vincenzo-de-lucaChi può giudicare Vincenzo De Luca? Nessuno, risponde il ministro dell’Interno. Grazie a quel suo linguaggio – da caverna o da taverna fate voi – ha vinto le elezioni. E chi può giudicare la mamma che rifiuta di vaccinare suo figlio, convinta di fargli bene? Nessuno. E possiamo permetterci di sanzionare il twittatore ossessivo? Scrive ciò che gli pare, quando e come gli pare. Abolita l’etica, confusa dall’asineria generale con il moralismo, abbiamo abolito il giudizio. E infatti resta in piedi solo il pregiudizio. Anzi: viviamo sistematicamente di pregiudizi. È la nostra lama da taglio, il coltello da cucina con il quale affettiamo i nemici, apparenti o reali che siano. Vivendo una doppia vita, quella materiale e l’altra virtuale che scorre parallela sui social, spesso iniziamo a confondere i target e puntiamo il coltello dove non dovremmo.

COL PREGIUDIZIO in genere ci perdono i più deboli, che sono anche i più poveri. E ci guadagnano i forti, casualmente coincidenti con i ricchi. Ma come abbiamo visto nelle elezioni americane il pregiudizio, figlio della rabbia, produce il paradosso di vedere frotte di affamati che in fila votano per il loro affamatore. Il pregiudizio ci porta infatti nel luogo opposto a quello che ci siamo prefissi ma tacendocelo ci fa apparire quel che non è. I romani per esempio, che non amano essere giudicati, si accompagnano al pregiudizio come scelta di vita. Se le strade sono sporche, le buche sono in terra, le auto in doppia fila la colpa in genere è di uno solo: chi li governa. È questo un pregiudizio terapeutico perché li conduce dritti all’assoluzione: non c’è colpa né responsabilità. La questione riguarda gli altri. Quel che ne consegue è ai limiti della comicità: vorremmo le strade pulite anche se ci capita di imbrattarle, e i cassonetti a posto anche se a volte, per parcheggiare, siamo costretti a sospingerli oltre, e la fine della sosta selvaggia quando purtroppo ci capita di parcheggiare male.

NON DOVENDO essere giudicati da nessuno, proseguiamo liberi sulla strada dell’invettiva o, per i più pacati, su quella del solido e storico pregiudizio. È una scelta liberatoria che infatti ci ritorna utile al lavoro, quando infliggiamo ai nostri amici di facebook decine di post nell’orario di punta convinti – a ragione – che il computer si accende quando si è in ufficio, meglio tra le 11 e le 15, cioè nel cuore della nostra fatica quotidiana.

A QUELL’ORA in tanti lo leggeranno perché in tanti saranno al posto giusto nel tempo sbagliato. E in tantissimo giudicheranno o avranno già giudicato, forti del pregiudizio, quel che noi – simmetricamente – avremo fatto a fette con il nostro coltello affilato. Il giudizio è figlio della responsabilità, il pregiudizio invece un effetto collaterale del fanatismo, dell’ossessione o, nelle forme meno cruente, della faziosità. Giudicare costa, pregiudicare invece no.

Da: Il Fatto Quotidiano, 28 novembre 2016

vittorio-contarinaAlza la serranda e attende.

So che mi ricapiterà. E so purtroppo che la scena, essendomi così abituale, non sortisce più emozione in me.

Dopo tante paure la paura è passata.

Sento di aver terrore della privazione di un sentimento umanissimo, della naturale condizione in cui un uomo in pericolo deve sentirsi. Invece sono un plurivaccinato della pistola alla tempia o al petto e questo fatto mi toglie tranquillità. Ho paura di non provare più paura.

Lei è solo un farmacista. Vorrebbe vendere le medicine e a sera rincasare.

Ho la sfortuna di esercitare in una zona molto popolare e degradata, tra Boccea e Torrevecchia, sul versante nord di Roma e di avere la farmacia che s’affaccia su uno stradone utile a una fuga senza rischi.

È un bersaglio continuo.

Finisce una rapina e attendo che arrivi l’altra.

Sa già che verranno a trovarla di nuovo?

Lo so. E quando succederà vorrei non pensare che è tutto normale, che in una società in cui gli emarginati sono tanti anche i delinquenti proliferano e qualcuno capita da me. Vorrei non abituarmi perché so che la troppa disinvoltura può produrre solo guai.

Vogliamo approfondire?

Stare davanti a un tizio che magari armeggia con la mano tremante e la concitazione dello sprovveduto senza avvertire alcuna emozione è una sensazione orribile.

Come contrasta la sua alterata percezione, la sua sfida passiva alla paura che oramai le manca?

Mi dico che devo stare concentrato, guardare bene i colori del vestito, la statura, i tratti somatici, tutte cose che possono servire per il riconoscimento in commissariato.

Immagino che la sua farmacia sia come Fort Knox. Leggi tutto

carlin-petriniIl socialismo trionferà, parola di Carlin Petrini, teorico della tavola come bene comune e della terra come mezzo di produzione ed emancipazione dei popoli.

Il socialismo, Carlin?

Cosa abbiamo conosciuto noi? La realtà del blocco sovietico, contro la quale ho combattuto e protestato e poi varie, eterogenee e fragili esperienze terzomondiste. Non abbiamo mai riflettuto abbastanza che nel nostro Dna, intendo in quello della società italiana, c’è una linfa vitale solidaristica che non si spezza, non muore. È il grande mondo del volontariato, la grande rete dei beni comuni, della condivisione e della connessione.

Il mondo è della finanza però.

L’ascesa di Trump ci dice che siamo alla svolta, al vicolo che ci condurrà davanti a una scelta. L’estremismo dell’elezione del magnate americano è figlio dell’inadeguatezza di Hillary Clinton, ma soprattutto del boicottaggio di una candidatura forte e politicamente chiara come quella di Bernie Sanders.

Sanders è stato giudicato troppo di sinistra.

Il solito errore, la sudditanza verso modelli culturali antiquati, la voglia di mitigare, ridurre fino ad annullare la propria identità. Io avrei votato Sanders e Sanders, credo e penso, avrebbe fatto vincere i Democratici. Invece la rinuncia, e con la rinuncia l’avvento di questo qui.

La sinistra ha avuto sempre riserve su se stessa, come se non ci credesse fino in fondo ai valori del socialismo inteso come divisore comune.

Infatti chi la vota? Sono milioni i cittadini che hanno chiuso con il voto, ma altrettanti milioni che ogni giorno si danno da fare per il loro municipio. È una ricchezza spaventosamente svilita. Co s’è il terzo settore? Chi mai parla delle mille e mille associazioni che in ogni borgo sorgono per fare qualcosa di utile, di buono e di giusto?

La sinistra ha bisogno di parole nuove e di un Papa straniero. Lei spariglierebbe.

Per quel che riguarda il papa abbiamo già Francesco che sta sparigliando parecchio. A proposito! Proprio ieri ho iniziato una collaborazione con la televisione della Chiesa italiana, Tv2000.

Un cosacco a San Pietro finalmente. Leggi tutto

Dobbiamo ringraziare lui se non c’è più il Porcellum. E sempre lui se l’Italicum rischierà una dichiarazione di incostituzionalità da parte della Corte. “Una legge elettorale ancora peggio di quella partorita da Roberto Calderoli”. Aldo Bozzi ha 80 anni, fino a poco tempo fa girava in motorino per la sua città, Milano. Ama il papillon e fa ancora l’avvocato. Non si è fermato di fronte alla enorme sproporzione di forze e di mezzi e ha impugnato, assieme a un gruppetto di amici e colleghi, la legge elettorale dimostrando che Davide può battersi contro Golia senza per forza uscirne sconfitto. La sua è la testimonianza di un uomo comune che chiede giustizia: “Siamo cittadini e non sudditi. Per questo difendiamo i nostri diritti”  di Antonello Caporale e Antonietta De Lillo

aldo-bozzi

Uno è il poeta attualmente più celebre del Friuli, l’altro è uno dei giornalisti italiani più apprezzati. A farli incontrare la passione comune di raccontare il mondo intorno a loro e, a unirli, il destino di avere vissuto sulla propria pelle il terremoto. Sono Pierluigi Cappello e Antonello Caporale, firma del Fatto Quotidiano, che domani uniranno le proprie voci in un incontro particolarissimo. Il poeta Cappello, infatti, ha deciso di aprire le porte di casa sua a Cassacco a quindici persone (le prime a prenotarsi alla mail acasadelpoeta@gmail.com) per regalare loro alcuni versi del suo libro di poesie, in uscita il 24 novembre. Ad accompagnarlo, in quelle che saranno di due ore di parole ed emozioni condivise, il giornalista Caporale. «Io e Pierluigi ci siamo conosciuti mentre stavo lavorando su Alfabeto. Ci siamo visti, abbiamo parlato, ci siamo piaciuti e da allora siamo sempre rimasti in contatto». Prima ne sono nati degli articoli, poi dei capitoli di libri e, ne siamo abbastanza sicuri, ora anche un’amicizia. Una di quelle legate da un filo invisibile che unisce le persone dotate di una sensibilità educata a guardare la sofferenza e, da questa, ricavarne la bellezza. Cappello l’ha fatto con le sue poesie, Caporale con i suoi pezzi giornalistici. Entrambi l’hanno sperimentato sulla propria pelle con l’esperienza del terremoto. «Lui aveva nove anni durante il terremoto del ’76. Io – ci racconta il giornalista – ne avevo il doppio durante il sisma in Irpinia nel 1980. Quando ne abbiamo parlato, ho scoperto che i nostri ricordi sono simmetrici e speculari, che i terremoti ti entrano dentro e sconvolgono come fanno le guerre e in questo, in un modo che solo una rivoluzione di sofferenza può fare, ci siamo riconosciuti». Un tatuaggio sottopelle che è destinato ad appartenere a sempre più italiani. Luoghi diversi, tempi diversi ma sensazioni uguali. Quelle di uno sconvolgimento inatteso e fortissimo, che ha toccato persone, abitudini, ma anche luoghi. Ed è proprio di questi luoghi, paesi accomunati dalla meraviglia e dalla disgrazia, che Caporale parla nel suo libro “Acqua da tutte le parti” (Ponte alle Grazie), di cui parlerà a casa di Cappello. «C’è un’Italia che stiamo perdendo, fatta di piccoli paesi che si stanno spopolando, come una colonna vertebrale che si sgretola e scivola verso il mare». Per anni Caporale ha viaggiato macinando chilometri e storie di un’Italia nascosta e orgogliosa, che non poteva essere racchiusa in articoli destinati al quotidiano. «Così è nato questo resoconto sull’eternità di certi luoghi e certi paesaggi italiani dove il passato non finisce mai e il futuro stenta ad arrivare.

Paesi che si raggiungono solo a piedi, come Topolò, esempio unico e straordinario di avanzata eccentricità». Il giornalista sarà anche ospite oggi pomeriggio alle 17.30 a Casa Teatro, al Giovanni da Udine, con Ottavia Piccolo e Silvano Piccardi.

Da: messaggeroveneto.gelocal.it, 11 novembre 2016

antonietta-de-lilloSiamo nel mondo del non si può fare, nel tempo in cui ciascuno di noi si dice “io non conto niente” oppure se si trova al ristorante con gli amici usa il plurale: “noi non contiamo niente”. Per questo un giorno ad Antonietta De Lillo, che di mestiere fa la regista, è venuto in mente di raccontare le gesta di un uomo solo, della sua forza di volontà, della sua incrollabile fede nella giustizia, del proprio ottimismo smisurato nella ragione e nella volontà.

Tu hai scelto di raccontare la vita di Aldo Bozzi, avvocato, 80 anni, primo firmatario del ricorso che ha mandato in frantumi il Porcellum, la legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Corte.

Un modo per dire a me stessa che era tempo di impegnarsi nella vita collettiva, nella politica. Per troppo tempo sono stata a guardare. Ma a furia di avere le braccia conserte ti accorgi che il mondo ti mangia, i tuoi rappresentanti ti negano persino il diritto all’identità o, come accade in queste ore agli americani, al minimo senso civile.

Che significa impegnarsi in politica?

Significa offrire quel poco che si sa e si può. La battaglia di Aldo Bozzi non è un romanzo, non un documentario, è una piccola pagina di quel che ciascuno di noi, se crede alla propria vita e alle proprie convinzioni, può fare.

Cosa ha fatto l’avvocato Bozzi?

Un uomo di ottant’anni, un antico e rigoroso liberale. Gli accadde che al momento del voto alle scorse elezioni politiche lui, sempre distante dalle cronache e dagli usi che si era dato il Parlamento, era convinto di poter dare la preferenza a una sua allieva che si candidava credo proprio nel Pd. Giunto al seggio gli spiegarono che con la nuova legge elettorale, si era al tempo del Porcellum, non avrebbe potuto. Quella spiegazione, che ciascuno di noi avrebbe accolto come l’ineluttabile sopraffazione del potere, dei forti verso i deboli, per lui, uomo del diritto, era inammissibile.

Inizia il ricorso al tribunale di Milano.

Inizia, confortato da un gruppo di amici e colleghi, non più di trenta, che sottoscrivono il suo ricorso. Lui dice: la Costituzione prevede che il mio voto sia uguale agli altri, libero e segreto. Con il premio di maggioranza il voto di un gruppo di cittadini peserà di più rispetto a quello di altri. E questo è anticostituzionale.

Da qui ti è venuto in mente di titolare il breve movie Un cittadino. Leggi tutto

erri-de-lucaLa montagna non è un muro e le vie di fuga sono infinite, le brecce e i trapassi da un pendio all’altro rendono i confini di carta e il viaggio una promessa mantenuta. La migrazione per Erri De Luca è decisione insieme dolorosa e mirabile, la vita che acchiappa la vita anzi la rincorre e la cerca ovunque finché la trova e le pagine di questo suo ultimo libro sovrappongono il viaggio fisico, il dolore e la necessità di fuggire perché l’acqua è più sicura persino della terra, a un altro metaforico che è l’approdo fantastico, i luoghi della mente dove l’arte ci conduce.

DE LUCA riunisce nella sua La Natura Esposta (Feltrinelli) i propri antichi interessi culturali (lo studio delle scritture sacre, il senso del Crocifisso) e quelli più propriamente politici (l’esodo dal sud al nord del mondo, la povertà che rincorre e mai trova la pace e la ricchezza, la guerra che insegue i nostri giorni e ci porta paura). Lo fa attraverso l’esperienza e la vita di uno scultore montanaro chiamato dapprima a condurre verso la salvezza corpi spaventati e indifesi e poi, per incarico di un prete, a restaurare una statua di marmo, toglierle il panno – pietoso senso del pudore – e riportarla alla nudità senza compromettere la forza divina, il senso religioso di quel gesto.

Corpi di carne e corpo di marmo. I primi che assediano la montagna e la superano, il secondo che giace inerme eppure dà ansia, suggestione, persino erotica, a chi è chiamato a denudarlo. Leggi tutto

metrocLa più grande officina dello spreco mai nata si chiama Metro C. Quarantacinque varianti in corso d’opera, il 22 per cento di spesa in più rispetto ai preventivi, almeno il doppio del tempo previsto per concluderla, almeno tre sindaci frullati dentro le carte bollate, almeno una Spa nata per controllare e morta complice delle controllate. Cinque grandi imprese italiane coinvolte, un mare di carte bollate, un tir di documenti sequestrati, un’indagine della Corte dei Conti, una relazione dell’Autorità anticorruzione, un’inchiesta della Procura. Cosa c’è di peggio, dove c’è di peggio di una linea nata per collegare il sud con il nord di Roma, immaginata per trasportare le persone dai Castelli a San Giovanni, poi al Colosseo, infine al Vaticano e di lì a piazzale Clodio, e finita per mangiarsi i binari su cui corre? È letteralmente così.

I BINARI DEL TRATTO ora in funzione che congiunge la periferia estrema a quella urbana (Pantano-Lodi) con 363 milioni di euro conteggiati come aumento della spesa, si consumano nella difesa dal peso dei cerchi d’acciaio della metro. Questione di pendenze, di assetto, di velocità? Chi ha progettato, chi ha verificato? Ma soprattutto, chi mai ha denunciato? Questione di approssimazione, o anche “superficialità”, come ha scritto Raffaele Cantone, nello stendere i progetti esecutivi, nel valutare, con i carotaggi le sorprese archeologiche. Un’opera nata da un contratto tra Roma Metropolitane, società che doveva governare i cantieri, e il consorzio aggiudicatario difforme dal capitolato originario, con i costruttori che si erano impegnati a realizzare il primo tratto convenuto non in sei ma in quattro anni (sic!) e il Campidoglio che dà il via libera a ridurre gli oneri di prefinanziamento a carico del consorzio da 436 milioni a 44. “Avremo la metro per il 2011”, disse Walter Veltroni. Si è visto poi. Avremo metà della metro nel settembre del prossimo anno, se tutto andrà bene. Avremo forse il collegamento a San Giovani e l’intersecazione con la linea A.

E avremo da aspettare il 2021, sempre a Dio piacendo, per vedere chiusa la vergogna e realizzato il trasporto sotterraneo fino al Colosseo. Ma avremo anche però da capire chi pagherà il conto della contesa giudiziaria che è un fronte aperto e terribile sui danari da corrispondere e quelli da negare. Negli anni il cantiere da monumentale si è trasformato in una scena fantasy. Hanno scoperto per esempio una caserma dei legionari di Roma costruita diciotto secoli fa, dalla superficie enorme, almeno la metà della contemporanea corrispettiva stazione metro, all’altezza di via Amba Aradam. Non un vaso, un coccio, un muro sbrecciato colpito da un martello pneumatico. Ma un’enorme caserma! L’hanno scoperta dopo che erano arrivati dentro. E i carotaggi pagati per cosa?

Di scoperta in scoperta il costo è lievitato: 3 miliardi e 47 milioni sono divenuti 3 miliardi e 739 milioni, il 22 per cento in più. E al consorzio delle imprese (Astaldi, Vianini del gruppo Caltagirone, CCC e Ansaldo) è stata affidata la direzione dei lavori, una cosa da matti come diceva e continua a dire Athos De Luca, il consigliere comunale del Pd che più di ogni altro e prima di ogni altri aveva visto nel progetto il ricettacolo di ogni sconcezza: “Come era possibile che tre stazioni costassero più di nove, come era stato possibile che il Campidoglio non avesse imposto alla direzione dei lavori un suo fiduciario che tenesse almeno i conti, segnasse i metri, i buchi fatti e quelli da fare in un sottosuolo così unico e così prezioso?”. Come sia stato possibile che a Roma i costi a chilometro della metro siano lievitati fino a 135 milioni, con la tratta fino ai Fori che raggiungerà i 272 milioni di euro mentre Madrid ne ha spesi 30 a chilometro, Parigi sessantacinque, Copenaghen 68.

COM’È POSSIBILE infine che adesso si faccia finta di allarmarsi davanti all’unica decisione ragionevole presa dal sindaco di Roma: fermare i lavori prima che questi si mangino le casse del Comune, sciogliere la società che li avrebbe dovuti controllare, Roma Metropolitane, prima che il tribunale chiuda con un lucchetto i bilanci e li seppellisca in qualche angolo di piazzale Clodio. Perché davvero è bizzarra la questione: saranno mille le inefficienze e le mancanze della giunta a cinquestelle e non c’è dubbio alcuno. Ma questa no, era l’unica possibilità per fermare lo scempio. Ora però il ponentino romano inscena la farsa dello stupore, dimenticando che la Metro C è stata la monumentale commedia dell’immoralità.

Da: Il Fatto Quotidiano, 6 novembre 2016

marino_niolaPerché l’Italia più ricca è anche la meno generosa con i migranti, umanità perduta e derelitta per definizione? I fatti di Goro, nel Polesine, dove gli abitanti hanno costruito barricate per respingere, riuscendovi, delle donne africane (dodici) con otto bambini al seguito, indicano il punto della crisi della solidarietà tra simili. Dà conto del senso affievolito di una civiltà, la nostra appunto, che ci pareva non potesse offrire il segno ostile del respingimento. Marino Niola, da saggio antropologo, ci fa incamminare verso la strada giusta per comprendere o almeno tentare. “Il povero più facilmente divide quello che ha perché sa che la sua vita si regge sulla solidarietà e sullo scambio. Il tuo simile è quello che ti fa sopravvivere. Il ricco invece sviluppa un senso di autosufficienza, modula sulla propria fatica e sul proprio talento la percezione totalitaria della sua esistenza”.

Il povero è aperto al mondo e il ricco no?

Il povero conosce la necessità della connessione, il ricco conosce la responsabilità delle proprie azioni. Il povero per definizione vive una vita più comunitaria. Chi sta meglio invece è più solo. Non a caso lo spirito capitalista si innesta fortemente nell’etica protestante. Il principio della responsabilità del singolo dà implicitamente il senso della solitudine di ciascuno: solo con la propria vita, i propri guai, il proprio benessere.

Invece la cultura della compassione è mediterranea.

Esatto. Trova radici più salde andando verso Sud. E qual è la lezione principale che impartisce? Nessuno è mai solo.

Non basta questa spiegazione di ordine etologico a convincerci dell’ineluttabile rovescio della nostra esistenza: più ricchi ma più egoisti.

Infatti aggiungo considerazioni di ordine sociale ed economico. Le generazioni che ci hanno preceduto hanno vissuto il miracolo economico, la certezza che si potesse vivere solo meglio del tempo in cui si era nati. Oggi la consapevolezza del peggio è comune e profonda. Un mondo così precario, un’economia così traballante, un futuro mai tanto incerto. Allora ci diciamo: potremo stare solo peggio. La paura ci conduce all’egoismo: ritrarsi in casa, sbarrare la porta. Esattamente com’è successo a Goro.

E succederà ancora?

Certo che sì. Mi sarei aspettato un avamposto varesotto protoleghista come punta di diamante di questo respingimento di piazza. Pensavo che il Polesine, così dentro alla tradizione cooperativa emiliana, facesse più resistenza a questa paura. Ci troveremo comunque di nuovo e ancora momenti simili.

Lo straniero alle porte.

Partiamo dalla parola. In greco è xenos : straniero ospite per antonomasia. Infatti per i greci lo straniero è il Dio nascosto. Il latino hospes significa sia ospite che straniero e anche nemico. È dentro l’etimo l’angoscia, l’insicurezza. Se non è ospite, sarà nemico. E dunque?

Dunque, come diceva Sofocle… Leggi tutto

donazioniPiù dell’etica conta l’estetica. Anche il terremoto ha un suo rito e quando il canone non è completamente scritto secondo le regole accade che la tragedia venga ridotta di scala. L’altra sera non c’era nessun volontario a svuotare i pochi camion con i pochi primi generi di necessità tra Alba Adriatica e Porto Sant’Elpidio. Maglie, maglioni, mutande, detersivi giunti invece in una misura così sterminata ad Amatrice nelle prime ore del 31 agosto e poi nelle lunghe giornate di settembre da far dire alla Protezione civile di fermare gli aiuti e raccomandare agli italiani di non mettersi in cammino senza essere autorizzati. I soccorsi erano in misura più che sufficiente da non richiedere altre mani e gli aiuti materiali così eccessivi che qualche giorno fa il sindaco Sergio Pirozzi spiegava ai suoi concittadini: “È giusto che tutta quella roba che abbiamo ricevuto e non ci serve la inviamo ai poveretti dell’Asia, dell’Africa, a quelli che soffrono”.

OGGI NON CI sono colonne alle porte di Norcia, i soccorsi fanno fatica a coprire tutta l’area del sisma, che è più vasta di quel che si sperava, gli sms con i 2 euro indirizzati alla Protezione civile languono, le donazioni private pure, di italiani in cammino volontariamente verso quelle zone non c’è traccia, ma soprattutto la copertura mediatica che il martirio di Amatrice produsse sta già per finire. Non ci sono morti da piangere, feriti da salvare, pietre da spalare, eroi di cui parlare. Dobbiamo dircelo: il terremoto senza morti è già un altro terremoto. Il dolore per le vite perdute spinge a una vicinanza e solidarietà improponibili nei luoghi in cui per fortuna si contano solo danni materiali. È del tutto naturale che sia così. Meno però che l’emozione per il terremoto che causa morti sviluppi – a parità di danni – una misura di assistenza e di aiuto economico differente da quella dove il lutto non c’è stato. A San Giuliano di Puglia, 27 bambini e le loro insegnanti perirono per l’incoscienza dell’amministrazione comunale che autorizzò una soprelevazione dell’edificio senza nessuna cura per la staticità dello stesso. Il paese nella sostanza resse, si sbriciolò solo quella scuola. E quei bimbi innocenti sotterrati dalla irresponsabilità pubblica, divennero titolo perché il Comune fosse inondato da soldi. Andate oggi e vedete: una comunità gonfiata dai denari, case enormi e vuote, luogo eletto alla speculazione edilizia. E il sisma che colpì il 1997 Colfiorito, ancora Umbria, chi lo ricorda più? E quanto dibattito c’è stato sulla condizione abitativa di Amatrice che ha subìto dalla inettitudine dei suoi amministratori, recenti e passati, il conto di un disastro in vite umane senza pari? Leggi tutto