Certo, l’ammiraglio già affondato fa storia a sé, rientra di diritto nel meglio che lo spassoso teatro della politica potesse offrire a noi spettatori. Come la sposa sull’altare, Rinaldo Veri, stratega militare già in forza alla Nato, si è ricordato di essere consigliere comunale nella sua Ortona per un partito diverso dai 5stelle un minuto dopo aver annunciato la sua candidatura al Parlamento con i 5stelle. Il fantastico dietrofront allunga la sfortunata casistica di quella che a Roma si chiama pischellaggine, forma mediana tra ingenuità e incapacità di cui Luigi Di Maio sembrerebbe portatore sano.

Bisogna pure annotare, tra le bizzarrie, che a Firenze, contrapposto a Renzi, viene schierato l’avvocato Nicola Cecchi, fino a un anno fa non solo del Pd ma sostenitore determinato e pubblico del Sì al referendum costituzionale renziano: “Sono stufo del no, del niet, del non si può fare”, scriveva il nostro.

Eppure i naïf a Cinquestelle hanno fatto un lavoro di scavo nella società civile più accurato dei loro competitori. E la partita tra dilettanti e professionisti, tra urlatori e competenti, sembra incredibilmente a favore dei primi. Leggi tutto

Trova le differenze. Quali sono, per esempio, quelle tra Potere al popolo ed Emma Bonino? Facile: i primi sono rivoluzionari e di sinistra, la seconda è leader di un movimento radicale e liberale. I primi non si sono coalizzati, la seconda invece ha scelto di allearsi col Pd. I primi sono quasi sconosciuti, senza radicamento sociale se non in alcuni settori, modesti, della società; la seconda è tra i volti più popolari d’Italia, apprezzata per le sue battaglie civili e politiche. Non parliamo poi delle differenze dei nostri concittadini militanti comunisti con Beatrice Lorenzin, ministra della Salute e condottiera del Fiore petaloso, il simbolo di Civica Popolare, il nuovo raggruppamento, moderato ed equilibrato che tiene legato ai valori centristi il carro del Pd. Inutile poi illustrare quelle tra i compagni rivoluzionari e Denis Verdini, leader di Ala, o Roberto Formigoni e Maurizio Lupi, di Alternativa Popolare, eccetera eccetera.

L’ultima delle differenze che separa Potere al popolo con tutti gli altri candidati è però la più rilevante: i primi hanno raccolto le firme per presentare la propria lista e gli altri no. “Un numero mostruoso” disse la Bonino denunciando l’inghippo antidemocratico che avrebbe costretto lei a non essere presente sulla scheda elettorale. “Addirittura ora servono il doppio delle firme rispetto alle scorse elezioni, fissate a 25mila”. Fu scandalo nazionale e grazie alla generosità di Bruno Tabacci, democristiano altruista e detentore di un simbolo in Parlamento che lo autorizzava all’esenzione della raccolta, la nostra eccellente, popolarissima Emma, e con lei esponenti di ogni altra risma politica, sono oggi presenti sulle schede elettorali al pari di Potere al popolo che ha dovuto trovare 52mila sottoscrittori, e autenticare con un notaio, collegio per collegio, l’identità di ciascuno di essi.

Potere al popolo è riuscito dunque dove altri non hanno nemmeno immaginato di tentare.

In questa orrida democrazia del clic rendiamo onore al potere della passione, della militanza, della suola della scarpa.

da: ilfattoquotidiano.it

Chi non conosce Barbara D’Urso? Il suo salotto televisivo è così ambito che non c’è personaggio o personalità da rifiutare l’intervista e spiegare agli italiani, per il suo tramite, il valore della propria esperienza, le capacità, i successi che ha conquistato, le promesse che si sente di offrire, le idee che ha in testa. Merito della D’Urso logicamente. La quale riesce sempre a ottenere ciò che ogni bravo giornalista vorrebbe rubare all’intervistato: la verità. Anche a costo di farlo lacrimare.

Nella foto che ha pubblicato un frequentatore professionista di twitter, l’ottimo @menesbatto, si evince come la postura dell’interrogante, la posizione cioè del corpo umano nello spazio e le relative relazioni tra i suoi segmenti corporei, assuma un ruolo decisivo nello svolgimento del colloquio con tre illustri politici (Berlusconi, Renzi e Di Battista) costretti a dire tutta la verità e solo la verità.

Sentiamo di escludere una più facile ma rozza interpretazione sulla via geometrica al giornalismo (l’angolo di inclinazione eccetera), ma di segnalare come sia decisamente performante il giornalismo posturale, schiena sempre dritta come potete vedere. La prossemica, che è una scienza, studia la comunicazione non verbale. E il combinato disposto determina il successo di chi domanda e il piacere di rispondere di chi governa o governerà.

da: ilfattoquotidiano.it

Ciascuno di noi porta dentro di sé un po’ di quel che è Roberto Giachetti, il deputato non deputato del Pd, il maggiorente non maggiorente, il liberal no liberal. Al mattino lui, quando si sveglia, vuole essere come si è ripromesso prima di prendere sonno: generoso, tignoso, appassionato, disinteressato. E anche radicale, nel suo significato più denso e profondo, cioè rivoluzionario e aperto al mutamento dei costumi. E anche liberale, nel suo significato più denso e profondo, cioè rigoroso nel dare valore e identità all’individuo, alle sue scelte, ai suoi meriti.

Siamo tutti un po’ Giachetti al mattino. Anche burberi, istintivi, qualche volta lunatici però buoni come il pane, e seri che di più non si può. E sinceri: diciamo la verità. Così siamo: prendere o lasciare.

Poi viene la sera. E’ il buio che frega Giachetti e frega un po’ anche noi. Perché la luce che si appanna, fino a spegnersi, consuma tutta la nostra virtù. Inizia la vita parallela della nostra coscienza: un pizzico più bugiarda, appena un po’ più stronza, quel tantinello ossequiosa perché puoi mai sapere cosa ti accade? E legata anche al dettaglio materiale della nostra esistenza: alla fin fine i soldi servono e serve un impiego.

A sera e di malavoglia siamo di nuovo tornati Giachetti nella versione uno: paraculo come pochi.

da: ilfattoquotidiano.it

Non è un candidato ma un paracadutato. Il paracadute è il nuovo simbolo della classe dirigente: più si è in alto nella gerarchia del potere più si aprono ombrelli di riparo affinché nessuno dei maggiorenti risulti escluso dall’elezione, fatto fuori dai giochi. Non c’è un leader finora, di nessun partito, che abbia rinunciato alla doppia candidatura, con numerosi e spassosi fenomeni di triple e quadruple esposizioni al voto finto, alla scelta che non sceglie, all’elettore che non elegge, alla conta che non conta un bel niente essendo vietata la scelta. Al massimo è concesso di votare il partito (ma con le coalizioni anche i simboli sono di carta velina). Pacchetti chiusi, prendere o lasciare. Il paracadute è dunque il nuovo vero vitalizio della politica: l’iscrizione in uno o più listini proporzionali produce – ope legis – l’elezione. Sul giornale leggete ogni mattina le cronache marziane di leader nascosti ovunque, trasferiti da Nord a Sud, celati alla vista: meno si sa e meglio è. Congiunti di forza al candidato del maggioritario, lui solo – spesso peone – a giocarsi il tutto per tutto.

Nella perfidia del Rosatellum, che promette di non far vincere nessuno, c’è anche l’odioso inganno, lo ripetiamo, di far credere libero un voto obbligato, chiedere alla gente di contare senza che la conta esista, di scegliere senza poter scegliere. In questo la nuova legge elettorale supera perfino il grado di iniquità promossa dal Porcellum che almeno nel nome mostrava il suo vero volto.

Ancora qualche ora ci separa dalla chiusura delle liste, ancora qualche ombrello da aprire, qualche altro da chiudere per il mondo nuovo che verrà. Deputati mai, solo paracadutati.

Da: Il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2018  

Gli invisibili che il 4 marzo non andranno a votare. Ecco alcune delle loro voci.

PAOLO ARCURI Operaio Io e mia moglie da soli: costretti a fare la valigia

Ero operaio edile fino a poco tempo fa, fino a quando l’artrite reumatoide mi ha colpito alle mani, lasciandomi disoccupato. Devo ringraziare mia moglie che da quaggiù, io vivo in Calabria, in provincia di Catanzaro, ha accettato il lavoro in Friuli, da precaria della scuola. Si è portata la figlia più grande, mentre io accudisco la piccola. Quali speranze ho? Cosa immagina per me la politica? Non c’è nessuno che si accorga di te, delle tue difficoltà. Chi governa ha perso anche in questi luoghi, anzi specialmente in questi, ogni relazione con la vita, le sue esigenze, la sua pratica quotidiana. La politica ha desertificato i paesi, umiliato il lavoro, distrutto l’ambiente. La sinistra non si unisce e si comporta come la destra, non è vicina ai cittadini, non discute più, non crede nella mutualità, nella solidarietà. E io che ho quella idea in testa, quella bandiera in testa cosa posso fare se non astenermi?

MARINELLA TEDESCHI Funzionario pubblico Non ci è rimasto neanche Davide contro Golia

Non è la prima volta che mi succede. Altre volte ho rinunciato a scegliere e a “contare”. Che verbo truffaldino! Non contiamo, questa è la verità. Non contiamo nulla. Vivo al Sud e so che il voto di preferenza era dominato dai soliti noti. Ma almeno c’era la possibilità di sfidarli, di sostenere Davide contro Golia, si poteva almeno tentare di far deviare i voti sul candidato degno. Hanno negato persino quella modestissima concessione, il potere ha scelto di esprimere brutalmente il suo dominio. E allora io non voto, non faccio finta di scegliere. Grazie, ma ho già dato.

GIOVANNI PETRONIO Disoccupato Che ingenuo, sognavo la sinistra (ma non c’è)

Provo un senso di disgusto. Un potere così aggressivo, intimamente corrotto e distante dalla società non s’era mai visto prima. Sarò un ingenuo, perciò ho fatto cose da ingenui. L’anno scorso ho preso la tessera del Pd, pentendomene subito dopo. Io credo che questo partito, per poter rinascere, abbia bisogno di perdere e tanto. Solo una debacle totale potrà imporgli la necessità di una pulizia da cima a fon- do. Il Pd deve ritrovare l’importanza del gruppo, l’idea che il noi è meglio dell’io, anzi il noi è il nemico giurato d e l l’uomo solo al comando. Mi astengo perché non so chi scegliere. I Cinquestelle hanno debolezze strutturali, si comportano come un’e n ti t à chiusa, insondabile. Berlusconi è mummificato ormai, però dà l’impressione dell’usato sicuro. Mia nonna diceva che il potere, con la Costituzione, era stato dato al popolo e che bisognasse sempre votare comunista. Quel simbolo non c’è più, io lascio.

SILVIA SCAPELLATO Imprenditrice agricola Ci vorrebbe un Churchill, noi siamo asserviti

Parto da una considerazione che ho fatto dopo aver visto il film L’ora più buia. La fierezza e la dignità di un uomo come Churchill e del popolo inglese nel rifiutare ogni tipo di accordo con Hitler. Churchill che definisce Mussolini un lacchè. Ecco. Noi italiani siamo asserviti. Ho votato di tutto, dai radicali al partito dei pensionati, alla Rete di Claudio Fava – ve la ricordate? – e pure i grillini. Mi sono dovuta ricredere anche su loro, hanno mostrato poco spessore culturale e istituzionale. Roma credo lo dimostri ampiamente. Il quadro odierno è disarmante, l’Italia sembra un Paese da chiudere. Forse perché non abbiamo avuto una Rivoluzione ma solo la Resistenza. È un Paese che abbindoli con poco e la politica l’ha capito. Non c’è un’idea, una speranza. Io non voto.

LUIGI MANNINI Web content Un cenacolo di filosofi lontano dalle persone

Sono un precario a partita Iva. Credo che la sinistra sia definitivamente tramontata e questo disastro lo vivo con un’angoscia particolare. Possibile che Liberi e Uguali dopo aver fatto tutto quel bordello contro Renzi oggi parli di una possibile apertura e di una futura alleanza di governo? La politica non è una questione di simpatia personale, di invidia e di ripicche, io l’ho sempre intesa come comune senso della vita che lega me a te e a quell’altro. Così si forma un’idea e da quell’idea nasce un popolo. Ora invece vedo che la destra è molto radicata nei quartieri popolari, la sinistra pare soltanto un cenacolo di filosofi. Avevo immaginato di dare il mio voto a Potere al popolo, ma nemmeno loro mi convincono.

IPPOLITA LUZZO Blogger È solo un mercato, per questo resistiamo Leggi tutto

La legge elettorale è così perfida e ingannevole da far apparire il Porcellum almeno sincero. Era una legge sporca fin dal nome. Il Rosatellum all’apparenza sembra aperto alla rappresentazione politica della società dosando proporzionale e maggioritario, nei fatti realizza un mercato delle vacche ancora più indegno del precedente. Liste non solo bloccate, potere assoluto ai capi partito e in più la certezza che una maggioranza non ci sarà.
E allora è il caso di stare a sentire il consiglio del costituzionalista Michele Ainis, che su Repubblica qualche giorno fa suggeriva un modo per tentare di ribellarsi al Rosatellum: votare solo per quei candidati al maggioritario senza altro paracadute al proporzionale. Lo so che la scelta sarebbe difficile e so che la legge, avendo imposto il voto congiunto , utilizzerebbe il nostro voto, ugualmente per legare al carro della nostra protesta il listino dei maggiorenti candidati al proporzionale. Ma se fossimo in parecchi a condividere questa scelta, costringeremmo almeno all’imbarazzo i tanti leader di carta che cercano la rielezione senza avere i voti. Cioè truffandoci. Oggi l’esponente pd Roberto Giachetti ha annunciato che rinuncerà al paracadute proporzionale. E’ una notizia bella, e sarebbe un esempio da seguire.
Facciamo perciò lo scherzetto al Rosatellum: scegliamo di votare il candidato del nostro partito che si mostri leale nei nostri confronti, che ama la politica e rischia l’elezione, si obbliga alla fatica di convincerci e mette nel conto che in democrazia si può anche perdere.

da: ilfattoquotidiano.it

Il treno non è solo un vettore, ma un connettore di comunità. È il mezzo di trasporto più popolare e più sicuro. Dove passa il treno c’è vita. Il treno ha cucito l’Italia, l’ha resa unita fino a quando non si è deciso che le rotaie andavano mandate al macero.

Sono oggi più di ottomila i chilometri di binari morti, ferrovie corrose dalla ruggine, stazioni abbandonate ai cani randagi, lasciate alla rovina. E migliaia i chilometri di strade ferrate dove la manutenzione giunge col contagocce nell’idea – forsennata e perdente – che l’Italia debba viaggiare solo su gomma.

Cosicché si è scelta l’alta velocità come unico investimento possibile, naturalmente nei collegamenti tra le città maggiori e a un costo da vip, lasciando al sussidio regionale le migliaia di chilometri che servono i cittadini che ogni giorno devono spostarsi. Treni e binari hanno iniziato a perire sotto il peso del più completo disinteresse. C’è un’Italia perduta, abbandonata dagli occhi e dall’attenzione dei tanti che hanno governato, alla quale prima di ogni altra cosa è stato tolto il treno. Restano i binari, arrugginiti e oramai vinti dalle sterpaglie, a illustrare il tempo che è.

da: ilfattoquotidiano.it

PIETRANGELO BUTTAFUOCO E ANTONELLO CAPORALE inviati a Pescara

Dietro l’acqua, sopra l’acqua, sotto l’acqua. Il mare di Pescara è di cemento. È piattaforma di costruzioni, luogo di negoziazioni, ampliamenti e riconversioni. È il centro di gravità permanente degli interessi dei maggiorenti. Uno tra tutti: Giuliano Milia.

AVVOCATO, anzi principe del foro di Pescara, legale di altissime doti tecniche, ha un amore inconfessabile per il mattone. Nove società familiari, scrive la Squadra mobile in un rapporto, e il meglio delle relazioni. Fortunatissimo perché tra le altre cose, Pescara ha un valore aggiunto giudiziario di tutto rispetto. Chi la guida, anzi la domina, cioè Luciano D’Alfonso, è quasi annegato nelle carte processuali, e i suoi processi, 25 capi d’imputazione azzerati grazie alla scienza di Milia, il suo avvocato, li porta in processione come se fossero santini: “Oramai ho l’immunità giudiziaria”. E l’avvocato nel tempo libero si dà da fare. L’Ikea ha costruito su suoi terreni, ottimo affare. E c’era la sua penna, il suo fiuto, nel centro commerciale Megalò 3, e sempre lui, cioè la sua famiglia, nel più grande progetto di risistemazione del waterfront. Area esondabile e rischiosa, dice la legge. Invece no. Cavillo dopo cavillo, il parco pubblico immaginato nell’area dismessa ex Edison diviene luogo d’alberghi, poi di uffici, infine – forse – di case. Deroga su deroga su deroga. E sempre in nome del diritto. L’avvocato Milia è quello del comma 271, un emendamento approntato dal Parlamento che, casualmente, sottrae alla pianificazione urbanistica di Pescara quell’area. Corsi, ricorsi. Tar, Consiglio di Stato.

DOVE C’È MILIA o c’è un uomo inguaiato, un perseguitato dalla giustizia a cui preme la salvezza dell’anima, oppure un buon affare. E Milia difende i potenti, ora il sindaco di Pescara, quando D’Alfonso lo era, ora quello di Chieti, ora il capostipite della più grande industria, naturalmente di costruzioni, che abbia l’Abruzzo, quella di Carlo Toto.

Pescara è città carnivora e gaudente: con i soldi ci va a letto tanto da essere stata segnalata qualche anno fa come la regina degli assegni a vuoto. Esibizionista, vitale, ottimista, anche fanfarona, capricciosa, furbetta, pasticciona. Un’atea devota. Ex grande contea del Pd, oggi ammaccata dalla resurrezione berlusconiana e della forza propulsiva grillina, propone a Matteo Renzi la candidatura del suo nobile padre D’Alfonso. Candidatura che ha una condizione e un limite, come il governatore ha specificato con gli amici: “Vado a Roma solo se mi fanno fare il ministro o il vice”. D’Alfonso, il vice unto del Signore.

Da: Il Fatto Quotidiano, 25 gennaio 2018    

PIETRANGELO BUTTAFUOCO E ANTONELLO CAPORALE inviati a Pescara

Carlo Toto è il talpone scavatore d’Italia. Si dice che sia in possesso dell’unica perforatrice in grado di inghiottire la roccia come si fa con un bignè al mattino al bar. Piantato come una quercia contadina, è la sentinella d’Abruzzo: chi vuole andarci per terra deve passare da lui e pagare. Ha infatti in concessione l’autostrada dei Parchi ed è appaltatore (Toto Costruzioni) di grandi opere. Era anche aviatore fino a quando la sua AirOne non è stata ceduta ad Alitalia.

Per venire da lei qui a Chieti abbiamo dovuto pagare 21,70 euro di pedaggio. Per tornare a Roma altrettanti ce ne vorranno. Aumento delle tariffe del 12,89 per cento. Lei è esoso come nessuno.

Faccio la figura del cattivo, di chi non si sazia mai. Devo ringraziare il governo per questo bel regalo. Io ho vinto una concessione, nella quale c’era scritto cosa avrei fatto io e cosa lo Stato. Nero su bianco l’aumento annuale previsto. Invece sa che è successo? Che per tre anni il contratto non è stato rispettato. Sono dovuto andare dal giudice per avere ragione. E ora tutti vengono a chiedere conto a me?

Lei pensa che non sia il minimo chiedere conto di questo eccesso?

Per ogni 10 euro che l’autostrada incassa come pedaggio, più di 5 vanno allo Stato, meno di 5 a me. Ma io devo far fronte con quella cifra a tutti gli investimenti.

Lei non si sazia mai. Ha avuto l’autostrada…

Mica l’ho avuta gratis. Ho vinto una gara pubblica, scusi se è poco. Leggi tutto