giulio-andreottiI più ambiziosi possono puntare sulla capacità balistica di Giulio Andreotti di colpire l’elettore e centrarlo anche a notevole distanza. I tenaci e i taciturni hanno due opzioni: tentare di copiare il modello Gaspari, un abruzzese che riceveva i clienti anche in agosto ai bagni di Vasto (primo ombrellone a sinistra), oppure per i modesti e i timidi ritrovare nella carriera di Alfredo Vito, mister Centomila preferenze, “la Sogliola” per gli amici. Ora che all’orizzonte c’è il sistema proporzionale è bene che deputati e senatori, soprattutto se giovani, volgano lo sguardo al secolo scorso dove i mangiatori di voti erano una falange di tutto rispetto, con truppe da combattimento, soprattutto al centro sud, di notevole spirito e pari audacia.

“NON SONO ANDATO MAI in vacanza in vita mia e l’unico pomeriggio di festa cadeva il giorno di Natale. Di mattina ricevevo, naturalmente, poi a pranzo sospendevo e mi concedevo la mezza giornata di libertà. Ricordo che la prima volta che ho accompagnato mia moglie a fare shopping è stato poco prima che morisse, quando non ero più deputato e quindi piuttosto libero”. È la lezione di Gaspari, da Gissi. Se Andreotti approntava cordate militari (preferenze su quattro nomi, poco spazio alla fantasia e moltissimo invece alla fedeltà) si deve alla capacità, all’energia e anche all’inventiva del gruppo irpino capitanato da Ciriaco De Mita, più colto e raffinato, se ai contadini analfabeti del Sud o agli elettori soltanto svogliati fu offerta la soluzione a ogni possibile pigrizia. Elezioni politiche del 1968, lotta interna alla Democrazia cristiana e squadra di quattro per raggranellare ovunque i voti che sarebbero serviti. Si poteva votare scrivendo il nome, ma era più complicato ed esposto ai rischi della lingua italiana, oppure indicando il numero relativo alla posizione del candidato. “Tu voti il numero 1, poi il numero 9 poi il numero 6 poi il numero 8”. Semplificando si chiese a tutti: Votate e fate votare 1968! Fu un bellissimo spariglio, e la legione irpina iniziò a farsi notare sempre più fino a raggiungere il comando negli anni Ottanta.

La caccia alle preferenze è una specialità del centro sud. Soldi, soprattutto soldi, e offerte di lavoro a iosa. Silvio Gava e poi suo figlio Antonio detronizzarono il regime laurino della scarpa prima del voto e della seconda dopo la verifica elettorale, della “buatta” di pomodori (confezioni di pelati) con le quali il comandante Lauro pure si districava benissimo. Gava col ciciniello (anello d’oro molto vistoso) al dito divenne ministro degli Interni e promosse naturalmente Napoli come baricentro della civiltà nazionale. Nacquero in rapida successione la banda dei quattro, la corrente del Golfo, e varie altre combinazioni interpartitiche (democristiani-socialisti-laici) offerte dal sistema proporzionale.

“IL MAGGIORITARIO è maschio, la proporzionale è femmina. Anzi è mamma”, diceva il deputato Bartolo Ciccardini per illustrare le capacità inclusive del sistema, il metodo della concertazione, del negoziato, del perenne compromesso. Il sistema aveva la sua dote magica perché conduceva in un modo o nell’altro tutti al governo, e in una selezione darwiniana portava in Parlamento solo i più robusti, in qualche caso quelli con più peli sullo stomaco. A Bari alcuni candidati, affamati di voti, avanzarono offerte anche ai tossicodipendenti. Due dosi di eroina in cambio del segno della croce. Ipotesi neanche adombrabile per un signore come Emilio Colombo, padrone della Lucania per un cinquantennio, a cui le preferenze letteralmente cadevano in testa, filosofo della clientela come scambio sincero, ideatore della “promessa mantenuta”. Le preferenze multiple avevano bastioni in Calabria del calibro di Riccardo Misasi, in Sicilia con Lillo Mannino.

E quando gli italiani con il referendum del 1991 dissero no alle cordate, condannarono come figlie della disonestà le preferenze multiple scegliendo come soluzione moralizzatrice la preferenza unica, i tecnici della clientela per agevolare l’elettore che era stato privato improvvisamente di un numero da segnare, provvidero con un normografo. Scrivere il cognome a mano libera procurava pasticci? Allora ecco il normografo di plastica: te lo metti in tasca, lo appoggi sulla scheda e ricalchi. Facilissimo no

Da: Il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2017

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