I rapporti di forza nel governo gialloverde: “Il fascismo è l’autobiografia dell’Italia”
26/03/2015 Roma, trasmissione televisiva Otto e Mezzo, nella foto il filologo Luciano Canfora

“La novità, se possiamo definirla così, è che i Cinquestelle si stanno svergognando già sul breve periodo. Non era detto, ma è accaduto e questo a mio avviso è un bene”.

Di Luciano Canfora si ammira la spigolosa nettezza dei suoi giudizi, e un’analisi asciutta, attenta e spesso definitiva. “Non è preveggenza. Le previsioni hanno sempre un che di infondato. Mi sembra piuttosto che la caratteristica genetica del Movimento 5 Stelle, aver raccolto un consenso così largo anche nelle opzioni politiche, quel grande fritto misto di un po’ di destra, di sinistra e di centro, lo abbiano messo nella condizione di essere sussunti”.

Leghistizzati.

Il povero Roberto Fico avanza continuamente riserve. Ma le sue parole cadono nel disinteresse. Uno come lui, che è di sinistra, è stato messo nel ruolo politicamente inconsistente di presidente della Camera. Mentre Luigi Di Maio, che credo provenga dai commerci, detta la linea. Anzi, se la fa dettare.

È Salvini l’asso pigliatutto.

Le pulsioni di tipo fascistico erano chiare ed evidenti a tutti già prima. E nemmeno l’Italia è un caso isolato. La Francia, che ha conosciuto Vichy, ha leader di simile caratura, e anche in Germania idee di uguale tono sono vive. La questione, non totalmente nuova, è questo spirito da Cavalier servente del Di Maio.

Non sembra avere la personalità.

Dico proprio di no. E non so se a Casaleggio, che a quel che leggo è il proprietario del Movimento, questa personalità così modesta sarà gradita ancora per molto.

Siamo all’epurazione?

Non lo so proprio. Dico che i proprietari sono per natura capricciosi. E quando non hanno soddisfazione dai dipendenti, li cacciano.

Perché è così duro il suo giudizio sui Cinquestelle?

Perché fanno di tutto per meritarselo. Hanno goduto di un tale consenso, e tanti sono stati gli elettori che hanno riposto, attraverso il voto, fiducia in loro.

Fiducia in loro o piuttosto sfiducia negli altri?

Ambedue le cose. Gli altri, in questo caso la sinistra, nella fattispecie il Pd, non potrà far altro che arretrare. È un partito morto, se non rimuove la sua classe dirigente, quel cenacolo renziano, non ha alcuna speranza non solo di tornare al governo, ma di essere soggetto minimamente credibile.

I grillini sembrano aver consumato il vantaggio competitivo sul resto della classe politica.

Assolutamente sì. Intravedo in Luigi Di Maio l’ossessione della poltrona. La parte inferiore del suo corpo fa oramai tutt’uno con la seggiola ministeriale. E questa ossessione, unita alla incapacità di tracciare il solco di una linea politica autonoma e originale, offre la cifra di una debolezza così grande, ma così grande.

La Lega accentuerà i suoi caratteri di destra?

Noto che Salvini usa il meglio del vocabolario mussoliniano. Le frasi più espressive del ventennio sono nel suo cuor: ‘Molti nemici molto onore’, la prima. Oggi ho letto un’altra sua perla: ‘Mi prendo l’Italia’.

Lei pensa che Salvini abbia in mano l’Italia?

Devo ricordarle Giolitti? Il fascismo è l’autobiografia dell’Italia. E certamente oggi c’è un consenso elevato, un leader scaltro che conosce gli italiani. Con Bossi la Lega aveva un odore campagnolo, gregaria di Berlusconi. Con Salvini la storia si capovolge: Forza Italia è al lumicino e tenterà di intrufolarsi nella festa. Le farà compagnia Giorgia Meloni che perlomeno è fascista per davvero. Il colpo può riuscire.

Ma se i Cinquestelle sono già ammaccati, a sinistra regna il deserto.

Riporto qui un giudizio abbastanza definitivo di Guglielmo Epifani: Matteo Renzi non riuscirà mai più a far vincere il Partito democratico, ma certo è fondamentale per continuare a farlo perdere.

da: Il Fatto Quotidiano, 28 agosto 2018

Gianfranco Lande, detto il Madoff dei Parioli, ha fregato un sacco di gente. Broker di provata esperienza ha fatto evaporare circa 300 milioni di euro. Prometteva a una clientela affezionata e selezionata dal 6 al 20 per cento di interessi sui conti aperti presso la sua società. Lo Stato italiano, nella convenzione con Autostrade, si è posto nel mezzo: ha garantito all’investitore (sic!) una remunerazione fissa mai al di sotto del 10 per cento e, a differenza di Madoff, ha onorato l’impegno.

Una bellezza, una magia, un sogno d’altri tempi, giacché quella cifra tonda e pingue sarebbe divenuta una rendita parassitaria, una assicurazione sulla vita per un pugno di già ricchissime e influenti famiglie.

Come sia stato possibile che lo Stato italiano, che paga ai suoi creditori tassi non superiori al 4 per cento se va bene (ma mediamente la percentuale è di molto inferiore) si sia travestito appunto dal generoso Madoff che abbiamo conosciuto alcuni anni fa, non è un mistero. È invece soltanto una vergogna.

Stilare accordi capestro di tale portata, per cifre di tale dimensione e su beni di tale rilevanza è un atto anzitutto criminale, prima ancora che squalificante.

Il governo è stato Cavalier servente del privato, non il proprietario di un servizio primario che la collettività paga e ripaga.

Bene fa, in questo caso, Luigi Di Maio a imporre una rottura, una scelta netta di cambiamento. E’ appunto questo il cambiamento che ci si augura: far arricchire un po’ di meno i già ricchi, e aiutare un po’ di più gli ancora poveri. Ed è questo il tema che deve tenere banco nel dibattito politico: come lo Stato spende i suoi soldi, a chi li toglie e a chi li regala.

Altro che gli sbarchi di centotrentasette disperati. Queste sono armi di distrazioni di massa che naturalmente Matteo Salvini usa forse anche per nascondere, guarda un po’ tu, la prudenza che sfiora la sudditanza, della Lega nei confronti di Autostrade.

Ah, già, dimenticavo che Salvini autorizzò col suo voto in Parlamento la concessione capestro e ogni altra cornucopia.

Matteo o lo smemorato di Collegno?

da: ilfattoquotidiano.it