Tredici milioni di italiani non pagano le tasse. Ed è una bellissima notizia. Tantissimi, ma proprio tanti, riescono però a spendere più di quanto guadagnano senza rimetterci né la faccia, né la casa. Incredibilmente, come per magia, l’Istat si avvede che per ogni cento euro che dichiarano di guadagnare questi nostri concittadini ne spendono 114. Gli altri vanno in banca.

Sarebbe una bancarotta miliardaria se le dichiarazioni (di quegli italiani che pagano le tasse) fossero vere. Ma non sono vere, e infatti quest’anno il conto è di 108 miliardi di euro di tasse e contributi evasi.

108 miliardi in meno significano meno servizi sociali alle famiglie disagiate e alle persone disabili, scuole fatiscenti, ospedali in disarmo, strade sterrate e bucate, ponti arrugginiti. E anche meno lavoro, e persino meno sicurezza, meno cultura, meno teatri, meno sport. In definitiva meno civiltà.

La scelta che presto dovremo compiere è se continuare ad essere così furbi. Cioè fessi.

Da: ilfattoquotidiano.it

Per il governatore della Calabria è appena decaduto l’obbligo di dimora durato 3 mesi

Foto LaPresse – Adriana Sapone
21/10/2016 Reggio Calabria

 

Anche se nessuno se ne è accorto, il governatore della Calabria Mario
Oliverio è stato…

Sono stato obbligato al confino. Scriva così.

Ha subìto l’obbligo di dimora nel suo paese, San Giovanni in Fiore, ai piedi della Sila.

Dal 17 dicembre al 20 marzo sono stato vittima di una grandiosa, esecrabile ingiustizia.

Ha dovuto astenersi dalle funzioni per un po’.

Ferito, umiliato, maltrattato. E per cosa poi?

La Procura di Catanzaro ha valutato esistessero gravi indizi.

Ma ha sentito il procuratore generale della Cassazione? Ha chiesto e ottenuto l’annullamento d’un provvedimento abnorme.

Obbligo di dimora.

Per un appalto di una pista di sci da 4 milioni neanche erogati. Accusato d’abuso d’ufficio. Ha dell’incredibile.

È ancora scosso.

Una processione di gente, amici, conoscenti, elettori si son stretti al loro presidente perché sanno che ha il volto e le mani puliti.

La Calabria è piena di disgrazie politiche.

A chi si riferisce?

Sbaglio o il suo predecessore è ancora in carcere? Leggi tutto

Evviva, da oggi tutti con la pistola! Entra in casa qualcuno? Sparo. Aleggia un’ombra in giardino? Chiedo chi è, e poi sparo. Sbuca un malintenzionato nel retro della mia fattoria per fregarmi la benzina del trattore? E’ già la quinta volta che accade, ora basta: sparo.

E’ legittimo difendersi, è sacrosanto tutelare la propria tranquillità. Chi può essere in disaccordo? Chi può pensare che sia da tutelare il ladro e non il derubato, colui che ci mette paura, che usa violenza?

Prima di arrivare allo sparo, prima di alleggerire la nostra coscienza mettendoci in tasca un’arma da fuoco con la quale non abbiamo mai avuto dimestichezza e grazie alla quale potremmo far più guai di quelli previsti, il Parlamento avrebbe dovuto mostrare il medesimo impegno nel ricercare e punire i delinquenti, di piccola come di grande taglia.  L’ha fatto? Riesce a garantire la sicurezza, per la quale noi siamo chiamati a contribuire economicamente? Riesce a individuare e soprattutto a rendere efficaci le sentenze? Riesce a punire chi delinque?

Per dare una logica al pensiero, bisognerebbe chiedersi, prima di gridare urrà a questa nuova legge, perché le vecchie leggi non sono osservate, perché intere zone sono sottratte al controllo, perché oggi sia divenuta una pura formalità, senza seguito alcuno, andare in commissariato a sporgere denuncia per furto.

Insomma, se il ministro dell’Interno ce lo vuole dire, spieghi perché la percentuale delle forze dell’ordine in rapporto agli abitanti sia tra le più alte d’Europa, ed esiste tutto questo disordine.

Da: ilfattoquotidiano.it

Basilicata – Nei Comuni lucani un elettore su due aveva scelto i grillini Ma lo “scambio” col sostegno targato M5S non c’è: domande zero

Milioni e milioni di voti di scambio: tu dai il reddito di cittadinanza a me e io faccio la croce sul tuo simbolo. Siamo a Bella, poche migliaia di abitanti ma con un festival di cinematografia formidabile, davanti alle gole del Platano, il fiume che segna il confine della Lucania con la Campania, il territorio montano e disperso dove i Cinquestelle alle scorse Politiche hanno mangiato voti come fossero lupi d’inverno. Percentuali del 50%, in alcuni casi anche di più. Ora sarebbe dovuto arrivare il giusto ristoro. “Sono andato all’ufficio postale e ho chiesto. Per ora zero domande, zero carbonella. I miei dati sono parziali ma l’impressione è che non solo non c’è stata folla, ma nemmeno un’esile fila, nemmeno uno dei crocchi che si vedono in piazza. Magari è ancora presto, però boh…”.

Così verbalizza Vito Leone, assessore alla Cultura, che ha una sua idea: “Dal reddito sono esclusi coloro che possiedono proprietà o soldi in banca. I nostri paesi sono spopolati, quel che non ci manca sono le case. Ed è costume familiare custodire buoni postali, il dono del nonno al nipote, del papà alla figlia. È un tesoretto di poche migliaia di euro che però ostacola la richiesta. Il limite fissato a 6.000 euro spesso è superato e così anche coloro che certamente avrebbero diritto, restano impigliati ed esclusi”.

La Basilicata è stata una delle casseforti pentastellate. Mezzo milione di abitanti, fortilizio democristiano poi passato al Pd e infine ai grillini. La clientela come sistema, la mano tesa come postura. E allora? Tra le montagne e le vallate del Platano e del Marmo, l’area interna più occidentale della Regione, lo scambio previsto, anticipato, illustrato fin nei dettagli dalle analisi giornalistiche, dai commenti, nei talk show, semplicemente non esiste. Anche Anna Maria Scalise, la sindaca di Ruoti, una comunità sistemata più vicino al capoluogo, non vede corse, ansie, entusiasmi alle stelle. “Hanno pesato le restrizioni, che per alcuni hanno avuto il sapore di una presa in giro. Non ho dati certi, ma finora dico che non mi risulta nessuno che si sia presentato alle Poste ad avanzare domanda. Dobbiamo però dirci la verità: il voto ai Cinquestelle non era legato allo scambio quanto a una voglia, spesso impulsiva, di un cambiamento. Non tenerne conto nelle analisi ha significato approssimare sia le indicazioni che le soluzioni e consegnare il Sud all’idea stereotipata della clientela, dei fannulloni che attendano l’assistenza dello Stato”. Leggi tutto

Se il diritto si trasforma in un premio, se il coraggio diviene un lasciapassare e magari la timidezza un guaio, accade ciò che sta accadendo a Rami. Rami, figlio di immigrati, avrà la cittadinanza italiana ad horas per via della scaltrezza, del coraggio, dell’altruismo, del sangue freddo dimostrato durante il drammatico sequestro dello scuolabus di Crema, alle porte di Milano. È il papà che ha avanzata la richiesta, e il Viminale prontamente accoglierà la petizione.

E se Rami, bravo ragazzo, bravo studente, nato in Italia, il Paese dove vivrà, fosse stato appena più timido?

Avrebbe atteso di divenire italiano, come attendono ingiustamente, anni, anni, e anni altri suoi compagni.

Quando il diritto è inquinato dal paternalismo, le regole sono piegate al dominio della morale e non alla disciplina terza di un codice che stabilisca per tutti, a pari condizioni, pari opportunità. Che è l’unica garanzia di ciascuno di obbedire alle regole a cui tutti sono sottoposti.

Invece che chiedersi se sia giusto o sbagliato continuare a negare a chi è nato nel nostro Paese e parla, forse anche meglio di noi, la nostra lingua, ha i nostri usi e costumi il diritto di accedere ai nostri diritti, si conferisce un premio al più coraggioso, come se la Costituzione fosse lo statuto dei boy scout, e si assoggetta il diritto al carattere del premiato.

Chiedo di nuovo: e se Rami fosse stato timido? O solo se non avesse potuto aiutare i suoi compagni? Se fosse stato lui ad uscire per ultimo dal bus, come quella ragazzina impietrita dal terrore che è stata spinta a forza e fatta scendere, il suo diritto a sentirsi cittadino italiano sarebbe venuto meno?

Attendiamo con ansia quale altra prova suppletiva di coraggio debbano superare i compagni di Rami che ancora sono sprovvisti di passaporto. Attraversare nudi un cerchio di fuoco? Sgominare con un colpo di karate una banda di ladri italiani intenta a svuotare il caveau di una gioielleria? Entrare nel Campidoglio e decimare con un abracadabra corrotti e corruttori?

Da: ilfattoquotidiano.it

Il volto degli onesti – La giornata del paradosso 5Stelle: “E pure oggi ci siamo guadagnati la pagnotta”

“E anche oggi ci siamo guadagnati la pagnotta”. Nel terribile slargo del disincanto in cui oggi sono confinati i senatori grillini, il cortile a piano terra di Palazzo Madama, il pensiero di Michele Giarrusso, ufficiale laudatore di Matteo Salvini, è comunicato, con il piglio del professionista che emette fattura per il cliente, alla truppa pentastellata particolarmente affranta per le circostanze malefiche in cui il voto si è dovuto svolgere.

La pagnotta è salva, l’alleato e nemico Salvini esce dal processo nel quale il Tribunale dei ministri voleva ficcarlo per merito del Movimento che sul pennone ha issato la parola giustizia. E Giarrusso, che qualche settimana fa mimava le manette col gusto selvaggio del vendicatore seriale, oggi fa i conti con le manette ai polsi di un suo compagno d’avventura, e giunge in aula a liberare dalla giustizia ingiusta “convintamente” il ministro dell’Interno.

Anche la fantasia dovrebbe avere un limite alla propria energia propulsiva, ma invece no. I volti degli onesti, cioè i figli di Beppe Grillo, giungono nell’aula sporcati dalla disonestà domestica: le mazzette che uno di essi, e non l’ultimo della fila, avrebbe intascato. Sulle mazzette hanno costruito l’università della resistenza, contro le mazzette hanno conquistato il governo, dalle mazzette oggi rischiano di venire travolti. “Non è una bella giornata, non leggo serrate analisi, non ascolto riflessioni profonde. Tutto ciò che accade viene valutato con una quota singolare di approssimazione, che è compendio di ingenuità e ignoranza. Oggi siamo a un bivio, ma chi lo sa?”. Nicola Morra presiede la commissione Antimafia ed è dell’ala sinistra del Movimento, quella parte, sofferente e minoritaria, che avvertiva dei rischi: “Mi chiamavano signor Cassandra. Ma è facile prefigurare le disgrazie quando si affronta la realtà senza prima averla studiata, capita, digerita”. Morra è tra i pochi che affronta i cronisti. Gli altri, la folla plaudente e sgargiante che affollava il Transatlantico, è nebulizzata, oppure coperta dal linguaggio della trincea: “Tutto normale, dov’è il problema?”, domanda – stupìto dello stupore altrui – Primo Di Nicola, già giornalista arrembante, oggi senatore prudente. Leggi tutto

Come fosse la sceneggiatura crudele di un film i grillini oggi al Senato votano con le manette ai polsi la liberazione di Matteo Salvini da qualunque processo giudiziario. Oggi, proprio oggi che sono chiamati a garantire all’alleato l’immunizzazione dai giudici, un loro compagno di avventura, un nome tra i più noti, il presidente del consiglio comunale di Roma Marcello De Vito, è arrestato per corruzione, il reato principe, nemico giurato un movimento politico nato proprio per liberare l’Italia dalle corruzioni, un movimento lievitato così tanto al grido di “onestà onestà” da divenire la prima forza politica del Paese. È spietata, e persino oltre l’immaginabile, questa legge del contrappasso, così teatrale nella sua dimensione pubblica, così enorme nella sua disposizione scenica. Conosciamo ora solo spezzoni dell’atto di accusa, che però bastano a rimettere Roma sul banco dell’eterna corrotta, della città irredimibile dai suoi vizi, e i Cinquestelle nel pieno di una crisi di nervi, di uno sbandamento così totale da prefigurare scenari ravvicinati di crisi che dalla Capitale raggiungeranno il governo. Forse suona la campana per Luigi Di Maio e il resto della truppa. Forse siamo all’ultimo giro di giostra.

da: ilfattoquotidiano.it

Basilicata – Il 24 marzo le elezioni regionali: il crollo del potere dei Pittellas del Pd favorisce il candidato del centrodestra

Le vie della transumanza sono infinite e in Lucania, che si fa accarezzare dalla brezza dell’opportunismo e della clientela, il sentiero è divenuto largo come un vialone. E così chi era di qua, cioè nel centrosinistra a monopolio Pd, corre nel centrodestra, ora salvinizzato, fiutando l’occasionissima. Salvatore Adduce, il presidente della Fondazione Matera che gestisce il budget della capitale europea della Cultura, è titolato a illustrare la questione: “Per fregare me, al tempo in cui ero ricandidato dal Pd a fare il sindaco di Matera, si organizzò una congiura con tanto di notaio. Alcuni dei miei grandi elettori fecero cartello col compito dichiarato di fottermi, deviando i consensi verso il centrodestra. Ci riuscirono. Ora non c’è congiura, ma semplicemente il tradizionale salto della quaglia. Il centrodestra odora di vittoria (anche se invece dico che noi possiamo vincere) e loro si imbucano, si infrattano, si infiltrano”.

Infiltrati, infrattati e motorizzati di ogni risma e colore. Gli imprenditori anzitutto rotolano con nonchalance nel campo avverso. Il presidente uscente delle Coop Paolo Laguardia – grande elettore Pd – è l’ultimo acquisto. In genere si distingue nel trapasso tutta la falange che fino a ieri si era sistemata dietro Marcello e Gianni Pittella, fratelli di famiglia egemone, di pura fede renziana, oggi in ambasce per via dei guai giudiziari che hanno costretto Marcello, governatore uscente, a farsi parecchi mesi agli arresti domiciliari e, infine, a cedere a Carlo Trerotola, farmacista di Potenza, la guida della coalizione.

Il declassamento ha provocato il successivo smottamento. Avvistata la mala parata, ha dato forfait Nicola Benedetto, arrembante assessore regionale con Pittella, e oggi arrembante sostenitore del generale Vito Bardi, un brav’uomo pescato dai berlusconiani nella caserma, per cui l’unica cosa che il militare in congedo prevede per la Basilicata è una sequela di telecamere che sorveglino mari e monti, borghi e villaggi sperduti, e diano sicurezza anche dove l’insicurezza non sembra assai patìta. Leggi tutto

La direttrice di “Donne Chiesa Mondo”, il mensile dell’Osservatore Romano, ha affrontato lo scandalo delle religiose violentate

Nell’abisso della propria coscienza la Chiesa ritrova le suore abusate, quelle fatte abortire, afflitte, condotte a una vita di servitù più che di preghiera. È merito di Lucetta Scaraffia, la storica e giornalista che dirige Donne Chiesa Mondo, l’inserto mensile dell’Osservatore Romano, se questo tema, nella sua scabrosità, è divenuto questione pubblica, scandalo pubblico.

“Ne parla il mondo intero. La cosa che più mi colpisce è invece l’incredibile silenzio della stampa italiana, questa assoluta e assai singolare distrazione attorno a un fenomeno così enorme e destabilizzante”.

Le suore serve, in molti casi costrette a soddisfare l’appetito (anche fuori della tavola) dei maschi, sacerdoti o addirittura vescovi.

È la condizione femminile nella Chiesa ad essere drammaticamente il cuore del problema. Per decenni questa prostrazione psicologica e fisica era coperta e negata, avvolta nel silenzio compassionevole delle gerarchie se non dall’omertà.

La Chiesa è come irretita da uno scandalo permanente. Non riesce a trovare una via d’uscita a una situazione che la obbliga a fare i conti con la propria coscienza, il proprio codice, se posso dire, la propria reputazione sociale.

Papa Francesco ha fatto tantissimo. Ricordo il suo ultimo appello al popolo di Dio affinchè sorvegli e corregga, denunci e proponga. Un appello al popolo, ai laici, non solo al ceto dirigente, alla gerarchia, è già esso un fatto rivoluzionario. E infatti l’appello non è stato accolto benissimo da chi vede nei laici una intrusione, da chi patisce indebite interferenze.

La novità, lei l’ha scritto, è che finalmente le suore sono riuscite a far denuncia, a dare scandalo, se così possiamo dire.

Sì, il fatto nuovo è che gli abusi ora hanno la forza di un atto d’accusa, di testimonianze circostanziate che impongono alla Chiesa provvedimenti esemplari e una discussione franca, aperta, sostenibile. Leggi tutto

Da ieri la Camera dei deputati ha una nuova inquilina: si chiama Lucrezia Mantovani, ha 32 anni, milanese ed è il nuovo acquisto di Giorgia Meloni. Subentra infatti a Guido Crosetto, appena dimessosi dall’incarico. Lucrezia è figlia di Mario Mantovani, già eurodeputato (due volte), già senatore (una volta) già assessore alla Sanità della Lombardia, già arrestato per corruzione, turbativa d’asta e concussione, già indagato anche da altre procure con accuse similari, già devoto di Silvio Berlusconi. Mantovani, che con la sanità ha affari in famiglia (costruisce residenze per anziani), e nella sanità ha conosciuto le vette in politica, ha salutato la nomina della figliola, che dovrebbe essere, secondo le cronache, attivista del movimento “Noi repubblicani per il Popolo Sovrano”, con parole commosse e definitive: “Avete ridato l’onore alla mia famiglia e alla buona politica nonostante la cattiva giustizia”. What else?

da: ilfattoquotidiano.it