Olimpiadi e basta

olimpiadiFLAVIA PICCINNI

C’è chi aspetta da anni le Olimpiadi di Pechino. C’erano atleti, appassionati di sport, giornalisti e, poi, il mondo intero. Tutti ad attendere, con il fiato sospeso, la cerimonia iniziale. Splendida e disturbata dai commentatori Rai che hanno forse dimenticato, per più di una volta però, come debba essere lo sport centrale in una manifestazione del genere.
Adesso i giochi sono al loro sesto giorno, le medaglie italiane stupiscono meno delle non-medaglie e c’è sempre, ancora, una scusa per parlarsi addosso. Può essere il flop annunciato di Rosolino o quello di Montano, la svista della Pellegrini sui 400 stile libero, la determinazione della Vezzali che spiazza tutti dicendo “Fra quattro anni ci sarò ancora”. E poi ancora il caso Rocchi, la vittoria della Pellegrini sui 200, un giornalista malmenato dalla polizia durante una protesta pro-Tibet.
Sembra assurdo ma è così e ieri iun giornalista britannico che cercava di assistere a una protesta filo-tibetana nei pressi del principale stadio olimpico di Pechino è stato bloccato e trascinato a terra dalla polizia cinese che gli ha sequestrato tutto il suo equipaggiamento.
Sembra assurdo, sì, ma a Pechino succede anche questo.
E sembra, questa volta naturale, chiedersi dove sia finito lo sport, che rimane sempre velato anche nelle sue massime esposizioni, oscurato da proteste e da aggressioni che dovrebbero avere altri palchi e altri sipari.

Milionari

Il lavoro, l’attività salva i borghesi dalla perversione, ma un certo numero di individui della classe non lavora affatto, non saprebbe come riempire utilmente le ventiquattro ore della giornata. Di milionari che stiano dodici ore al giorno a tavolino come Benedetto Croce ci dev’essere solo Benedetto Croce; gli altri preferiscono le gare ippiche, le stazioni balneari, Montecarlo, i romanzi di Luciano Zuccoli e la cocaina. Li può salvare solo l’ottusità dei sensi e l’avarizia, cioè l’essere al di sotto dell’animalità umana media.

Cocaina, “Sotto la Mole”, 21 maggio 1918

La foto dello scandalo

fotoprostitutaMANUELA CAVALIERI

“Via del Campo c’è una graziosa
gli occhi grandi color di foglia
tutta notte sta sulla soglia
vende a tutti la stessa rosa.

Ama e ridi se amor risponde
piangi forte se non ti sente
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior”

Fabrizio De Andrè , “Via del Campo” 1967

La pelle d’ebano, sporca di polvere. Lei è lì distesa, innaturale, scomposta. Non ha voglia di lottare. Si è dibattuta come una leonessa. Ora non più. Le forze già l’abbandonano. Piange sommessamente rabbia e tristezza. Pensa alle sue ibej, accoccolate sul comodino, accanto alla branda. Le aveva comprate al mercato di Abuja prima di venire in Europa. “Portano fortuna!” diceva la vecchia nonna. La fortuna, però, non ha solcato con lei il Mediterraneo. È ancora lì, nel canto juju della sua terra lontana.

Ucciso un transessuale, due in manette

transFLAVIA PICCINNI

Con la violenza puoi uccidere colui che odi, ma non uccidi l’odio.
La violenza aumenta l’odio e nient’altro.
Martin Luther King

La violenza è cieca. Rende folle chi guarda e sconsiderato chi agisce. La violenza è odio, disgusto, rabbia. E forse è un miscuglio di questi sentimenti che ha mosso due uomini martedì sera sulla Tangenziale Ovest di Milano. La vittima, stuprata e barbaramente picchiata, è rimasta sulla strada, esanime, trivellata da odio, disgusto, rabbia.
“E’ un travestito – diranno alcuni -, solo un travestito”. E forse devono aver pensato questo anche i due giovani colpevoli, un marocchino 17enne affidato alla comunità di don Gino Rigoldi con a carico reati per droga e contro il patrimonio, e Davide Grasso, catanese di vent’anni, disoccupato e già noto alle forze dell’ordine.
Devono averlo pensato mentre assalivano, stupravano e picchiavano Gustavo Brandau, brasiliano di 30 anni, in Italia da clandestino; transessuale.
Hanno confessato subito, dopo essere stati rintracciati dagli investigatori che sono risaliti a loro grazie alle immagini ritratte da una telecamera. Le immagini sono violente, disgustose, agghiaccianti.Continue reading

Stregati da un sogno

obamaMANUELA CAVALIERI

“L’Italia è un Paese meraviglioso”. La frase non l’ha pronunciata uno dei 59.619.290 inquilini dello stivale. Bensì il politico più “cool” del momento.
È affascinante da morire: sorriso magnetico, eloquio inebriante. Un affabulatore.
Anche dopo un’ora di jogging, la sua maglietta sudata “odora di primavera” (secondo una beninformata giornalista del Bild). Come non sospirare sentendogli dire “Buongiiioorno” alla televisione italiana con quel vezzosissimo accento americano?
Ebbene sì, lo ammetto, anche io sono stata stregata dalle malie di Barak Obama.Continue reading

Matrimoni: non cambia niente

fedenuzialeFLAVIA PICCINNI

Ci sono scrittori che non hanno epoca, vivono divincolati dal mondo e ne assaporano la realtà, mostrandola in tutta la loro silenziosa sconvenienza. Rileggendo “La grande sera” di Giuseppe Pontiggia (1989, Premio Strega) mi è sembrato di rivedere la storia di quei silenziosi matrimoni che si consumano lentamente come fiamma di candela o avvampano come incendi estivi. Il risultato, nella realtà quasi come nella finzione, è sempre lo stesso: la fine.
Nel quieto e lacerante rapporto fra Mario e la sua compagna ho riletto quei non detti che ammorbano le unioni di Italia e non solo. Ma se nell’unione raccontata dallo scrittore comasco fra i due personaggi c’era un sentimento profondo, i dati che raccontano l’Italia sposata di oggi sembrano poco rincuoranti.
A mettere in crisi i matrimoni americani è bastato il caro-petrolio che ha fatto aumentare le richieste di aiuto a terapisti e matrimonialisti. A mettere in dubbio unioni di ferro nostrane sono sempre più le incomprensioni o terzi incomodi, amanti.
Penso a quante persone divorziate conosco (la maggioranza) e i dati dell’Adoc non mi sembrano più né assurdi né incomprensibili: la durata media dei matrimoni in Italia è di circa 10 anni e solo un 10% delle coppie separate torna insieme dopo molti anni di lontananza. La durata media di un matrimonio è così sempre più breve (7/12 anni), ma se si tratta di un’unione riparatrice si scende a soli 3 anni. I problemi nascono però quando si deve decidere chi deve restare a vivere dove. E se nel corso del matrimonio i coniugi non hanno fatto in tempo a comprare una casa o se ancora il mutuo non è stato estinto, solo raramente la ex famiglia riesce a condividere lo stesso tetto.Continue reading

Lessico da immigrazione e lunghe incomprensioni

legalitaeimmigrazioneSERENELLA MATTERA

Sbarchi, campi rom, viaggi della speranza, gommoni, barconi, clandestini, impronte, Cpt, identificazioni, espulsioni, ricongiungimenti familiari, caporali, scafisti, trafficanti, badanti, sanatorie, permessi. Compongono il lessico dell’immigrazione. Un lessico ormai quotidiano, alimentato da paure e cronaca, tragedie in mare e delitti, nomi e numeri.
Il ministro dell’Interno ha dichiarato lo Stato di emergenza in tutta Italia, per fronteggiare la «eccezionale pressione» esercitata sulla penisola dal flusso migratorio degli ultimi mesi. Nel primo semestre 2008 le persone sbarcate in Sicilia, Calabria, Puglia e Sardegna sono state 10.611. Erano la metà, 5.380, nello stesso periodo del 2007. «Se questo trend sarà confermato – ha detto Roberto Maroni – si arriverà a circa 30 mila arrivi entro la fine dell’anno».
Solo le cattive condizioni del mare fermano, a volte, la conta. Nel canale di Sicilia i pescherecci si sono ormai arresi a pescare uomini. Il 29 luglio ne hanno salvati 21 su 28. «Abbiamo visto dei cadaveri galleggiare – ha spiegato il capitano dell’Arias, che ha sette uomini di equipaggio – ma non eravamo attrezzati per riuscire a ripescarli. E poi dovevamo pensare ai superstiti». Nello stesso giorno in Sardegna sbarcavano 48 immigrati, 16 la sera prima.Continue reading

La scimmia giacobina

La scimmia giacobina è l’ultimo prodotto delle differenziazioni che si stanno determinando nella mandria di bruti che riempie delle sue strida i mercati italiani. Differenziazione meccanica. La scimmia non ha anima; la sua vita è susseguirsi di gesti; i gesti sono diventati frenetici; ecco la differenziazione.
La vita italiana politica è stata sempre più o meno in balía dei piccoli borghesi; mezze figure, mezzo letterati mezzo uomini; il gesto è tutto in loro. Concepiscono la vita librescamente. Sono imbevuti di letteratura da bancherella. Non concepiscono la complessità delle leggi naturali e spirituali che regolano la storia. La storia è per loro uno schema. […]
Questa superficie l’hanno presa per sostanza, il gesto di un individuo l’hanno preso per l’anima di un popolo. Ripetono il gesto, credono con ciò di riprodurre un fenomeno. Sono scimmie, credono di essere uomini.
Non hanno il senso dell’universalità della legge, perciò sono scimmie.
Non hanno una vita morale. Operano mossi da fini immediati, particolarissimi.
Per raggiungerne uno solo, sacrificano tutto, la verità, la giustizia, le leggi più profonde e più intangibili dell’umanità.
Per distruggere un avversario sacrificherebbero tutte le garanzie di difesa di tutti i cittadini, le loro stesse garanzie di difesa. Concepiscono la giustizia come una comare in collera col forcone brandito.
La verità è una donna da marciapiede della quale si sono autonominati i d’Artagnan.
L’umanità è solo composta da chi la pensa come loro, cioè da chi non pensa affatto, ma sacrifica al dio di tutte le scimmie.
Sono italiani, in un certo senso. Sono gli ultimi relitti di un’italianità decrepita, uscita dalle sètte, dalle logge, dalle vendite di carbone.
Un’italianità piccina, pidocchiosa, che contrappone all’autorità dispotica dei principotti una nuova autorità demagogica non meno bestiale e deprimente. Sono i relitti di quell’italianità che ha dato prefetti e questurini al giolittismo, e ora vuole imporsi con altri prefetti e altri questurini.
La loro affermazione ultima, questo loro esagitarsi goffamente, è utile in fondo. Gli italiani nuovi, che si sono formati una coscienza e un carattere in questo sanguinoso dramma della guerra, sentiranno maggiormente la loro personalità in confronto di queste scimmie.
Le scimmie giacobine sono utili per questo: che gli uomini vorranno essere piú uomini, per differenziarsene, per non essere confusi coi gaglioffi, che hanno un nido di scarafaggi per cervello e una stinta fotografia di Marat per anima.

Sotto la Mole, 22 ottobre 1917

Fine di una… Love Story

MANUELA CAVALIERIcuorespezzato

Si chiama Love Story, come il polpettone romantico di Arthur Hiller.
È un noto bar salernitano in via Dei Principati. L’insegna ritrae due languidi amorini raffaelliani.
Ma è bene non lasciarsi intenerire dal nome e dall’iconografia.
Proprio lì, infatti, lo scorso 6 luglio, ordinarono qualche drink di troppo i rumeni ubriachi che uccisero un ragazzo investendolo con la loro auto in pieno centro.
La vicenda sconvolse la città, alimentando diffidenze e intolleranza.
A distanza di qualche settimana, il sindaco De Luca sembra aver trovato la soluzione ai disagi dell’immigrazione: chiudere i bar conniventi con gli stranieri.
“Ci sono alcuni bar – tuona – diventati covi di extracomunitari e comunitari, rumeni, albanesi, polacchi. Come il Love Story, dove alle 5 del pomeriggio ci sono rumeni già ubriachi che bivaccano vicino alla fontana del Trincerone. Questi bar li chiuderemo o ridurremo la loro attività ”.
L’idea del primo cittadino, al solito equilibrata e democratica, non poteva che essere accolta dal convinto plauso generale.
Ma a questo punto perché non collocare all’ingresso dei bar un piccolo ufficio mobile del comune con un addetto al controllo delle generalità?
Se il tutto risultasse eccessivamente dispendioso, basterebbe far indossare agli stranieri una simpatica stellina distintiva da apporre al petto.
In questo modo i baristi italici provvederebbero all’espulsione immediata dello slavo di turno e l’integrità della razza indigena sarebbe preservata da inopportune contaminazioni.