Il Mostro è tornato e per la quarta volta si abbatte su Norcia

cratereA Borgocerreto, prima dello stop, c’è lei che al finestrino spiega: “È tornato il Mostro”. È una donna di quarant’anni, gli occhi celesti e dolci e il viso tirato in un sorriso di plastica. Il Mostro è sotto i nostri piedi ed è sbucato dall’asfalto. Sono tagli orizzontali regolari, dritti, secchi come lame. Formano lungo la strada che conduce verso il versante laziale un piccolo gradino, uno ogni cento metri, a dare il senso che la terra si è gonfiata infine si è squarciata.

La crepa è lassù, sul Monte Vettore e per giungervi si dovrebbe passare dalle Forche Canapine, almeno così dicono, ma quaggiù il mostro ha inghiottito Norcia, le sue mura di cinta e soprattutto il suo simbolo: la Basilica di San Benedetto. Si vede il rosone, l’enorme magnifica parete che non custodisce nient’altro adesso. È come un dente cariato. San Benedetto è patrono d’Europa e oggi che Bruxelles sembra matrigna viene da interrogarsi. Tre suore sono in preghiera. La più giovane mi si fa vicino: “Il nostro monastero è integro, non vorremmo essere portate via, ci dicono che dobbiamo trasferirci. Vorremmo un prefabbricato all’interno delle nostre mura per testimoniare la nostra presenza con la preghiera. Abbiamo scelto di vivere a Norcia e per nulla al mondo vogliamo abbandonarla. Dice che ce lo permetteranno?”.

Norcia è sbarrata e un gruppo di vigili del fuoco si riunisce in conciliabolo. L’ora solare, che ha mandato un’ora indietro gli orologi, ha fatto sì che questi soccorritori, in tutto circa duecento nel versante umbro, non si trovassero sui campanili delle chiese a mettere ordine tra tegole e mura cadenti. Almeno questa fortuna. Oggi non si contano morti e la scossa, di una energia cinque volte più potente di quella che ha fatto divenire Amatrice un cimitero, ha mandato in ospedale soltanto venti persone, tre in codice giallo. Duemilanovecentodieci furono i corpi che l’Irpinia sotterrò trentasei anni fa con un sisma di poco superiore. È pur vero che Norcia in tre mesi è stata perseguitata quattro volte. Una botta dietro l’altra, e sempre di magnitudo elevata, oltre a uno sciame sismico di una intensità senza pari che l’ha obbligata ad uscire di casa da agosto e a non mettervi più piede.

NORCIA È DISTRUTTA ma viva, se le case non fossero state ricostruite al meglio dopo il terremoto del 1997 adesso – per coloro che ancora le abitavano – sarebbe stata una bara. E invece… “Passi di là, mi raccomando”. Il vigile urbano indica la strettoia che bisogna utilizzare per schivare la frana e prendere la strada verso il Monte Vettore, il luogo dove il Mostro è sbucato, il costone in cui la crepa scende perpendicolarmente e affianca, di lì a pochi chilometri in linea d’aria una seconda terribile linea orizzontale che taglia in due la parete dei Sibillini. Il Mostro ha deviato il corso del Nera che è esondato e ha invaso la carreggiata, sempre lui ha reso irraggiungibile Castelluccio, una delle frazioni di Norcia avvolta in una nube chiara, la polvere delle pietre macinate come fosse stata inghiottita da un mulino. “Ho ancora la bocca di sabbia”, dice il sindaco di Pieve Torina, più a nord. “Sono io e il maresciallo in un container di due metri e mezzo, nessuno che ci è venuto a soccorrere. Fate qualcosa, avvertire che abbiamo bisogno di soccorsi urgenti”. E il suo collega di Pieve Bovigliana: “Io non ce la faccio più, sono tre mesi che non dormiamo”. Il terremoto ha scucito l’Umbria dalle Marche, le campagne di Spoleto da quelle di Tolentino. Alla radio c’è il sindaco di Arquata: “Oggi volevamo far festa, nel senso che avevamo deciso di sentirci vivi e scendere al fiume per recuperare almeno il ricordo della nostra sagra delle castagne. Qui è terra di marroni buonissimi e pensavamo che malgrado il paese fosse già a terra dovessimo dar prova di vita. Ma ora come si fa? Ora è finito tutto, ma tutto davvero”.Continue reading

Ciriaco De Mita: “La prima volta che lo vidi disse: mio padre è demitiano”

ciriaco-de-mitaFinalmente la smetterete di dire che lui parla veloce e si fa capire e gli altri no. Parlo lento ma mi faccio capire ugualmente”.

Quando Ciriaco De Mita era al potere i gerundi sbucavano da ogni angolo della bocca e le incidentali si ammassavano a forma di pila. Serviva una ruspa per liberare la strada delle sue consonanti.

Qualche anno fa (forse dieci) ero in Toscana e una signora mi ferma e mi dice: quant’era bello quando c’erano persone come lei che usavano un linguaggio complicato.

Contro Renzi ha cambiato tattica e l’ha messo al tappeto. Frasi secche, parole come lame.

Embè, quando si è messo a fare quell’intruglio di mistificazioni.

Ho pietà di te.

Pizzicando qua e là dal passato.

Nel tuo partito parli solo tu, gli altri sono muti recitanti.

Un partito che non esiste. C’è lui e lui solo. Bisognerebbe raccogliere e pubblicare i discorsi che fa in Direzione (che io ascolto e annoto).

Da te non mi aspettavo questa volgarità.

Ha infiltrato nel dibattito insinuazioni cattive, adombrando chissà che. Ha parlato di moralità. Detto proprio da lui che le ha inventate tutte.

Tu non hai il diritto di parlare di moralità della politica.

Ed è vero, è così.

Credo che tu sia irrecuperabile, hai una tale consapevolezza di te che non vedi limiti alla tua arroganza.

Mi aveva detto che avremmo dialogato e avevo ritenuto che volesse costruire. Ma poi quando gli ho sentito dire quelle cose, una mascalzonata…

Renzi è democristiano quanto lei.

Ora che ricordo, la prima volta che l’ho conosciuto mi disse che il suo papà era democristiano, anzi demitiano.Continue reading

ALFABETO – LUIGI ZOJA: “La paura ci salva ma per i politici è solo un mercato”

luigi-zojaC’è il terremoto. Abbiamo paura. Ci sono i migranti. Abbiamo paura. C’è la crisi economica. Abbiamo paura. L’età della paura è la nostra, ci accompagna ogni giorno, e ogni giorno trova nuova linfa, nuove occasioni di sviluppo. Una paura si somma all’altra e all’altra ancora e insieme queste nostre fobie edificano le pareti di una società infragilita che pulsa a volte rabbia e rancore, altre volte appare invece muta e sorda. Luigi Zoja ha indagato a lungo le sorgenti della nostra paranoia con un fortunato saggio edito da Bollati Boringhieri (Paranoia. La follia che fa la storia).

Professore, bisogna provare paura per poter vivere?

Assolutamente sì. È un istinto di repulsione che si oppone, essendo il suo contrario, a quello di attrazione. Eros e Fobos. Se i nostri antenati non si fossero amati noi non ci saremmo mai stati. Ma senza l’istinto di difesa, dettato dalla paura di essere attaccati da altri simili o da animali o soltanto dalla necessità di schivare un pericolo che avrebbe potuto manifestarsi come mortale, neanche saremmo venuti al mondo.

È questa dose eccessiva di terrore che complica notevolmente la nostra esistenza. Sembra che la paura sia stabilmente la nostra compagna di vita.

Qui è lo scarto tra l’istinto naturale e la costruzione di scenari che alimentano questo sentimento.

Come l’ossicitina che si somministra alla partoriente in travaglio, così la paura è indotta, alimentata, sostenuta?

La politica è attivamente alla ricerca di un consenso che molte volte trae origini dalla paura. La paura dell’altro, del migrante, del diverso, del nero, per fare l’esempio più banale e corrente. La paura alimenta emozioni, produce ansie e fa registrare consensi altrimenti rifiutati dalla logica.

L’età della paura si fonda su percezioni alterate.

Ricorda il tempo in cui eravamo circondati da ladri? Furti ovunque, televisioni scatenate, giornalisti a caccia di umani barricati in casa?

Ho l’impressione che questo nostro tempo abbia sempre bisogno di eccessi per sentirsi vitale. E vive sempre sull’orlo dell’abisso, attendendo che l’estremo segno del dolore gli faccia visita.

Le guerre alle porte, la grande tragedia climatica con le ondate migratorie, il terrorismo fanatico, la religione come lama per uccidere. Abbiamo una rassegna di eventi che, sommati, provocano quel tipo di mercato di cui discorrevamo.Continue reading

Sant’Agata di Puglia – Sette piani diventano tre e l’ecomostro resta dov’è

ecomostroSette piani all’apparenza ma tre all’occorrenza! Il più grande processo sull’effetto ottico si è svolto nei mesi scorsi alla Corte d’appello di Bari il cui giudice, stimando e ristimando la base per l’altezza, ha convenuto che un palazzo, originariamente valutato dal suo collega di primo grado di sette piani fosse solo di tre. La sentenza, che assolve la proprietà precedentemente condannata, si fonda sull’esito della perizia di parte che ha ricalcolato, in ragione del pendio dentro il quale è scavato l’immobile, la sua altezza.

La legge del pendio, o la norma sul pendio, sulla parete apparente o in ritiro, è una delle più fortunate esperienze legali di Francesco Paolo Sisto, deputato di Forza Italia ma avvocato di splendida e indubitabile fama a Bari che ha visto assolvere il suo rappresentato.

SIAMO a Sant’Agata di Puglia, paese della Daunia noto per il suo vento e infatti ai suoi fianchi, sorgendo su una collina, centinaia di pale eoliche gli tengono compagnia permettendogli, se solo lo chiedesse, di prendere il volo. Bene. Nel 2002 viene concesso un permesso di costruire lungo il costone che scende a valle. Un massimo di dieci metri e ottanta centimetri di altezza e non più di tre piani di felicità per il costruttore e per chi abiterà quel meraviglioso edificio. Le betoniere vanno un po’ a rilento, il permesso scade (tre anni è il tempo dato dalle leggi) ma soprattutto l’Autorità di Bacino individua nel sito prescelto un’area a pericolosità elevata dal punto di vista idrogeologico. Piogge e poi frane, l’incubo del nostro tempo. Indica l’area rossa, dove le costruzioni devono essere mitigate e soprattutto autorizzate da un permesso speciale. Il vincolo c’è ma chi lo rispetta? Le betoniere, anche se lentamente, fanno il proprio lavoro e il costruttore, giacché si trova, avanza con due distinte Dia il permesso a enfatizzare la sua costruzione. Gli ambientalisti lo chiamano subito “ecomostro”, il giudice di primo grado si limita a ritenerlo un’opera “monumentale”. Gli appartamenti vengono realizzati e anche le altezze si espandono. I piani divengono quattro e poi cinque e poi sei e infine sette.Continue reading

L’ITALIA ABBANDONATA – Borghi ormai condannati a morte, già in corso la grande fuga dal Centro

Dei 14 milioni di italiani che vivono sui versanti della dorsale appenninica, lungo il cordolo alpino o nelle aree interne delle isole, i più fortunati – fino a ieri – si consideravano i residenti tra le colline umbre e marchigiane. Sicuramente i più ricchi, meno oppressi di certo dall’erosione demografica, dal depauperamento urbanistico, dalla progressiva riduzione dei servizi pubblici essenziali.

IL COLPO più duro che questo terremoto infligge all’Italia è che ora schianta e crepa il nucleo duro della campagna felice, il tessuto dei borghi antichi, fragili ma riveriti. Umbri e marchigiani patiscono per la sesta volta in meno di quarant’anni il botto maligno e quel che fino a ieri non era accaduto oggi si nota a occhio nudo. “Non ce la faccio a tenerli qui, dobbiamo trovargli un posto negli alberghi sulla costa”, ha detto disperato e deluso dalla resa, il sindaco di Ussita. E una signora col giubbotto di lana sulla vestaglia da notte: “Io non ce la faccio più, non resisto qui”. Si è messa in moto la mesta colonna dei soccorsi, allineati i pullman della Protezione civile, caricati i tremila sfollati che andranno a svernare lungo la costa adriatica. Tremila è il numero provvisorio. Quanti di loro a primavera faranno ritorno? Ad Amatrice, per tentare di fermare l’esodo, la Regione Lazio ha messo sul tavolo una fiche in danaro, un super bonus, detto Super Cas, per coloro che avessero deciso di abitare nelle case ancora integre. Oltre i seicento euro dell’indennità per l’autonoma sistemazione qualche altro centinaio come premio alla resistenza. Molto meno di mille persone hanno scelto Amatrice invece che Rieti o il mare o Roma. Naturalmente gli allevatori che altrove non potrebbero andare, coppie di anziani in buona salute, giovani ardimentosi e orgogliosi della propria radice. Tutto qua il magro bottino. “Il mio problema e il mio incubo è che tutto ciò che faremo non riesca a fermare lo spopolamento. L’unico vero obiettivo del mio impegno invece è di far sì che le case che ricostruiremo non siano consegnate al milite ignoto”, diceva qualche sera fa dietro il tendone da cucina della Caritas Vasco Errani, il commissario di governo per la ricostruzione di Amatrice e dintorni che già oggi si trova ad affrontare una nuova emergenza e altri territori.

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ALTA VELOCITA’: QUELLA RESISTENZA CONTRO IL BUCO

Nella ridotta del Polcevera il comitato no Tav cerca di resistere all’indifferenza. “Il nostro più grande problema è che questa ferrovia non si vede, i cantieri sono dispersi tra vallate. Smontano pezzi di montagna, cementificano le valli ma nessuno se ne accorge. E chi ha occhi poi si acconcia sull’altro slogan in voga: tremila posti di lavoro! Di questi tempi buttali via”. Il cantiere è allestito in un pianoro che si allarga tra due costoni, siamo all’ingresso del buco, a Isoverde, frazione di Campomorone: “Qui inizia il cosiddetto Terzo valico. Sono trentanove chilometri di ferrovia in galleria su 53 di tracciato. Prima si pensava di far viaggiare le persone e si ipotizzò un flusso di 50 mila pendolari. Ma erano stime farlocche e allora il progetto è stato convertito sulle merci”. Porta gli occhiali, tra le mani due faldoni di documenti. È Mauro, ingegnere. “La cosa che più amareggia è che questo mostro di opera non poggia su una necessità, non ha una motivazione”. Il gruppetto dei contestatori è una fragile linea di resistenza. C’è Gianluca che fa l’operaio metalmeccanico. Poi Lorenzo, falegname, Lucio è tecnico di laboratorio, Silvana è impiegata presso uno studio notarile, Federico è disegnatore, Fiorella lavora in un’agenzia di assicurazioni, Andrea è pompiere, Laura avvocato. Gianluca non ci può credere: “Qui si spendono soldi per aprire buchi, dall’altra parte della montagna non c’è un euro per riparare le frane e consolidare i costoni scesi giù. È un paradosso eppure nessuno s’allarma. Qui c’era un bosco e quando lo hanno spianato i residenti si sono litigati la legna”.

Grumi di case lungo la strada che dovrà subire anch’essa delle rettifiche per far posto alle betoniere e agli autoarticolati: Borgo Fornari poi Voltaggio. Per dormire bisogna salire sui monti. Saliamo attraverso i boschi della Val Lemme, in provincia di Alessandria, proprio sul crinale che divide la Liguria dal Piemonte, il treno merci ad alta velocità passerà di sotto. Quassù si tengono le riunioni operative della resistenza. “Quanto costa un’opera, che beneficio darà, cosa potrebbe esserne di tutti quei soldi se fossero investiti in un altro modo”– dice Roberto, l’oste –. La gente pensa che sia un’opera utile e in realtà è dannosa e nel nostro piccolo abbiamo fatto tre giornate dal titolo ‘Adotta un ignorante’”. Per favorire gli indifferenti le serate sono state condite con lezioni di ballo. Finora tre gli appuntamenti musicali con i rudimenti del mambo, alcuni passi di bachata e un’infarinatura di sirtaki.

Da: Il Fatto Quotidiano, 27 ottobre 2016

Vasco Errani: “Allucinante pensare che io abbia un conflitto d’interesse”

vasco-erraniCommissario Errani, il timore è che ad Amatrice e negli altri comuni del sisma si stia preparando una ricostruzione show. Soldi ovunque, forse più del necessario.

Noi faremo una verifica puntuale dei danni, ma tenga conto che il terremoto è avanzato molto in profondità fin verso le Marche. Entro il 15 novembre avremo un quadro ancora più minuzioso degli interventi da finanziare.

Se si gonfia il danno si gonfieranno i bisogni. Più bisogni, anche fittizi, e più tempo per realizzarli. Lo spreco non brucia solo risorse ma danneggia la vita dei residenti.

Il mio compito è di non sprecare neanche un centesimo. Furbate non sono ammesse.

Intanto le casette provvisorie costano 200 euro in più al metro quadro del prezzo medio di una villa in muratura in provincia di Rieti, dati dell’Agenzia del territorio.

La Protezione civile, non io, ha bandito una gara ben prima dell’evento di Amatrice nell’ottica di avere disponibili nel più breve tempo possibile soluzioni per l’emergenza in aree colpite da calamità. È stata una scelta preventiva di grande lucidità.

Il fatto che non siano correlate al disastro di Amatrice non riduce l’entità del costo che sembra esagerato.

La gara è stata effettuata dalla Consip con criteri di assoluta trasparenza e con tabelle altrettanto certificate.

Non la imbarazza l’appalto aggiudicato da imprese vicine alla Lega Coop?

Un processo alle intenzioni.

Lei è emiliano, già governatore, con legami solidi con quel mondo. La ragione della mia domanda è dentro la sua storia personale.

Non c’è nessuna attinenza tra quel fatto e il mio incarico, la mia persona o i miei atti. È allucinante che lo si pensi.

Il problema più grande quando si ricostruisce è fare in modo che non si formino cartelli di imprese e di tecnici, i grandi monopolisti.

Abbiamo previsto criteri molto stringenti per la selezione delle imprese e dei tecnici. Circolarità degli affidamenti, controllo permanente e trasparenza dei dati.

L’Italia è tremula soprattutto lungo la sua dorsale appenninica. E questa Italia interna è punteggiata da paesini dove il circuito familiare e anche quello politico condiziona fin nei dettagli ogni singolo atto.

Cosa vuol dire?Continue reading

ALFABETO – TULLIO DE MAURO. Italia, Repubblica popolare fondata sull’asineria

tullio-de-mauroSiamo la Repubblica dell’ignoranza, degli asini duri e puri, degli analfabeti di concetto, di concorso, di condominio, da passeggio e da web. Passano gli anni ma restiamo sempre stupiti della mostruosa cifra dei concittadini incapaci di comprendere o persino leggere una frase che non sia un periodo semplice (soggetto, predicato e complemento) e un’operazione aritmetica appena più complessa dell’addizione o della sottrazione a due cifre.

Tullio De Mauro è il notaio della nostra ignoranza.

Sono ricerche consolidate, l’ultima dell’Ocse è del 2014, che formalizza il grado italiano di estremo analfabetismo. Mi succede ogni volta di dover spiegare che la sorpresa è del tutto fuori luogo, i dati sono consolidati oramai.

Professore, asini eravamo e asini siamo.

Abbiamo una percentuale di analfabetismo strutturale intorno al 33% in misura proporzionale per classi di età: dai 16 anni in avanti. Il 5% di essi non riesce a distinguere il valore e il senso di una lettera dall’altra. Avrà difficoltà a capire ciò che divide la b con la t la f la g. Cecità assoluta. Il restante 28 ce la fa a leggere, ma con qualche difficoltà, parole semplici e a metterle insieme: b a c o, baco. Singole parole.

Qui siamo al livello 1: totale incapacità di decifrare uno scritto.

Il cosiddetto livello degli analfabeti strutturali.

Passiamo al secondo livello.

Gli analfabeti funzionali. Riescono a comprendere o a leggere e scrivere periodi semplici. Si perdono appena nel periodo compare una subordinata o più subordinate. E uguale difficoltà mostrano quando le operazioni aritmetiche si fanno appena più complicate della semplice addizione e sottrazione. Con i decimali sono guai.

Dentro questo comparto di asineria alleviata c’è un altro 37% di compatrioti.

Purtroppo non ci schiodiamo da queste cifre.

Quanta gente ha una padronanza avanzata di testi, parole e concetti?

Il 29%. Si parte dal terzo gradino, quello che definisce il minimo indispensabile per orientarsi nella vita privata e pubblica, e si sale fino al quinto dove il forestierismo è compreso, si ha la padronanza della lingua italiana e anche di quella straniera.

Con gli anni si peggiora.

È un processo di atrofizzazione del sapere costante e lievitante.Continue reading

REPORTAGE: Dal cratere a L’Aquila “Qui tra le macerie ormai da sette anni”

schedaAmatrice, Accumoli e Arquata, le regine sfortunate di questa nuova tragedia nazionale, fanno da specchio rifrangente. Il disastro è dentro i confini di questa tripla A, solo lì, sempre lì. E ogni telecamera, ogni cura, attenzione, aiuto si dirigono naturalmente verso questa frontiera del dolore. Invece la strada che punta verso L’Aquila accosta Comuni che hanno tremato ma non sanno dir come.

Montereale, per esempio, sussulta dal 2009, da quell’altro sisma. Alla farmacista, piazzata in un box all’ingresso del paese che diversamente dai suoi vicini si distende in piano, hanno detto di aspettare. “Sono sette anni che sto così. Dobbiamo ricostruire, ma quando?”. Cinzia Lolli pensa al vecchio sisma, quello che colpì L’Aquila e danneggiò il suo negozio. Il sindaco parla del nuovo: “Sono già stati compiuti 421 sopralluoghi su 1832 segnalazioni. Ma io sto parlando di questo terremoto qua”. Il municipio è già al suo secondo trasloco. Dalla sede originale, inagibile nel 2009, alla casa dei forestali. In sette anni non c’è stato tempo di renderla sicura e così dopo il 24 agosto ha ceduto anche la seconda sistemazione. Adesso Massimiliano Giorgi, poliziotto e primo cittadino, è sistemato nella sede provvisoria della scuola elementare, con la scrivania all’ingresso delle aule.

I SOLDI non sempre aiutano e nel conto de L’Aquila – benché la stima totale sarà vicina ai 12 miliardi di euro – i danni della piccola Montereale fanno fatica a essere ricompresi. Degli 80 milioni di euro preventivati solo 12 sono andati a segno. Il resto è fermo, immobile. “L’anno scorso eravamo pronti con le progettazioni esecutive, stavamo per partire quando bum…”, dice il sindaco. Aggiunge però che per tre anni, e lui certo non è il colpevole, nessuna ruspa è entrata in funzione. Comune commissariato, uffici fermi dal 2009 al 2012. Poi si sono messi di mezzo i tecnici che, oberati dal lavoro, hanno ritardato la consegna dei progetti.

Non c’è terremoto senza la presenza di un partito forte, agguerrito, trasversale: quello appunto dei progettisti. Monopolisti degli incarichi (parcella del 10 per cento sul totale del contributo), scandiscono i tempi della ricostruzione. All’inizio accaparrano committenze attraverso i circuiti familiari o politici (per raggranellare più progetti senza dare nell’occhio si fa generalmente ricorso a teste di legno, colleghi in disarmo o giovani disoccupati di altre città che pur di lavorare accettano il subappalto) e poi con comodo esaudiscono le richieste. E per loro adesso è una doppia fortuna perché a Montereale, che è un borgo per fortuna integro, vecchi e nuovi danni si sommano e chissà… Una frazione, Aringo, è stata particolarmente colpita e poi altri interventi sparsi.

Cinzia la farmacista aspetta e nell’attesa indica la strada di Campotosto, un altro dei Comuni ricompresi nell’area del cratere. La strada che ci conduce è bellissima, siamo nel grande recinto del parco del Gran Sasso, le siepi ordinate, il manto perfetto, le cunette tenute a bada per bene e case all’apparenza dritte e solide. Poi il lago che d’estate chiama gente. Quindi il ristorante, l’unico nei paraggi. Nel parcheggio auto della polizia locale di Mantova, di Milano. “Fanno servizio ad Amatrice”, spiega l’oste. Anche Campotosto ha tremato, e infatti è ricompreso tra i Comuni destinatari delle provvidenze. “Qui il ristorante ha tenuto perfettamente. È caduta la casa dell’assessore, poi non so co s’altro. Noi siamo in tre e abbiamo preso in gestione questo ristorante, siamo giovani e ottimisti, però…”.Continue reading

IL MONDO DI SOPRA E QUELLO DI SOTTO

A casa del Poeta tra ricordi, scoperte e nuovi progetti.
Quindici ospiti sconosciuti, la poesia di Cappello, i viaggi di Caporale e la nascita di un libro.

caporale-cappelloPomeriggio-evento, quello di sabato 12 novembre, a Cassacco (Udine). A partire dalle 16.30 Pierluigi Cappello condividerà eccezionalmente gli spazi intimi della propria dimora con un ristretto pubblico (quindici persone) in occasione di un incontro con il giornalista Antonello Caporale, firma del Fatto Quotidiano.

L’iniziativa permetterà non solo di saggiare in anteprima alcuni versi del poeta friulano prossimi alla pubblicazione e i reportages raccolti nell’ultimo libro di Caporale (“Acqua da tutte le parti”, ed. Ponte alle Grazie), ma anche di assistere ai passi creativi per un’opera possibile e congiunta, frutto del vissuto e della sensibilità di entrambi gli autori.

Nel corso della conversazione, infatti, il poeta e il giornalista confronteranno i ricordi legati alla comune esperienza del terremoto: Cappello aveva nove anni e, viveva a Chiusaforte, quando sperimentò le devastanti scosse in Friuli del 1976; Caporale, originario di Palomonte,in provincia di Salerno ne aveva diciannove quando sussultò per quelle in Irpinia, nel 1980.

La storia d’Italia raccontata attraverso i terremoti. A ciascuno il suo.

Immagini ed emozioni condivise nell’ambiente riservato e accogliente di casa Cappello, accessibile per l’occasione anche alle prime quindici persone che si “auto-inviteranno” via email all’evento.

Gli interessati dovranno inviare la richiesta (singola) di partecipazione all’indirizzo acasadelpoeta@gmail.com. I mittenti più rapidi saranno invitati a indicare un contatto telefonico per la conferma della presenza e le necessarie informazioni logistiche.