senato-sprechiCi vuole talento e il presidente del Senato Pietro Grasso l’ha finalmente dimostrato. Tenendo dritta la barra del contenimento dei costi, ha fatto imputare agli orfanelli del collegio Salviati le grandiose spese che le casse pubbliche hanno dovuto sopportare per adeguare la precaria e cadente dimora destinata secoli e secoli fa ai bimbi derelitti dal cardinale Salviati, a sede per gli uffici di una cinquantina di senatori in esubero a Palazzo Madama. E così, finalmente il 29 luglio 2015 il Senato, con un contratto di transazione con gli Istituti di Santa Maria in Aquiro, la struttura – anch’essa pubblica – che gestisce il patrimonio devoluto alla cura dei deboli tra cui questo edificio in piazza Capranica, ha pattuito di non pagare alcun canone di locazione dal 1° gennaio 2018 fino al 31 maggio 2029.

EH GIÀ, undici anni gratis per recuperare il di più che il Senato ha fatto sborsare allo Stato in ragione dei lavori sopportati. Per undici anni i bimbi derelitti, i bisognosi, i disabili stringeranno la cinghia, e sul punto Pietro Grasso in persona è stato irremovibile. I fatti d’altronde non danno adito a equivoci.

Nel 2003, sotto la presidenza di Marcello Pera, il Senato affitta l’edificio. Sono tremila metri quadrati dietro il Pantheon. Ubicazione pregiata ma in abbandono. Si affitta lo stabile e si pattuisce un canone annuo di 853 mila euro oltre aggiornamento Istat per 36 anni. Nei primi 18 anni però il Senato verserà la metà, e cioè 426 mila euro, in ragione dei lavori che serviranno per rendere utilizzabile il bene. È uno sconto enorme, di circa 7 milioni e 668 mila euro. Una parte di questa cifra (4 milioni 164 mila) servirà a rendere agibile l’immobile, e l’Agenzia del Demanio ritiene che il costo della ristrutturazione (1.338 euro per metro quadrato) sia ragionevole e plausibile. Giudizio che evapora nel giro di un anno perché ai 4 milioni 422 mila che il Senato destina, si aggiungono il 20 febbraio 2004 altri 17 milioni che il ministero delle Infrastrutture affida, senza gara, a una Srl, la Carpineto Nicola Costruzioni.

La dimora dei senatori diviene “opera strategica” e ricorrendo a “particolari misure di sicurezza e riservatezza” l’ente appaltante, cioè il Provveditorato alle Opere pubbliche all’epoca retto dal già noto Angelo Balducci, affida intuitus personae. Totale parziale, 21 milioni 456 mila euro. Costo di ristrutturazione al metro quadrato senza gli arredi pari a 7.152 euro. Leggi tutto

raffaele-cantoneManette a Roma, avvisi di garanzia a Milano, carabinieri ovunque. L’Italia è tornata in forma smagliante.

Sia a Roma che a Milano si arresta o si indaga per fatti avvenuti prima della costituzione dell’Anticorruzione.

Però Raffaele Cantone, il dio dell’anticorruzione, lo smacchiatore del tempo renziano, si ritrova a fare i conti con la storia di sempre.

Raccontiamo per bene ogni cosa. La vicenda della Piastra dell’Expo è stata totalmente fuori dal nostro controllo. Abbiamo solo messo le mani su una carta e l’abbiamo trasmessa immediatamente in Procura.

Milano, la capitale morale d’Italia. Chi lo disse?

Dissi che si era messa sulla strada di un ritorno alla sua antica identità: capitale dell’etica e della moralità. Milano ha avuto la capacità di riprendersi dalla crisi. Questo dissi e questo confermo.

Infatti.

Infatti un corno, mi scusi. Che Expo fosse nata dentro la nebbia delle connessioni spurie è cosa talmente risaputa che proprio per diradare la nebbia fu costituita nel 2014 l’Autorità che presiedo. Lei mi chiede di documentare atti precedenti al mio arrivo, di rispondere di fatti dei quali non sono mai stato a conoscenza. Facevo il giudice quando tutto questo accadeva.

Dottor Ponzio Pilato.

Non sono abituato a sfuggire alle critiche, può scrivere quel che le pare ma la verità non deve essere confusa e deviata dall’analisi approssimativa, da una sintesi colorita ma non coincidente con la realtà.

Cantone, la madonna pellegrina della moralità. Ovunque ci fosse un problema, ecco che lei appariva. Portato in spalla da Matteo Renzi, chiamato ovunque a dare una mano di bianco su un muro inzaccherato dal fango.

Forse in qualche occasione è potuto accadere che io sia stato strumentalizzato.

Forse lei si è lasciato volentieri strumentalizzare.

Sono aperto all’autocritica, non si aspetti che mi rappresenti come un intoccabile.

La sua immagine ha costituito l’equivalente di un consorzio fidi per un debitore in difficoltà.

Le ho già detto che non mi tiro indietro di fronte all’autocritica.

Qualcuno la tirava per la giacca e così tanto che adesso appare un po’ slabbrata.

Può darsi, ecco.

E può darsi sì!

Convenga però con me che l’istituzione di questa Autorità ha costituito una rispettabile inversione di tendenza in una materia, come quella della corruzione, che è piaga civile prima che politica.

Marra.

Fatti del 2013 e lo si arresta per episodi accaduti durante il mandato del sindaco Alemanno. Cosa avrei dovuto vedere?

Non lo so, c’è stato un vasto scambio di documenti tra il Campidoglio e il suo ufficio.

Su ben altre questioni. Si trattava di valutare la congruità degli emolumenti della Raineri. Su Romeo e Raineri abbiamo scritto e detto cose pesantissime. La nostra relazione è stata durissima, perché non la legge? Se la legga.

Quell’apparizione da Obama, portato in dote, anzi in conto capitale. Un giudice che diviene testimonial governativo.

Lei la pensa così?

In tutta franchezza sì.

Io ci andrei altre dieci volte da Obama.

Capperi!

Buongiorno.

da: Il Fatto Quotidiano, 16 dicembre 2016

la-vita-e-un-sognoÈ in libreria, per Il Saggiatore, “La vita è un sogno”, un’opera corale, che racconta l’anima più autentica dell’Italia attraverso i 7500 testi tra diari, memorie autobiografiche ed epistolari di gente comune (dal Settecento al XXI secolo), del l’Archivio di Pieve Santo Stefano. Ne pubblichiamo alcuni stralci.  Sono pietre preziose queste lettere di italiani che scrivono e segnano la storia con i propri occhi. Occhi pieni di lacrime: di gioia come di terrore. Scrive la moglie al marito che non dà più notizie. Scrive dal fronte il marito alla moglie annunciando che è l’ultima volta che lo farà. La morte è vicina, lei può risposarsi. È come una grande cassaforte della memoria collettiva, una tela che compone gli anni amari e quelli felici, le gesta memorabili e i dettagli minuti della vita quotidiana. È l’Italia della guerra e del fascismo, dell’emigrazione e del miracolo economico. Nella forma unica e splendida del diario personale, privato, intimo, l’Italia raccontata da chi l’ha vissuta.

Perché non scrivi? Caro marito, mi è impossibile aspettare più altre senza scrivervi, troppo lungo sono già i miei timori e le mie inquietudini. Compisce oggi che vi scrivo, nove settimane che non ho più delle vostre notizie ed io con questa mia forma tre lettere di cui aspetto risposta. Che mai sarà? Me lo domando tutte le ore tutte le minute che passano; siete ammalato? La vostra vita è forse in pericolo? Ho ché, vi ho offeso si grandemente? Non merito nessun vostro scritto?

Caterina Janutolo, 1894  

L’ultimo bacio Mia cara moglie, quando ti giungerà questo libriccino, io sarò bello estinto io capisco quale effetto ti farà ma io ò pensato di far così in modo che tu non stia qualche mese senza sapere ciò che mi e accaduto, se tu credi di rimaritarti per me non trovo cosa in contrario però una raccomandazione ti faccio quella di tenere di conto della nostra piccina che ò amato teneramente e di trovare un uomo che sappia amarti come ti ò amato io che quando sposai te ti giurai fedeltà e ti sono stato fedele questo desidero che tu possa trovarti felice, e trovare un cuore degno del tuo.

Giuseppe Manetti, 1917  

La vita nuova Per prima cosa il Direttore volle vedere le mani. Gliele porsi, le guardò con l’attenzione del chiromante e poi: “Tu con queste mani durerai otto giorni. Sono mani da donna. Troppo delicate. Qui ci vogliono uomini e non dei damerini. Sei ben piantato, non c’è che dire. Ma un vero minatore si vede subito”. Gli dissi che il mio contratto contemplava una voce che parlava chiaro e che potevo anche cambiare mina: “Sì signor mio. Lei m’ha rotto le palle con le mani. Mani che del resto han rotto tanti musi malgrado l’apparenza fragile”.

Raul Rossetti, 1932

Mussolini Esco da casa alle 8. La portinaia è ferma con un ciclista che viene da p.le Loreto dove dice di aver visto il corpo di Mussolini e di altri diciassette fascisti. I morti sono collocati là dove vennero fucilati i quindici patrioti. (…) Interrogo il ciclista per sentire se proprio ha visto lui, oppure se l’ha sentito raccontare da altri. Mi precisa che ha visto coi propri occhi e che accanto al suo corpo c’è quello di Claretta Petacci anzi, la testa di Mussolini è posata sul petto mezzo scoperto della donna come di un cuscino.

Dino Villani, 1945

Se la mafia uccide papà Ero particolarmente felice quella sera. Aveva appena scoperto il dono per Natale (…) Quando mamma e papà ci misero a letto e ci diedero il bacio della buonanotte, aspettai che uscissero dalla stanza e confidai a Pinuccio quello che avevo scoperto: per me il cappottino rosso, gli dissi, per te il baschetto blu. Dormivo e già sognavo, quando spari improvvisi mi fecero trasalire: mi ritrovai seduta in mezzo al letto nella stanza buia (…) Era lei, la mamma che aveva riconosciuto nei lamenti provenienti dalla strada, la voce di papà e gli chiedeva “Cola, Cola, chi ti ficiru?”. “Mimì, mi spararu!”.

Antonina Azoti, 1946

Rubare per vivere Fino all’età di 2 anni sono stato al buio perché mia madre si era infilata in vagina i ferri della maglia per abortire e non avermi ma tutto questo non è servito a niente e a questo punto mia madre ha preso una decisione non ha fatto più niente per perdere la creatura che aveva in grembo e per assicurare la mia nascita e un pasto decoroso per tutta la famiglia scelse di fare la scarpara (in gergo sarebbe la ladra di portafogli).

Claudio Foschini, 1949

L’attentato brigatista Scendendo le scale, rileggo gli slogan ricomparsi dopo la recente imbiancatura, “Giustizia proletaria”, “Sparare ai docenti”… L’atrio si è svuotato. (…) Le strade sono quasi deserte. È mentre svolto per entrare nel cortile di casa che, improvvisamente me li trovo davanti. Sbucano da dietro i pilastri del portico, e sono in tre. Vedo i passamontagna azzurri e neri calati fin sopra le spalle, i martelli e le chiavi inglesi in alto, e il balzo con cui mi sono addosso. “Ecco dove e come” penso in un instante mentre cado. Batto sull’asfalto col ginocchio e il gomito ma non ho il tempo di avvertire l’urto. Una grandine di colpi sulle spalle, sulla testa, come sassate, lampi bianchi azzurri negli occhi, e schianti come di mortaretti che esplodono dentro.

Guido Petter, 1979

Italia-Germania 3-1 Voglio raccontare l’effetto che mi ha fatto questa bella vittoria dell’Italia che ha vinto la coppa mondiale ieri sera alle 19. (…) La nostra squadra è stata favolosa in questi campionati, un grande regalo a sorpresa ci ha dato (…) i nostri giocatori più piccoli e brutti nei confronti dei belli fusti degli avversari ma i nostri tanto intelligenti e pieni di stuzi che lì paralizzavano.

Luisa T., 1982  

Da: Il Fatto Quotidiano, 17 dicembre 2016  

roberto-moncalvo“Il nostro è stato un Sì agricolo”. Le mietitrebbie per la riforma costituzionale. “Ho fatto un tour. Ho incontrato 120 mila iscritti e all’apertura di ogni discorso spiegavo la mia posizione”.

Si chiama Roberto Moncalvo, ha 36 anni, è torinese, produce ortaggi bio, ha una laurea in Ingegneria dell’auto e risiede per gli affari correnti a palazzo Rospigliosi al Quirinale. In metri quadrati la sua stanza vale un appartamento, gli stucchi e i quadri della nobile dimora spiegano che gli agricoltori italiani, benché afferrati al collo dalla crisi, hanno ancora un quarto di bue sotto il cuscino. La Coldiretti è l’associazione di categoria, la più antica e produttiva e amata lobby italiana. Ha un milione e 600 mila iscritti e un bilancio di circa 600 milioni di euro. Sarà merito delle vacche, della frutta o delle melanzane? Di tutto e di più. Moncalvo è il presidente del #cambiaverso.

Il Sì agricolo è una novità assoluta.

Il Sì del nostro mondo per le riforme. Non vedo dov’è il problema. Lei ha fatto raccogliere le firme agli agricoltori, come fossero un partito. Chi voleva raccoglierle, liberissimo di farlo.

S’è dato la zappa sui piedi.

Non abbiamo obbligato nessuno, eh! Massima libertà.

Ha scambiato la Coldiretti per un circolo del Pd.

Ma siamo seri: la nostra adesione al percorso delle riforme è stata convinta e leale.

Un voto di scambio: appoggio al referendum contro abolizione dell’Imu agricola.

Quella era un’orribile tassa. Ingiustissima.

Condivido. Però ha esagerato un pochino con l’afflato per Renzi. Leggi tutto

luca-paolazzi“Posso farle io una domanda? Lei come vede il futuro?”.

Nero come la pece. Siamo sbandati, gattini ciechi.

“Ecco, la vediamo uguale”. Luca Paolazzi è un analista coi fiocchi. Ha 58 anni e un passato da giornalista. Scriveva sul Sole 24 Ore. La casa madre, cioè Confindustria, lo cooptò e gli diede il compito di dirigere l’ufficio studi, un prestigioso club di economisti, autorevole, indipendente, pignolo. Tutto è filato liscio, cioè le previsioni erano solo previsioni. Accurate, linde, illustrate bene. Forbici, forchette, diagrammi, diagonali. Ogni cosa al posto giusto. Poi nell’autunno di quest’anno la sbandata. Complice il referendum, forse l’ansia di prestazione, la voglia di fare una bella figura, Luca e i suoi colleghi iniziano a erigere per il dopo voto un quadro del disastro che avrebbe comportato la vittoria del No. Via via che scrivono s’accorgono che il male avrebbe incaprettato l’Italia. Facendosi un po’ prendere la mano la crepa si fa voragine, poi frana e diluvio. In due parole: col No anche gli Appennini sarebbero finiti nell’Adriatico e tutti noi con le chiappe a mollo spiaggiati sulle coste albanesi.

Paolazzi, che algoritmo avete usato?

Abbiamo previsto uno scenario che si sarebbe potuto avverare.

430 mila nuovi poveri.

Tenga conto che al momento in cui scrivevamo, la legge di Bilancio non era stata ancora approvata, il premier minacciava di dimettersi.

Quattro punti di Pil mangiati dal populismo. Zagrebelsky come Attila.

Lo scenario era quello. Caos. Diamine, ricorda cosa diceva Renzi?

Choc.

Effetto choc. Crisi di governo, maggioranza sfaldata. Istituzioni in confusione. Stallo. Leggi tutto

Solo lei c’è riuscita. L’unica ministra a mostrare le tette e l’unica ad essere cacciata da un governo fotocopia. Stefania Giannini, d’ora in avanti solo Stefy, è riuscita nella missione impossibile.

Non essendoci relazione alcuna tra il topless mostrato al bagno Mazocco di Forte dei Marmi nell’estate dell’anno scorso e la defenestrazione dal ministero dell’Istruzione, il motivo dell’odio assoluto che Matteo Renzi riversa su di lei è piuttosto chiaro. Aver trasformato centomila nuovi insegnanti, tolti alla precarietà, in altrettanti guerriglieri antigovernativi. “Sono stata ingiuriata” avrebbe detto ieri nel dimesso brindisi del congedo ministeriale.

Ricapitoliamo. Complice sua moglie Agnese, insegnante precaria, a Renzi viene in mente l’idea di inaugurare l’assalto al Palazzo avanzando come primo atto il progetto della cosiddetta Buona Scuola, monumentale operazione di reclutamento e stabilizzazione delle migliaia di prof a spasso: sai quanti voti! La Giannini, anche se si ritrova all’Istruzione senza un perché, esulta per i quattrini che dovrà gestire. E inizia a fare un po’ di caciara. Ruba al premier l’annuncio della Buona Scuola. Lo fa sola soletta al meeting di Cl a Rimini. Matteo s’infuria, strepita e avoca. Convoca un grande summit scolastico senza invitarla dopo di che dà alle stampe la legge, tagliuzzata e rimodulata. Di più, manda a viale Trastevere, dov’è il ministero, una sua sentinella travestita da sottosegretario, il deputato palermitano Davide Faraone, valente organizzatore di leopolde sicule, dette anche “faraone” per l’enorme afflusso di maggiorenti isolani di varie confessioni politiche, con l’obbligo di sorvegliare e riferire. La Giannini intanto sorride.

Non s’accorge che ad ogni manifestazione le urlano contro, oppure non ci fa caso, e se ci fa caso dimentica presto. Succede – per colpa di un algoritmo – che le assegnazioni di alcune migliaia di insegnanti siano abbastanza sconclusionate. C’è chi da Catania viene mandato a Campobasso e un mese dopo a Viterbo. In tanti s’incazzano e protestano. Lei sorride. La vita del resto le è stata sempre amica. Senza un perché si è ritrovata in politica. Alla cena elettorale di Forza Italia a Perugia (qualche anno fa era un’elettrice di Berlusconi) il Cavaliere la adocchiò, si era in casa di Luisa Todini, e le offrì la candidatura di presidente della Regione. Giannini, rettore dell’università per stranieri di Perugia, gradì molto. Screzi interni a Forza Italia obbligarono il Cavaliere a revocare l’offerta e Stefy, oramai rapìta dalla dimensione pubblica, traghettò il suo corpo presso Luca Cordero di Montezemolo, che aveva progettato Italia Futura, partito nuovo e rivoluzionario. Capì presto che si andava a nozze con i fichi secchi e passò con Mario Monti. Eletta senatrice, eletta segretaria di Scelta Civica. Infine ministro. Persuasa che bisogna essere sempre in movimento, quando Monti si afflosciò e la sua Scelta civica scomparve, saltò sul carro del Pd.

Le sembrò di aver fatto la cosa giusta. Poi ieri…

Da: Il Fatto Quotidiano, 13 dicembre 2016

alaricoIl barbaro c’è. E se non c’è, aleggia. E se non aleggia? Il barbaro si chiama Alarico, re dei Visigoti e saccheggiatore di Roma (410 a.C.). Un barbaro al quale Cosenza è così affezionata che da tre secoli sta cercando la sua tomba e le 25 tonnellate d’oro e le cinque d’argento del tesoro trafugato e deposto nel letto del fiume Busento. Ma il colpo d’ala finale e un quid di creatività in più, che come vedremo, chiama in causa anche le forze militari israeliane, l’ha impresso il sindaco Mario Occhiuto. Architetto viaggiatore e soprattutto teorico oramai da un quinquennio della necessità di Cosenza di agganciare la sua crescita a un volto, un’idea, una storia. Alarico è leggenda e Occhiuto chiede da tempo all’Italia di investire sul barbaro. Bello o brutto, buono o cattivo, sempre un richiamo turistico è. “Bisogna contestualizzare, altrimenti che diremmo di Alessandro Magno?”, ha spiegato più volte per contestare la cordata di storici e archeologi che gli rinfacciano l’effetto ottico, lo scavo sul nulla, la memoria suicida.

Il duello con storici e archeologi Trentuno di essi hanno rivolto un appello al ministro della Cultura perché non corresse dietro all’innamoramento insensato e soprattutto infondato. Tra i firmatari anche Licia Borrelli Vlad, membro Unesco, già ispettore centrale per l’archeologia e soprattutto firmataria dell’expertise che dichiarò inesistente la tomba. Con lei i maggiori archeologi e storici dell’arte, tra cui Salvatore Settis. Appello andato a segno, nel senso che il ministero ha stracciato la convenzione che lo voleva impegnato a finanziare Alarico, ma non ha spento l’energia del sindaco di Cosenza che continua a sognare una tomba, e se non una tomba un pezzetto di barba, un coccio di elmo, la punta di una spada. Qualcosa insomma che dal letto del Busento, il fiume che scorre e divide la città, faccia risalire il suo nome all’onore che merita. E soprattutto convinca i turisti che la città dei Bruzi è una meta imperdibile. “Giapponesi, tedeschi, francesi già riempiono le nostre strade”, ha raccontato una nota del municipio. Alarico è un brand vincente. Conta la percezione, la supremazia dell’apparenza sulla realtà.

I milioni e flash dei giapponesi In effetti era abbastanza bizzarro che lo Stato investisse quattrini alla ricerca del dubbio: c’è o non c’è? A proposito di scavi. Già nel 1747 Ettore Capecelatro, preside della provincia della Calabria Citeriore, mise alla ricerca del grande visigoto mille uomini. Scavarono e scavarono ma nulla si trovò. Era il 1965 quando un rabdomante col suo bastone biforcuto chiamò alla scoperta. Sentiva Alarico sulla punta dei suoi piedi. Altre certezze furono offerte da Natale Bosco, dipendente di un supermercato ma ultras sfegatato di archeologia che promise di aver individuato dalle parti di Tarsia il tesoro e il suo re. Nel salto dei tempi, riferito che anche Hitler si interessò, diciamo per competenza professionale, al grande barbaro, mito nazista, inviando il fido Himmler in Calabria, la questione Alarico è andata avanti pigramente. Fino a quando Occhiuto, che non dimentichiamo, per dare brio alla città, ha voluto Vittorio Sgarbi assessore, l’ha presa in mano e issata in vetta alle sue priorità. Nel bouquet di incontri che ha avviato a est e ovest del pianeta ce n’è uno anche con Edward Luttwak, stratega militare americano e gran frequentatore dei talk show italiani. Luttwak è anche cultore di storia antica e, saputo delle ricerche in corso, è giunto a Cosenza per pianificare un progetto supertecnologico. “Conosco un giovane ingegnere militare che si occupa d i Gaza e mi ha garantito che lui può venire a presentare un progetto militare per agevolare le ricerche”. Grazie a Luttwak, Cosenza è in attesa di droni israeliani che dovrebbero coordinare dal cielo ricerche avanzate con sofisticatissima tecnologia militare. Tutto è possibile, e a prescindere dalla realtà, un fatto è certo: “Investiremo 5 milioni di euro per edificare un museo intitolato ad Alarico”, ha detto Occhiuto. Cosenza è in corsa per divenire nel 2018 capitale della Cultura, e qualcosa si dovrà fare. Con il Visigoto, e a prescindere.

Da: Il Fatto Quotidiano, 11 dicembre 2016

daniele-manniÈ un prof volitivo, creativo, innovativo. Ai ragazzi dell’istituto tecnico Galilei di Lecce Daniele Manni, 57 anni, docente di Informatica, sta molto simpatico. Al punto di volerlo vedere premiato all’Italian Teacher Prize, costola del Global Teacher Prize, il Nobel per l’insegnamento nelle scuole voluto dalla Varkey Foundation presieduta da Bill Clinton.

Lei dunque gareggia per la prima posizione in Italia. Il miglior prof che abbiamo?

Ma no. Forse hanno apprezzato la disparità dei temi trattati con i ragazzi, l’arco dell’impegno scolastico e anche extra.

Lei insegna Informatica. Ma sembrerebbe che faccia tutt’altro.

Insegno l’informatica nel corso delle attività che svolgiamo. Abbiamo negli anni concorso a realizzare molti progetti in campo sociale. Dall’impegno per la pace (nostra è la bandiera più grande del mondo), al sostegno all’uso delle bici.

L’avete chiamato Movimento cinque selle per arruffianarvi un po’ quegli altri.

Minime strategie di marketing. Dobbiamo imporci sul mercato delle idee e delle opinioni. Nel Salento, piatto come un biliardo, l’uso della bici dev’essere ancor più incentivato. E poi la campagna per la pulizia del territorio con gli ecodays.

Un weekend con la scopa in mano.

Abbiamo chiamato a raccolta le famiglie dei ragazzi e tutti coloro che volessero partecipare. Ciascuno adottava un pezzetto di Salento e lo tirava a lucido.

Grande impegno sociale, ma l’informatica ancora non si vede.

Anche qui, capiamoci: questi progetti hanno avuto bisogno del supporto del web. E i ragazzi hanno messo in pratica le nozioni scolastiche, anche se da nativi digitali sono padroni della materia. Con me hanno affinato il carattere multimediale, hanno conosciuto un impegno pubblico che li rende più consapevoli e sicuri.

Il piatto forte suo però sono le piccole iniziative economiche.

Start up, oggi si chiamano così.

Elenchi.

Nell’istituto abbiamo creato una cooperativa di servizi che copre tutte le diverse attività imprenditoriali dei ragazzi. I nostri alunni hanno la possibilità, se lo desiderano, di immaginare e costruire aziende, un terreno economicamente profittevole.

Sono casi di studio o aziendine vere? Leggi tutto

gentiloniChe spettacolo s’annuncia: il rottamatore che passa la campanella di presidente del Consiglio a mister Camomilla, al secolo Paolo Gentiloni. Dall’urlo al bisbiglio, dalla propaganda al freezer, dalle slide alla penna biro, dalle riforme alla stasi. Il tempo passa in fretta e Matteo Renzi decide di affidare in comodato d’uso il suo governo al proprio opposto, l’amico e mentore Gentiloni. La spiegazione è semplice: “Paolo ha il difetto di apparire senza verve ma il pregio di non tradirti. Se lo decide ti avverte sempre prima e ti spiega perché lo fa”.

IL PREGIO supera di gran lunga il difetto nella breve nota caratteriale che elenca l’amico deputato Michele Anzaldi. Ma da solo Renzi non avrebbe potuto imporlo se il prescelto non avesse avuto ammiratori in tutto il mondo. Papato e Repubblica sono d’accordo. Il presidente Mattarella è felice, il presidente di Mediaset anche di più. Il presidente Massimo D’Alema lo stima, il presidente Fedele Confalonieri gli è amico. Il Papa rammenterà il patto Gentiloni con il quale i cattolici tornarono nel 1913 alla politica. Il sangue blu gli scorre per via della discendenza dal conte Ottorino Gentiloni Silverj, nel cui palazzo oggi dimora.

Gentiloni la pensa sempre nel modo di mezzo, e questa sua capacità di unire un po’ sia la capra che i cavoli, gli consente oggi di essere sul punto di sbarcare a Palazzo Chigi. Ha 62 anni, una moglie, l’architetto Emanuela Mauro, e i capelli d’argento, gli occhiali rettangolari, i vestiti grigi, il loden verde. Ecco, lui è l’uomo del loden. Lo indossa a ottobre e lo ripone in armadio a marzo calato. Quando aveva 18 anni e frequentava il liceo classico aveva invece i capelli lunghi, niente occhiali, e già una passionaccia per la politica. Estrema sinistra, movimento studentesco, poi Pdup. Leader glaciale e rispettato. Non sembra abbia menato botte ma è certo che ha assistito, presumiamo con qualche godimento, alle legnate che cascarono sulla testa di Antonio Tajani, allora monarchico e dunque molto in minoranza al liceo Tasso, scuola di ambedue. Bisogna dire che la lotta per l’unità proletaria non lo ha mai distolto dalla fede. È stato catechista insieme ad Agnese Moro. Di lui si ricorda anche una fuga da casa quando decise di essere a Milano per la commemorazione della strage di Piazza Fontana. Di sinistra, comunista eterodosso, si infiammò per il pensiero di Luciana Castellina e iniziò a collaborare a Guerra e Pace. Di lì a poco (anno 1984) viene traghettato alla direzione di Nuova Ecologia da due compagni, Ermete Realacci e Chicco Testa. Anche se può incuriosire molto, Paolo Gentiloni non ha mai mutato tono, e il suo linguaggio, già felpato per via dei trascorsi familiari, è andato affidandosi e ancor più ingentilendosi con l’incontro con Francesco Rutelli. Di cui è stato portavoce e poi assessore al Turismo e al Giubileo a Roma. Di più: guidò la campagna elettorale di Rutelli a premier nel momento di maggior fulgore di Berlusconi e senza l’appoggio della sinistra di Rifondazione e di Di Pietro la vittoria sfumò per un soffio. Leggi tutto

Sono le dieci del mattino e forse Matteo Renzi non si dimette più. Si dimette? chiede la cassiera alla buvette. Forse sì, forse no. Cielo azzurro, giornata calda, il Senato è il luogo della felicità ritrovata. Accarezza la manovra finanziaria, che il governo gli butta addosso intimando di votarla immediatamente, senza battere ciglio. Sarà l’impressione ma certo i sorrisi si sprecano. Persino Razzi ha ripreso colorito e sta illustrando a un microfono in modo piuttosto serio la propria idea di soluzione della crisi. Ci sono i polsini d’oro di Denis Verdini, uno di quelli che nemmeno col carro attrezzi – viste le turbolenze giudiziarie – vorrà farsi sfrattare da Palazzo Madama, e c’è lei, Maria Elena Boschi. Giunge verso mezzodì in un vestito total black, molto tenebroso e calibrato, per la sua ultima apparizione da ministra: chiederà la fiducia e via. L’ostile Mario Mauro esprime con un baciamano l’addio, alla collega ministra Giannini non toccano uguali riguardi.

I MORITURI ritornati in vita girovagano senza meta ma con serenità perché pure quelli del Pd hanno patìto lo stress renziano. Prendete Angelica Saggese, giovane e volitiva. Ha dovuto fare campagna per il suo suicidio politico. Era una senza speranza. La dea bendata, la cabala e infine il popolo italiano l’hanno restituita alla vita e al seggio. E vogliamo dire due paroline sul volto radioso di Scilipoti? “È come un nuovo inizio”, intona. Si apre o si chiude la legislatura? Alle due del pomeriggio proseguono le consultazioni foniche per appurare le condizioni psicofisiche del presidente del Consiglio. Davanti a un piatto di riso e lenticchie la comunicazione di due senatori pugliesi (area Fitto): “Si dimette e basta”. Alle tre del pomeriggio, quando il Senato ha già salutato la manovra approvandola con 173 Sì, le notizie sullo stato d’animo del premier sono più sconfortanti. Sembra che abbia cacciato la corte fuori dalla sua stanza. “Non mi fido di nessuno più” avrebbe detto. Indaga dentro di sé. “Che fa?” chiede il sottosegretario Vito De Filippo. “Forse lascia anche la politica”. Intorno alle cinque sbuca su Facebook un suo bigliettino d’addio, come fanno gli innamorati delusi o quelli che intendono buttarsi dalla finestra: “Ciao a tutti, Matteo”.

“L’AVETE FATTO scappare voi del Fatto”, dice Rossella Amici, signora settantenne che capeggia la protesta attempata e desolata davanti al Nazareno. “Ora l’Italia senza di lui come fa?”. Un’altra Rossella si fa avanti: “Sono qui per dirgli forte il mio sostegno (purtroppo però mio marito è grillino e non è venuto naturalmente)”. Le signore, qualche maschio anche sopra i settanta, una signorina con cagnolino a guinzaglio. Il gruppo, dal quale i cronisti si attendono qualche monetina stile Craxi al Raphael o in subordine almeno delle parolacce assestate contro gli esponenti della sinistra dem, resiste nelle sue funzioni per qualche decina di minuti. Fischia con discontinuità, infine si slabbra. Allora riprendono le consultazioni foniche. E Renzi dov’è? Nel suo studio: farà un comunicato stringato e senza dibattito. Dirà che si dimette. “Va a Rignano, ci lascia?”, domanda allarmato un membro del gruppo Facebook della protesta. Cioè lascia la politica, saluta tutti e dice ciao? “Ma che stai a di’”, lo corregge un amico.

Da: Il Fatto Quotidiano, 8 dicembre 2016