al Sud.

Se lo terremo a mente, avremo la possibilità di trasformare quella che oggi ci appare come una disgrazia, in una magnifica e fortunata avventura.

da: ilfattoquotidiano.it