Scusate, ci eravamo sbagliati. La Tav Torino-Lione non è più l’anello strategico mancante all’Europa, non trasporterà più i quindici milioni di tonnellate di merci su ferro previsti per il 2035. Le previsioni erano un tantino gonfiate vero, ma immaginate “in assoluta buona fede”. C’è stata la crisi economica – e chi mai la poteva prevedere? – e insomma, dovremmo ripensare, rivalutare, ridefinire il progetto. Leggere il documento dell’Osservatorio della Presidenza del Consiglio sulla montagna di balle che ha permesso lo spreco della montagna di soldi destinati a bucare le montagne piemontesi è assai istruttivo. Definisce in modo inconfutabile l’estremismo dei cosiddetti moderati e la ragionevolezza, il buon senso di chi si opponeva, con le armi della verità, a un’opera inutile, costosa e, come si vede, del tutto fuori tempo e fuori luogo.

“Ce lo chiede l’Europa”. Ricordate il leit motiv col quale vari ministri facinorosi, di centrodestra e di centrosinistra, hanno confermato oltre ogni ragionevole dubbio la necessità di fare e basta, in nome della modernità. E adesso? Adesso si va avanti, nella certezza che l’opera è sì inutile e costosa ma va portata a termine. Faremo dopo – tra qualche anno – il conto dello spreco. Di quel che si è tolto dalle tasche di coloro che forse avrebbero avuto diritto a qualche soldo e di ciò che si è messo nelle tasche di coloro che non lo meritavano. Del resto è questo l’abc del buongoverno.

da: ilfattoquotidiano.it

L’odio da sentimento è divenuto mestiere. E si ringhia piuttosto spesso e anche per futili motivi. Nella contumelia ritroviamo lo spirito del tempo. Cosicché far ridere, o soltanto sorridere, pare come un fuor d’opera. Emilio Giannelli è il capo dei vignettisti british, il suo lapis è appuntito ma non avvelenato. Si erge, ogni giorno, a ermeneuta del fatto più rilevante che il Corriere della Sera sceglie per i suoi lettori. “La vignetta si guasta se si bagna nel rancore. Mi faccio bastare le parole del soggetto da proporre. Sono le sue parole che divengono perfette per la caricatura. Gli faccio la barba col suo stesso pennello”.

Sono nati gli odiatori, nessuno più ha voglia di sorridere.

Vero, siamo divenuti noi satirici un’enclave nella narrazione quotidiana della realtà. Ma sa, la forza dell’abitudine e anche un qualche riscontro di pubblico ancora lo conserviamo.

Giannelli, Altan, Vauro, Ellekappa, Forattini, Disegni. Fare ridere (e fare pensare) è un’esclusiva dell’età matura?

Ha trovato il modo di farmi dire che ho 82 anni e che questo mestiere non l’ho scelto, si è impossessato di me. Come sa lavoravo, felicemente, all’ufficio legale di Monte dei Paschi.

Da buon senese…

Da buon senese. Ed è vero che in qualche modo anche nel mirabile mondo dei dissacratori c’è la tendenza a conservare la seggiola invece che far posto ai giovani talenti. Un po’ siamo noi i colpevoli, mia moglie ancora mi ripete che senza il lapis sarei un uomo finito. Un po’ sono gli editori e i direttori dei giornali. La maturità coincide con la morigeratezza. E poi il nome fa tanto: sposta l’attenzione, nel caso la vignetta provochi casino, dalla testata all’autore. Il fattaccio ipotetico è figlio del tizio che disegna non del giornale che lo ospita. Terzo: i giovanotti dovrebbero avere più forza nel proporsi, più coraggio nell’associarsi ed editare fogli satirici. Lo so che non è semplice, ma un’altra strada non c’è.

Una vignetta di Giannelli odora sempre di Novecento. I suoi personaggi li veste e li fa viaggiare come se si fosse al tempo del boom economico. I meravigliosi anni Sessanta.

Sono vintage. D’altronde l’anagrafe parla chiaro. Leggi tutto

Come ogni giorno un robot sforna questa rubrica. Non ha bisogno del pane, non mangia lui. Nè si veste, né va al cinema. Non ha bisogno dell’energia: il sole gli basta. Il robot è puntuale e seleziona automaticamente le notizie più accattivanti o incresciose. Un modo per catturare il vostro interesse. Ma voi, che vivete nella libertà infinita di internet, avete modo di scegliere e valutare: se vi piace, mettete un like. Se vi coinvolge il tema della rubrica, commentate anche. Altrimenti lasciate perdere. Ci sarà un’altra rubrica più gradevole, interessante, coinvolgente, puntuale, equilibrata. Nell’infinita libertà di internet, se non avete tempo o solo voglia di leggere (la lettura impone pur sempre un po’ di attenzione e a volte stanca), potete dilettarvi a guardare video, di ogni misura e tema. Video girati da altrettanti robot in zone di guerra, in zone di mafia, oppure in giro per la città. Informazione puntuale sul mondo. Nel caso siate disimpegnati potete sempre godere dei migliori post che ciascuno di voi, autonomamente e con grande piacere, sforna al mattino. Il concittadino internauta vi informerà dei fatti più salienti della vostra città o regione, della squadra del cuore, di moda o spettacolo. Internet è bello anche perché la realtà la si può raccontare autonomamente e ciascuno ha la propria narrazione, esatta concludente e disinteressata, da offrire. E quando la realtà non si cura di essere coincidente con le vostre opinioni, c’è sempre photoshop a darvi l’aiutino dell’ultimo miglio. Cosicché una prima rivoluzione è stata compiuta: se si va dal salumiere si paga il prosciutto, e se l’auto fa le bizze il meccanico presenta il conto. Anche il medico, persino l’elettricista, il tubista, non parliamo della tronista! Per informarsi invece basta un clic. Paga Pantalone!

Ps. Solo la pubblicità è gratis.

da: ilfattoquotidiano.it

Questa è la storia di quaranta maschi neri e di una donna bianca, una storia di sfruttamento. Loro sono facchini e lei è il caporale che li costringe per mesi a lavorare a nero, promettendogli ogni settimana un contratto che non arriva mai. Loro si spezzano la schiena per dieci e anche dodici ore al giorno, “Non tutte pagate, certe sì, certe no”, caricando e scaricando “colli” giorno e notte dai camion al magazzino della Gls di Piacenza e dal magazzino ai camion: ante di armadi, poltrone, robot da cucina da smistare ai negozi e ai centri commerciali. Hanno tutti tra i 20 e 28 anni, lavorano a nero per una cooperativa “falsa”, quelle dove i soci lavoratori sono in realtà lavoratori sfruttati dal caporale che li chiama per fare il lavoro che i facchini più anziani, i quarantenni assunti con i contratto della logistica, non sanno fare più perché hanno le ossa spezzate. Sono i compagni di Abd El Salam, il facchino ucciso il 14 settembre del 2016 durante un picchetto ai cancelli della Gls, mentre tentava di bloccare le merci in uscita dal magazzino. Picchettava con gli altri perché Gls non rispettava gli accordi che aveva sottoscritto promettendo di stabilizzare i precari. Abd El Salam aveva il contratto a tempo indeterminato, ma lottava con gli altri perché, come ripetono i suoi colleghi: “Tocchi uno, tocchi tutti”.

A DENUNCIARE non sono in quaranta ma 29, perché qualcuno occorre che nel processo faccia il testimone e qualcun altro è andato via, a inseguire da qualche altra parte un contratto regolare, per non perdere il permesso di soggiorno. Quelli che hanno denunciato sono stati sbattuti fuori. Sono arrivati in Italia sui gommoni fuggendo dalla guerra, dalla fame e dalle torture e per questo sanno distinguere i perseguitati dai loro aguzzini: “Continueremo a fermare i camion delle merci con i nostri corpi, fino a quando non ci metteranno in regola. Non abbiamo paura dei padroni, ma non picchiamo i crumiri che vengono assunti a chiamata quando noi picchettiamo, perché non sono loro i nostri nemici di classe, loro sono vittime del ricatto del padrone”. Per mesi hanno vissuto tra l’incudine e il martello. L’incudine era denunciare e ritrovarsi l’Agenzia delle entrate a chiedere le tasse non versate: “Farlo nella speranza però di ottenere giustizia, prima o poi, di ottenere il contratto”, sempre che nel frattempo la cooperativa non fallisca (“Non venga fatta fallire”, dice Roberto Montanari, dell’Unione Sindacale di Base) e i lavoratori non si ritrovino peggio di prima, “con l’azienda che non ha mai versato i contributi per la loro pensione e le tasse da pagare per i mesi lavorati a nero”. Il martello è non denunciare e perdere il permesso di soggiorno, il diritto di restare nella Repubblica fondata sul lavoro, un diritto riconosciuto solo allo straniero che ha un lavoro e non a quello costretto da un italiano a lavorare a nero. Così aspettano a denunciare, con “lei” che promette che il contratto arriverà presto. Ora che si sono decisi, hanno portato in questura gli audio delle telefonate. Partono le indagini, per questo non posso fare il nome di “lei”, ma faccio la cosa che sempre vorrei fare quando racconto le storie dei lavoratori che lottano per i loro diritti: scrivere il loro nome e cognome. Non vogliono quasi mai, o non possono. Temono ritorsioni, o si vergognano di quello che hanno subito. Lenghane Adive, 24 anni, dal Burkina Faso. Coulibaly Souleymane, 26 anni, dalla Costa d’Avorio. Coulibaly Assamado, 23 anni, dalla Costa d’Avorio. C. Bansé Ousmane, 27 anni, dal Burkina Faso. Kabore Ibrahim, 25 anni, dal Burkina Faso. Coulibaly Alassane, 27 anni, dal Mali. Dialla Mamadou Hassimiou, 33 anni, dalla Guinea. Diakite Saydou, 22 anni, dal Mali. Loro sono orgogliosi del proprio nome e cognome scritto sul giornale italiano e lotteranno per vederlo scritto sul contratto che gli spetta.

Da: Il Fatto Quotidiano, 25 febbraio 2018

Nel Palazzo la sinistra si ammoscia, nel Paese si mimetizza, nelle piazze prende vergogna, o si perde in punte disperate: per esempio Antonio Gramsci ridotto a scenografia di un comizio di Pierferdinando (Pierfurby) Casini. Nessuno ci pensa ma cinque ragazzi, trentenni e bolognesi, hanno promosso il ravvedimento operoso almeno delle note, aperto la strada al socialismo musicale e ridato dignità e popolarità a una coppia di parole che oggi vive nella sfortuna: Lo Stato Sociale. “Diciamo sempre la stessa cosa: occupiamo un luogo che altri hanno lasciato sguarnito. Quando abbiamo dovuto pensare a un nome, ci siamo chiesti: cosa manca all’Italia? Lo Stato Sociale! Allora cazzo ci siamo noi”.

SORRIDENTI, estrosi, teatrali e soprattutto intonati. Albi, Checcho, Bobo, Lodo e Carota, tutti nati tra l’84 e l’86, con le idee ben piantate in testa, hanno dato vita alla sinistra canterina, facendo a brandelli ogni clichè. Da veri transformers producono l’arte tra evoluzioni buffonesche, alcune bambinesche, illuminate memorie marxiste e sentimentalismi pop. A Sanremo sono stati travolgenti con quella vita in vacanza, la vecchia che balla eccetera eccetera e adesso raccolgono i frutti. Milioni di visualizzazioni su youtube, fanciulle stregate, sarabanda di incontri per il firma copie, lo strumento del proselitismo. “Vedi oggi? Siamo a Pescara, novanta minuti di ritardo a causa di un treno pigro. Salgono a gruppi, noi cantiamo tre canzoni, poi le firme, poi i selfies, poi l’altro gruppo, altre tre canzoni…”. Cento alla volta, per cinque volte e quasi tutti i giorni e quasi in tutta Italia. Leggi tutto

Emma Bonino non ha bisogno di presentazioni. E’ certamente la personalità politica che vanta più credenziali in Europa e il suo cursus honorum è così ricco che per trascriverlo ci vorrebbe un libro intero. E’ una donna coraggiosa e conosce la fatica di portare avanti le idee in cui crede anche frequentando i marciapiedi, scarpinando di piazza in piazza. Bonino ha perciò chiesto il voto ai giovani, il gruppo sociale che meno coglie il piacere di impegnarsi politicamente, un atto di coraggio e di ottimismo. Non disertate le urne, cercate il meglio che c’è nella scheda elettorale e votate, guardate al futuro con la schiena dritta e le idee chiare, fate conto sul vostro talento e sulla vostra passione. Tutto giusto. Senonché un giovane, interpellato, potrebbe rivoltare la frittata e chiedere alla Bonino: e tu Emma, perché in queste elezioni ti sei impigrita proprio come noi, e non hai guardato al futuro con fiducia e ottimismo? Perché hai scelto di realizzare una lista civetta del Pd, che non è nella tradizione radicale, invece che, con ottimismo, chiedere la fiducia e raccogliere le firme necessarie? In questo modo togli a Renzi quel che è di Renzi. Ti sei fatta assegnare una quota di seggi sicuri nel Pd e ora gareggi, per il proporzionale, con la tua lista che se – come ti auguro – supererà il tre per cento raccoglierà altri eletti ma fregherà il Pd. Potevi scegliere di allearti lo stesso col centrosinistra ma rifiutare l’aiutino (e la furbata).

Dunque. Emma: perché chiedi agli altri il coraggio che a te è mancato? Scarpinavi sui marciapiedi, oggi ti ritrovo seduta sul sofà (televisivo).

da: ilfattoquotidiano.it

Ci sono cinque contribuenti davanti a noi. Il primo è un signore molto agiato, fa il notaio, ha appartamenti in città, al mare e in montagna. Dichiara un milione di euro. Il secondo, medico ospedaliero con studio privato, giunge a 100mila euro. Il terzo, operaio edile, dichiara ventimila euro l’anno. Poi un quarto, consulente con partita iva, non riesce ancora a superare gli ottomila. Il quinto signore è pensionato e arriva, con l’indennità di vecchiaia, arranca intorno a seimila euro annui. I nullatenenti e i nullafacenti, disoccupati da una vita, neanche hanno bisogno di essere inquadrati. Semplicemente non esistono.

Il centrodestra ha pensato di proporre una rivoluzionaria ricetta: si chiama flat tax. Se pagheremo meno, pagheremo tutti. Ciò che si risparmia in tasse sarà investito nell’economia reale. E la ruota finalmente girerà anche per gli sfortunati. Imponibile per tutti alla soglia minima dell’Irpef (23%). Cosicché il notaio, che sta benone, riuscirà a risparmiare 200mila euro l’anno. Il medico ospedaliero che s’aiuta con l’attività privata, si ritroverà con 15 mila euro in più. Scendendo col reddito, il risparmio si spegne. L’impiegato di fascia alta avrà un profitto pari a soli 760 euro. Poi un bel quadro di esclusi. All’operaio edile zero carbonella. Non parliamo del giovane consulente a partita iva o del pensionato. Niente di niente. I disoccupati non sono presi in considerazione.

Ma sia Salvini che Berlusconi assicurano al cento per cento che con questa rivoluzione fiscale si centrerà l’obiettivo di rendere più ricchi i più poveri. E noi ci crediamo pure!

da: ilfattoquotidiano.it

 

Tutto torna. Anche l’anima di Vittorio Sbardella, in arte lo Squalo o – per i puristi – Pompeo Magno. Gli anni Ottanta li ha trascorsi a mangiarsi Roma a mezzadria con Paris Dell’Unto, socialista, er Roscio per gli amici. È domenica, la pioggia è fastidiosa, la location è tres chic: collina Fleming, maxi-gazebo con vista. Pietro Sbardella, figlio di Vittorio, dunque Squaletto, ci chiama a raccolta. Serve l’ultimo sforzo per l’ultimo miglio: dobbiamo condurlo al consiglio regionale del Lazio per il centrodestra (“Noi con l’Italia) dove nel recente passato ha dato prova di impegno. Pietro non ha le manone del suo papà e neanche le mascelle quadrate. Non fuma il sigaro, non è stato boxeur. Smilzo, timido, con gli occhialini.

“Non ho capito perché dobbiamo parlare di papà se me ne sono vergognato, anzi stravedevo per lui. Ho incollato i manifesti, ho iniziato a far politica da giovanissimo, non mi ha mai incoraggiato ma mai ha detto una parola contro”.

C’è mamma Nuccia, che negli anni d’oro ha movimentato i conti correnti familiari con la sua Promo Group, attività di relazioni pubbliche, e incentivato il portafogli dell’impresa di assicurazioni.

“Sa che mi dicono? Ci fosse ancora suo marito! Vittorio è rimpianto perché in qualche modo ha fatto sempre del bene, ha aiutato tanta gente, è stato sempre a disposizione”

Pietro: “Mamma, la storia la fanno i vincitori”.

Nuccia: “Tutte le cattiverie sul suo conto mi hanno fatto male, ma la politica è crudele: ora sei sullo scranno ora sei per terra. Vittorio se n’è andato da tanto tempo, e io ormai ho perso interesse. Sono qua solo perché c’è Pietro”.

Pietro: “Non ho mai avuto problemi per il mio cognome. In genere mi scambiano per il figlio dell’ex arbitro di calcio Sbardella, che qui a Roma è molto conosciuto. Di papà, nessuno dice niente”.

Maria Antonietta, sorella di Pietro: “Mai interessata a queste cose, bastava uno in famiglia. Con mio fratello sono due”. Leggi tutto

Nella Lucania di Rocco Scotellaro ogni vizio si fa virtù. La vita scorre lenta, le soddisfazioni sono rare, la noia è sempre in agguato cosicché quest’anno i latifondisti del potere locale (famiglia Pittella da una parte, berlusconiani dall’a ltra) hanno scelto di provare a sperimentare la proprietà commutativa. Se cambi l’ordine dei fattori il risultato resta immutato. La campagna elettorale, spassosissima già di suo, ha preso nuovo brio e vigore con l’entrata in campo dei contendenti. Il centrosinistra schiera infatti Guido Viceconte, già pluri-sottosegretario di Berlusconi. Il centrodestra gli risponde con l’imprenditore Nicola Benedetto, tra i più ricchi di Basilicata, che qualche anno fa voleva fare il presidente della Regione col centrosinistra. Scambisti, scambiati, naturalmente ubiqui.

Viceconte: Guardi, sto riscoprendo la bellezza della campagna elettorale. Lei mi deve credere, sto andando una favola.

Benedetto: Sarei stato disposto a candidarmi anche col centrosinistra perché ho le idee chiare e sono un uomo del fare. Centoquaranta dipendenti nell’azienda di profilati d’alluminio e un magnifico albergo a Matera, nel quale se vorrà lei sarà mio ospite.

Viceconte: Non ho sentito uno, dico uno, che abbia chiesto del mio passato.

Benedetto: Chi mi conosce sa che per me la politica è fare e fare bene. Sono stato assessore regionale nel centro sinistra, e come ripeto spesso, non sarà il colore o la soglia di questo o quello a fermarmi. Credo veramente e fermamente di vincere, ma il mio competitore non è Viceconte che sta con le ruote a terra.

Viceconte: Passo dopo passo, casa dopo casa, riscopro il piacere del contatto umano e ritrovo nuova energia… Benedetto: Mi preoccupa il candidato dei 5Stelle.

Viceconte: La gente mi tocca, vuole sapere, vuole conoscere. Sa che sono lucano al cento per cento.

Benedetto: Io nasco con Di Pietro, poi quando abbandona l’agone costruisco in regione il Centro democratico di Tabacci divenendone segretario amministrativo. Non so bene perché, ma mi fanno la guerra. A quel punto, fratello caro, la decisione è presa.

Viceconte: Non dimentichiamoci che ho attraversato quest’ultima legislatura con Angelino Alfano, quindi di qua. Benedetto: Quando ho deciso che di là non c’era nulla, sono andato ad Arcore, accompagnato da Maurizio Belpietro (possiedo una quota della proprietà del giornale La Verità). Mi era parso che Berlusconi fosse contento della mia presenza. Poi non so come, ha rifiutato di candidarmi.

Viceconte: Con Beatrice Lorenzin abbiamo composto questa lista, la Civica Popolare alleata di Renzi. Corriamo per vincere.

Benedetto: Io credo che proprio Viceconte, che continua ad avere colleganze nel centrodestra, temendomi abbia tramato per farmi fuori. Comunque non c’è riuscito. Dopo il no di Berlusconi mi hanno chiamato Raffaele Fitto e Gaetano Quagliariello e mi hanno detto: vuoi fare la quarta gamba del centrodestra? E ho fatto la quarta gamba. Ma alla quarta gamba non è stato dato il collegio di Matera, cosicché io, materano (là sono fortissimo), mi sono ritrovato a giocarmela a Potenza, fuori casa.

Viceconte: Se le dico che solo una volta un dirigente del Pd in un incontro mi ha chiesto: ma lei da dove viene e dove va? E io ho risposto senza trascurare nessun dettaglio. Alla fine quel signore quasi mi abbracciava. Mi ha detto: ‘Grazie, adesso ho capito tutto’.

Benedetto: Qua i Pittella rischiano veramente di farsi male. Queste elezioni daranno risultati sorprendenti.

Viceconte: In tutta sincerità non ricordo di essere stato interrotto per via del mio voto in Parlamento su Ruby nipote di Mubarak. A parte che sono cose passate.

Benedetto: In Basilicata sarà un fracasso. Le faccio vedere che riusciremo a dare un seggio anche alla Lega, cose mai viste.

Viceconte: Faccio mente locale, ma su Ruby davvero nessuna obiezione ho ricevuto. Qui poi vale molto il dato territoriale. Io nasco a Francavilla sul Sinni, non so se mi spiego. Ho dato sangue a questa terra.

Benedetto: Il mio problema sono i 5stelle. Sono forti, adesso hanno candidato questo presidente della squadra di calcio del Potenza. In tutta sincerità, Viceconte non lo vedo proprio.

Viceconte: Stringo mani, incontro gente. Sto lottando pancia a terra e il consenso sale, sale, sale.

Benedetto: Non c’è alcun dubbio che il sottoscritto se dice una cosa poi la fa. Col centrosinistra ho fatto l’assessore regionale, ho capito come funziona la politica, ho l’esperienza giusta.

Viceconte: Sono molto più che ottimista.

Benedetto: Domani sono pronto a fare il deputato per il centrodestra, e mi preparo per dopodomani quando mi candiderò per presidente della Regione.

Viceconte: Queste elezioni sono strane ma per fortuna i lucani sono un popolo operoso e concreto. Non ti chiede le analisi del sangue.

Benedetto: Il Pd farà un bagno. Hanno candidato la sua collega, Francesca Barra. Secondo me non sa neanche dove si trova. Zero.

Viceconte: La politica è una passionaccia. Mi crede se le dico che sto attraversando un periodo formidabile? Benedetto: Ho fatto sempre tutto da solo. Alle primarie del centrosinistra raggiunsi il 22 per cento.

Viceconte: Siamo a un’incollatura.

Benedetto: Non lo stia ad ascoltare.

da: Il Fatto Quotidiano, 20 febbraio 2018

“Sei la persona più cattiva che abbiano mai visto”, “sei ridicola”, “livorososa” “pettegola” “falsa e impicciona”. “Fai schifo”, “sei grassa”, “hai il doppio mento”. “Sei lurida”, “meriti insulti peggiori di quel che ricevi”. “Sei una psicopatica di merda, curati”. “Vergognati di come sei, dovrebbero farlo anche i tuoi genitori”. “Chi ti credi essere, complessata, maleducata”. “Leggi i commenti stampateli e piangi”. Sono per lo più donne, figlie, mamme e nonne che scrivono a Nilufar, una diciannovenne napoletana, “tronista” di Uomini e donne, il programma televisivo pomeridiano di Maria De Filippi. E’ vero che la cattiveria è di questo mondo, e che i social espongono ciò che ieri era nascosto nel nostro animo. E’ certo che internet fa da moltiplicatore dell’accidia umana. Espande e innalza a trono la contumelia. Ciò che forse era impensabile invece è che tutta questa bile divenisse utile compost per lo spettacolo. La ragazza che legge in tv le cattiverie sulla sua persona, le lacrime che le scendono sul viso, il pianto di chi guarda e magari si ripromette di scriverne altre. E poi? Pubblicità.

da: ilfattoquotidiano.it