Succede in Norvegia. Lui, uomo bianco, panciuto, maturo, abbastanza ricco e molto razzista, si innamora di una giovane dalla pelle color ambra, molto bella, rifugiata per motivi politici. Lui, Per Sandberg, 58 anni, deputato da oltre venti, è anche ministro della Pesca e ha un curriculum xenofobo di tutto rispetto. Lei, Bahareh Letnes, 28 anni, iraniana, dagli occhi verde smeraldo, risponde all’amore imprevisto e improvviso con l’amore.

La coppia che si forma, secondo la considerazione più immediata e anche banale, è figlia del sentimento che vince contro ogni altra ragione.

Non è però l’amore che fa scavalcare le montagne, come a prima vista sembrerebbe, ma il destino dell’uomo. La sua migrazioneda un luogo all’altro della terra ha costruito il mondo. Il viaggio è la sua condizione incoercibile, la misura irrinunciabile, il senso del dire e del pensiero. Senza la migrazione saremmo oggi ancora all’homo erectus. Perciò i razzisti non solo non hanno ragione, ma neppure hanno logica perché non sanno di essere figli di coloro che odiano e non sanno che coloro che odiano hanno costruito il mondo che loro dicono di voler difendere.

Gli usi e i costumi hanno in sé la cifra del divenire. Mutano i gusti, i vestiti, lo scrivere e l’abitare solo perché abbiamo potuto viaggiare, vedere, gustare, capire.

Se i razzisti sapessero, conoscessero, diventerebbero rossi come i pomodori che fanno raccogliere in casa nostra agli schiavi neri. I razzisti, gli schiavisti forse pensano che i pomodori siano il frutto eletto della Capitanata di Foggia. Mica sanno che gli aztechi ce li hanno fatti conoscere, e che se oggi li mangiamo è solo perché tanti e tanti anni fa siamo andati fin laggiù, nell’America centrale, a scoprire, guardare, conquistare. Cioè a migrare.

da: ilfattoquotidiano.it

Divenuti trasponders, celle telefoniche vaganti in perenne attesa del segnale, noi uomini abbiamo trasferito al cellulare la nostra memoria, chiedendogli di sistemare quel che adesso non ci viene più facile né possibile: il ricordo. Poi abbiamo scelto di trasferire a lui la nostra vista, i momenti più belli e anche quelli così così, le foto di rito e quelle di lato, lo scatto memorabile e il fotogramma per l’idraulico, la necessità quotidiana e il momento clou. Foto, e poi foto e poi ancora foto e video e time lapse e ogni altra fantasticheria. Infine abbiano donato il nostro cuore. Con whatsapp o messenger innamorarsi è divenuto un po’ più facile, diretto, possibile. E abbastanza alla nostra portata. Possiamo dirci innamorati in un nano secondo. Basta un emoticon (cuore) per comunicare all’altra il nuovo inizio. Due (cuore più cuore trafitto) se siamo già sulla via dell’intramontabile unione. Tre o più (volto con gli occhietti a forma di cuore è particolarmente increscioso ma pure è all’apice della classifica dell’amore) se la coppia è solida come marmo di Carrara.

Io e voi, quasi tutti voi perché le eccezioni sono davvero poche, dobbiamo ammettere che il cellulare è corpo del nostro corpo, elemento indiscutibile non più ornamento. Siamo sempre connessi. E condividiamo tutto. Condividiamo, cioè facciamo rete, ci colleghiamo, facciamo partecipi l’altro della nostra felicità o del nostro dolore, della nostra preoccupazione, della nostra speranza, delle nostre idee, della nostra civiltà, della nostra verza, dei calli ai piedi, del nostro amato parrucchiere, eccetera. Condividiamo la pizza, il bacio, il ballo, la foto sugli scogli, la foto senza scogli, il nostro bimbo che spegne le candeline, il nostro cane che spegne le candeline, il nostro gatto, i nostri nonni, i funerali, i matrimoni, le gite al lago. Condividiamo tutto, e ci siamo capiti. E grazie a internet, che è uno strumento di conoscenza immediato, popolare, orizzontale, istantaneo, possiamo sapere ogni cosa: dal Ku Klux Klan a Geronimo Stilton, da Beethoven alla pasta frolla.

Quello che non mi torna è che, pur condividendo tanto, non siamo coesi, e pur connettendoci di notte e di giorno restiamo sempre più soli. E anche se abbiamo la fortuna della conoscenza gratuita e istantanea, promuoviamo forme di ignoranza collettiva, di analfabetismo funzionale, quando non di vera e propria idiozia. A me sembra, e chiedo scusa se sono di parere opposto al vostro, che anche nel dibattito pubblico ci sia una corsa verso la cretineria, di gruppo o singola. Forse però la risposta che dovremmo darci è più amara ma più vera: il fatto è che siamo più stupidi di quanto riteniamo, e meno talentuosi di quel che supponiamo, e forse anche un tantino più ignoranti di quanto speravamo. Internet ci ha fatto allora questo regalo: tenere lo smartphone sempre acceso, e chiedergli di fare le nostre veci: ricordare al nostro posto, e ricordare quanto più è possibile (memoria illimitata!), indicarci la retta via (con google maps!), l’amore per la vita (cuoricini, uno o un suo multiplo), e infine la convinzione di essere stimabili anche se risultiamo ridicoli.

da: ilfattoquotidiano.it