di Luca Scialò

Ad inizio giugno è stato presentato il progetto “NaplEst”, mirante a rilanciare la zona orientale di Napoli. Consta di 16 progetti, su un’area di 265 ettari, per un investimento pari a 2,3 miliardi (di cui il 95% proveniente da privati), puntando a creare 26 mila nuovi posti di lavoro a regime.
Come ha spiegato nella conferenza stampa di presentazione Marilù Faraone Mennella, Presidente del Comitato promotore di NaplEst denominato “NaplEst Viva, Napoli Vive” che fa capo a 18 imprenditori: «lo slogan dell’operazione è ’Viva, Napoli Vive’ a rimarcare che la città, i suoi uomini, i suoi imprenditori non si rassegnano (…) Noi all’unità del Paese ci crediamo davvero, sbaglia chi dice che tutto quello che riguarda il Mezzogiorno è fumoso, e questo progetto è una risposta concreta a chi la pensa così. Anche qui c’è gente che si rimbocca le maniche, praticando quella ’rivoluzione silenziosa’ di cui si sente il bisogno». Leggi tutto

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L’attività del lo Stato disuguale e poliziesca, che obbliga all’ipocrisia, al sotterfugio furbesco: il predominio delle consorterie locali che perseguitano tutti i non simpatici alla clientela: l’assenza assoluta di controllo, che lascia impuniti i peggiori soprusi, e interrorisce i tranquilli ed onesti. E tutto questo complesso di circostanze fa sorgere l’altra attività associativa. I fini particolari trionfano: si vuole ottenerli senza lavoro e sacrifizio. La massoneria è l’associazione tipica per questo lavoro. La furberia, la violenza, l’inganno, la frode sostituiscono l’attività produttrice di idee e di opere. Si aggruppano solo perché l’unione fa la forza, perché il numero spaventa il deputato che vorrebbe negare un sussidio o un favore particolare, perché il numero dei votanti è l’unica giustificazione di certi ordini del giorno, perché il numero rende piú facile una grassazione.
(Sotto la Mole, 14 febbraio 1918).

Già da tempo la massoneria fa e disfà le cose italiane, ha avuto suoi accoliti al dicastero dei culti, e non ha mai pensato di colpire veramente il clericalismo nella sua radice piú vitale. È la storia che si afferma malgrado tutto, malgrado la stessa massoneria, è il capitalismo che cerca uno sviluppo anche nelle terre dove piú a lungo, per malvagità di uomini e di governi, si è mantenuto vivo il sistema feudale, l’inalienabilità degli strumenti di lavoro, la morale del servaggio, il dominio delle cricche, la disonestà amministrativa. I preti rappresentano meglio questa tradizione, questo sistema, e la borghesia nascente del luogo cerca liberarsene, poiché la borghesia piú evoluta del settentrione non ha, attraverso lo Stato, provveduto prima, e invece si è servita di quel sistema, di quella tradizione per arricchire meglio i suoi ceti improduttivi e poltroni.
(Sotto la Mole, 5 aprile 1918).

Che cos’è la massoneria? Voi avete fatto molte parole sul significato spirituale, sulle correnti ideologiche che essa rappresenta, ecc.; ma tutte queste sono forme di espressione di cui voi vi servite solo per ingannarvi reciprocamente, sapendo di farlo.
La massoneria, dato il modo con cui si è costituita l’Italia in unità, data la debolezza iniziale della borghesia capitalistica italiana, la massoneria è stata l’unico partito reale ed efficiente che la classe borghese ha avuto per lungo tempo.
(Discorso pronunciato alla Camera il 16 maggio 1925)

di Luca Cococetta

Resta l’amaro in bocca. Mentre vedevo cittadini aquilani, madri, padri, figlie e figli spinti e strattonati pensavo al De repubblica di Marco Tullio Cicerone, a quella digressione nella quale si discute di come alcune forme di governo mutino in altre, “la monarchia degenera nella tirannide; l’aristocrazia nel potere oligarchico; la democrazia nella demagogia” e poi in modo flessibile di come si possano mischiare queste categorie.
Riflettevo su quale è il ruolo del “popolo”, parola che oggi assume significati diversi, che sia esso borghesia (come nel caso dell’Aquila) o meno.
Vedevo, mentre i manganelli si alzavano a colpire, l’incredulità nei volti degli aquilani, un’incredulità che nasce dall’orgoglio di difendere un proprio diritto e la propria identità.
Vedevo, nei volti poco abituati alla violenza, lo stupore del bambino che si chiede come mai abbia ricevuto una sberla.
Vedevo anche la caparbia di chi vuole raggiungere il proprio obiettivo, certo della direzione in cui sta andando.
Noi aquilani eravamo a Roma per recarci pacificamente, con i sindaci e gonfaloni a capo del corteo, da coloro che ci rappresentano.
Noi aquilani eravamo a Roma per dialogare con il governo, un governo che sempre meno rappresenta lo stato se è costretto a chiudersi nei palazzi e a circondarsi di polizia.
Gli aquilani erano lì a portare il loro SOS Ricostruzione (che significa Sospensione delle tasse, Occupazione, Sostegno all’economia), e soprattutto la necessità di una legge organica sul terremoto che stabilisca tempi e finanziamenti certi e che possa consentire di riprogettare il futuro del territorio.

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Ernesto Sica
Ernesto Sica

di VALERIO CALABRESE

Una perquisizione e la notizia di un avviso di garanzia emanato nei suoi confronti dalla Procura di Roma, per ora smentito dal suo staff. Si tratta del plenipotenziario Ernesto Sica, 39 anni, Assessore alla Regione Campania, il cui nome è nei faldoni delle indagini sugli incontri “massonici” in casa Verdini. Ricostruire il passato politico di Ernesto Sica, malgrado la giovane età, non è cosa breve. Cresciuto sotto la guida di De Mita e così intimo con lo stesso da far circolare voci di una sua relazione amorosa con la figlia dell’ex capo della DC, Sica è un enfant-prodige della politica. Figlio di industriali del settore conserviero, chi lo conosce bene afferma che già a 12 anni il piccolo Ernesto aveva un solo sogno: fare il Sindaco. Una stazza possente, poco sotto i due metri d’altezza e un fisico da pallavolista, Sica viene eletto per la prima volta a 28 anni, nel 1999, a Consigliere provinciale nella circoscrizione di Salerno 6. Nel maggio del 2000 esaudisce il suo desiderio, diventando con un grande consenso (66%) Sindaco di Pontecagnano Faiano. Ma la carriera è solo all’inizio. Nel 2004 è nominato Assessore provinciale all’Urbanistica nella giunta di centrosinistra guidata da Angelo Villani. Nel 2005, fra i più votati d’Italia, con circa 28.000 preferenze, viene eletto Consigliere regionale della Campania, forse anche grazie alla generosità verso il partito (la Margherita) al quale regala ogni anno nel suo Comune la festa Regionale con ospiti e cantanti sempre straordinari (da De Gregori a Massimo Ranieri). Nel 2007 Sica rompe con De Mita e cambia casacca, passando al Pdl. Nel 2008, è rieletto – manco a dirlo – Sindaco di Pontecagnano Faiano. Nel 2009 è di nuovo Assessore provinciale, ma nella giunta Cirielli (questa di centrodestra), nomina che però dura fino al maggio 2010, quando, pare su indicazione diretta di Berlusconi, viene nominato Assessore all’Avvocatura della Regione Campania.
Ma non basta, perché nei ritagli di tempo Ernesto Sica trova anche il tempo di presiedere il Consorzio Aeroporto di Leggi tutto

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Una volta, due volte, tre volte… Scrivi e raschiano, scrivi e raschiano… Intingi la penna, la mano rimane a mezz’aria, titubante. Il cervello è impastoiato, non trasmette alla mano, alle dita, l’impulso a muoversi. La mano cala sulla carta e la punta d’acciaio passeggia sul biancore descrivendo complicatissimi ghirigori, labirinti senza uscita. Si cerca affannosamente l’uscita. Il pensiero si assottiglia nell’angustia, bussa alle pareti per cercar di vedere se esse si spalanchino in una sortita possibile. Si incomincia. Si cancella. Si ricomincia. L’espressione fluisce, il lavorio di conglutinamento delle frasi, dei periodi, riposa, allenta lo sforzo iniziale. Si è persuasi d’aver trovato l’equilibrio necessario tra i bisogni della propria sincerità e le aggressioni irrazionali della censura. Si aspetta trepidanti. Sicuro, trepidanti, perché amiamo tutto ciò che ci ha domandato uno sforzo per nascere, per estrinsecarsi. Sentiamo le stesse impressioni di una volta, dinanzi agli esaminatori, con questa differenza: che negli esaminatori eravamo persuasi di aver a che fare con individui assolutamente superiori, che avevano veramente la capacità di giudicare dei nostri sforzi, dei nostri meriti. Adesso sentiamo invece l’incapacità assoluta, l’impreparazione assoluta, in chi, armato di matita, come allora, giudica e manda. Ma un’uguaglianza c’è, tra gli uni e gli altri: sentiamo che un’uguaglianza c’è. Ci troviamo ora, come allora, dinanzi a italiani, a vecchi italiani (anche se giovanissimi nel tempo) che non danno nessuna importanza agli altri, al lavoro, allo sforzo degli altri, alla personalità morale degli altri. Che, detentori per un momento di un potere (anche se piccolo potere), vogliono lasciare una traccia di esso, una traccia quanto è possibile maggiore. Il vecchio italiano non è abituato alla libertà: e non già alla libertà con L maiuscolo, astrazione ideologica, ma la piccola, concreta libertà, che si esprime nel rispetto degli altri, del lavoro, degli sforzi, della personalità e dei bisogni morali degli altri: che abbassa le piccole, esasperanti, inutili irritazioni: che impone, a chi ha il potere (sia pure un piccolo potere), di evitare anche l’apparenza di un’ingiustizia, di un sopruso. Che ha fiducia nelle energie buone degli uomini, e non passa l’erpice su un campo di grano per distruggere quattro papaveri e mezza dozzina di teneri steli di loglio. Che crede anzi naturale che così sia, che al grano si mescoli loglio e papavero, perché una vita collettiva è sana solo quando c’è lotta, attrito, urto di sentimenti e passioni, e solo nella lotta si rivelano i forti, gli indispensabili, gli uomini di fede e d’azione che chiudono la bocca alla critica agendo fortemente. Ma il vecchio italiano non comprende un potere senza repressioni: se in Italia ci fosse la pena di morte, e nessuno cadesse sotto questa sanzione, il carnefice per non stare con le mani in mano diventerebbe mandatario di assassinii e di stupri, per poter lavorare i suoi complici. Così come in molti paesi dell’Italia meridionale le guardie campestri danneggiano esse stesse la proprietà privata per far sentire la propria indispensabilità. Così come il censore, per far sentire quanto faticoso ed improbo sia il suo ufficio, cancella, cancella, cancella tutto tutto tutto, grano e papaveri, lavoro e noia, bene e male. E la penna continua a tracciare ghirigori, aspettando perché sente che questa barbarie (la confusione nei criteri, l’arbitrio, il sopruso è barbarie) si esaurirà nella propria rabbia.


“Ghirigori”, Sotto la Mole, Avanti!, ediz. piemontese, 14 novembre 1917

Perchè manganellano gli aquilani? Presto detto.

Berlusconi&Bertolaso hanno dilapidato in un anno un miliardo di euro, facendosi fregare dagli amici di eurocentre (quelli delle case a molle, antisismiche e perfette).

Adesso però le tasche sono vuote, Bertolaso è fuggito e…

di Luca Scialò

Un tempo, il settore pubblico rappresentava il posto fisso tanto agognato da milioni di italiani, quello che dava la sicurezza economica su cui costruire il proprio futuro. Oggi però, un po’ per l’indebitamento patito dagli enti pubblici, che pure sono incappati nel sistema dei “titoli spazzatura” oltre che nei soliti sprechi, ma soprattutto, per la lottizzazione selvaggia messa in piedi dal vecchio sistema partitocratico, con cui i vecchi partiti si spartivano i posti pubblici in cambio di voti, anche il posto fisso statale è diventato una chimera.
Tra i tanti concorsi pubblici continuamente rinviati, oggi vi parlo del Concorso alla Regione Basilicata, indetto lo scorso anno in quel di aprile, che prevede 78 posti divisi per 15 profili diversi. Sul sito della Regione, il Presidente De Filippo salutava il concorso con un messaggio degno del miglior Winston Churchill: Leggi tutto

MICHELE Iorio, il governatore del Molise, sarà ricordato per la sua impareggiabile capacità di far di conto. E’ uno dei politici che meglio si applicano. E’ riuscito a trasformare l’aritmetica in un esercizio di stile futurista cambiando finalmente i connotati e i destini agli addendi.

Riassunto delle puntate precedenti. La sanità della sua regione è sotto scacco, gravida di debiti, collassata al punto che il disavanzo storico è il più alto d’Italia: secondo la ragioneria dello Stato raggiunge il 18 per cento. Il governo corre ai ripari e nomina un commissario che faccia le pulci allo spendaccione Iorio. Chi nomina? Michele Iorio, naturalmente. Commissario di sè stesso e delegato a risanare la sanità che lui medesimo ha contribuito a gonfiarla di debiti. Mentre il commissario Iorio si mette all’opera per preparare il piano di rientro, e vedremo dopo quale accoglienza riceverà dai tecnici del ministero dell’Economia, il presidente Iorio governa con la consueta operosità la piccola regione. Chiama a sé molti esperti e tra questi l’ex presidente della corte d’appello di Campobasso, ora in pensione, Nicola Passerelli. A lui chiede di occuparsi – guarda un po’ – di sanità, e lo nomina assessore. Scolpita nel marmo la sua prima dichiarazione: “Nella mia vita ho sempre indossato la toga. Mi metto immediatamente al lavoro per capire com’è strutturato il servizio sanitario molisano e attuare una politica, graduale, di eliminazione delle spese inutili”.

Perfetto, ma serve già un primo ricapitolo. Il governo, commissariando la sanità, ha azzerato l’autonomia politica della regione in questo settore. E la funzione dell’assessore è interdetta ex lege, resa praticamente impossibile essendo stato tutto ricondotto al potere sostitutivo commissariale.

Iorio dunque nomina l’assessore all’Impossibile. Ecco perché merita una speciale menzione nella classifica dei politici più creativi di ogni tempo. Il nuovo assessore si mette al lavoro ma comprende che gli serve una stanza, anzi più uffici. E scrive alla direzione Affari generali della Regione: “Così non si può lavorare”. Leggi tutto

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“Il tempo è la cosa più importante: esso è un semplice pseudonimo della vita”.

Antonio Gramsci
Lettere dal carcere, 2 luglio 1933