emptyheadCi incuriosisce solo il presente, abbiamo una memoria di latta. L’Italia dei senza memoria è il terreno ideale per coloro che non hanno altro interesse e altra ambizione che seguire l’oggi, l’obiettivo immediato dei loro minimi sforzi.
Guardavo in tv un dibattito dedicato alla crisi Alitalia. C’era Colaninno, il presidente della Cai che ha acquistato la compagnia aerea e, a corona, i politici di centrodestra e centrosinistra.
Tutti compiti e assorti illustravano il trionfo finale e gli sforzi compiuti per raggiungere una simile mirabolante intesa.
Nessuno, né il giornalista (figurarsi i politici) né gli altri ospiti che avessero posto una domanda semplice se solo per un attimo avessero fatto uso della memoria.
La memoria semplifica la verità e aiuta a capire. La memoria avrebbe dovuto indurre ciascuno di loro a porre la seguente domanda: perché Alitalia è stata venduta a chi offriva di meno?
Se io vendo, punto alla migliore offerta non alla peggiore, giusto?
Ma il tempo passa in fretta, e l’offerta di Air France, osteggiata da Berlusconi, dai sindacati e da un nutrito gruppo di forze politiche, è sepolta nel cassetto, dimenticata, out.
Sei mesi sono trascorsi ma la memoria è già azzerata.
Viva l’Italia.

montecitorioDiciamoci la verità: Montecitorio si riconosce e si ritrova soltanto quando è vuoto e silenzioso. E a Montecitorio si lavora, dunque si parla e si discute meglio, quando gli assenti superano i presenti. Ieri era lunedì. Giorno perfetto per un confronto impegnativo: il maestro unico o plurimo. Il grembiulino al posto della griffe, il sette in condotta eccetera. Dieci deputati, cinque di là e cinque di qua, la ministra Gelmini al centro, fresca di parrucchiere.
I dieci in aula si sono detti la verità come meglio non si poteva. Diciamoci la verità, ha detto Pierluigi Castagnetti, il decreto che stiamo approvando è stato presentato in consiglio dei ministri da Tremonti e non da lei. Mancavano i soldi e avete tagliato. Lei, Maria Stella, era al mare come forse anch´io, ha aggiunto Andrea Sarubbi, il telegiornalista che Veltroni ha “rubato” al Vaticano. «Lei mi è simpatica e lo sa, però non posso…». E qui Sarubbi l´ha rimproverata ma con un sorriso: «Perché non ne ha discusso prima con noi?». Come quattro amici al bar, i dieci di ieri a Montecitorio si sono parlati con franchezza. A Renato Farina è persino venuta l´idea di spezzettare il discorso con rime fanciullesche. «Le bugie sulla Gelmini/fanno ridere i bambini». Ne ha preparata un´altra: «Attaccare Maria Stella/a Veltroni porta jella». Nessuno ha fiatato. Allora Farina ha dato un ultimo colpetto: «Dieci e lode in Parlamento/al ministro Maria Stella». Verità per verità la signora Luisa Capitanio Santolini, chiamata dal suo partito, il Pd, ad opporsi al governo, ha ammesso: «Sappiamo tutti quanti che i tre maestri sono stati introdotti non perché questo corrispondeva ad esigenze pedagogiche e formative, ma perché era una precisa esigenza dei sindacati e che in qualche modo bisognava coprire gli organici». E però, verità bis: «Questa controriforma sul maestro unico è dettata da esigenze di bilancio, non da necessità formative». Leggi tutto

moleskineAhi ahi mister Brunetta, questa non ci voleva. Dopo settimane di martellante campagna contro i fannulloni, gli sprechi, le consulenze da tagliare, i postulanti da rispedire a casa con un bel calcio nel sedere, nei pressi della scrivania del ministro si confeziona, con un lavoro di taglio e cucito, un bando su misura per acquisire la collaborazione di un giornalista su misura. Non c’è nulla che possa provare che il ministro della Funzione pubblica ne sia a conoscenza. Anzi è del tutto probabile che il taglio e cucito sia stato eseguito senza dar conto, per la modestia dell’incarico, al ministro.
E però fa un certo effetto sapere che il Centro nazionale per l’Informatica nella pubblica amministrazione, in sigla Cnipa, un ente pubblico che fa capo alla Presidenza del Consiglio ed è strettamente connesso al dipartimento della Funzione pubblica dove regna Renato Brunetta, per curare i rapporti con la stampa, promuovere l’immagine del centro e gli sforzi connessi alla digitalizzazione del sistema, abbia pensato di avvalersi di un giornalista con caratteristiche così lontane dal profilo di cui si richiede la collaborazione da apparire un bando davvero eccentrico.
I fatti. I dirigenti del Cnipa hanno bisogno di un giornalista. Non uno dei tanti, ma un tizio che sappia tutto di computer, navigato nei rapporti con gli enti pubblici. Giovane non necessariamente, anzi, per la verità, lo cercano esperto, piuttosto esperto. Il profilo “super senior” fa capire che c’è bisogno di un curriculum di vera eccellenza. Leggi tutto

matteoliAltero Matteoli è il primo ministro antifascista di Alleanza nazionale.
«Ai ragazzi di Azione Giovani ho spiegato per filo e per segno cosa significhi per me».
Ed è anche il primo ministro che potrebbe giovarsi, come Berlusconi, di una leggina, uno scudo verso i processi.
«Stamane ho aperto i giornali e, oddio, cosa ho fatto? Ho telefonato a Consolo e gli ho chiesto conto». 
Lui lo difende in tribunale, lui è l’ autore del mini-lodo.
«Mi ha spiegato anzitutto che questa è una proposta presentata la scorsa legislatura, mai dibattuta e dunque ripresentata adesso. Altro che cucita addosso a me!».
Equa.
«Pare sostenibilissima. Un ministro dev’ essere giudicato dal tribunale dei ministri».
Che è pur sempre un tribunale.
«Ecco, qua volevo arrivare. Mica sono pesciolini impauriti questi giudici? Gattini ciechi è meglio.
«Hanno la toga come tutti. E se le dicessi di quale reato sono stato accusato poi…».
E comunque lei non ha mai spinto l’onorevole Consolo.
«Ma assolutamente. Sono accusato di favoreggiamento per aver detto a un prefetto: mi dicono che c’ è un’ inchiesta su di lei».
Se la caverà.
«Il processo è a Livorno».
Consolo lo trascinerà a Roma.
«I rilievi penali sono risibili e io veramente resisto nella convinzione che sia giusto che un ministro
venga giudicato da un tribunale dedicato a queste cose».
Persona speciale, tribunale speciale.
«Chi mi conosce sa con quale misura e prudenza svolgo l’ attività ministeriale. Sono stato presente a tutte le udienze, mai una richiesta di sospensione».
Nessun impedimento?
«Mai avanzato l’ impegno parlamentare». Leggi tutto

Catone trionfa. Il segaligno e bilioso romano che perseguitava con la ferula implacabile delle sue leggi il lusso eccessivo delle opulenti matrone, si è trasformato in rond-de-cuir, e armato di matita blu cancella, cancella per la salvezza delle istituzioni e della pace sociale.
Il catonismo si è dilatato, ha invaso tutte le attività sociali e ha trovato nello stato di guerra l’ambiente favorevole per il suo completo sviluppo, come i microbi lo trovano nelle culture dei gabinetti anatomici. Non è l’intolleranza gagliarda di chi non può sopportare lo sproposito, di chi non può sopportare che il blocco granitico delle sue idee sia incrinato dall’equivoco e dal dondolismo; è lo stato d’animo che trova perfetta rispondenza nella massima di La Rochefoucauld: «A che pro convincere quando si può far tacere?», stato d’animo di grettezza e di mancanza di spirito di libertà, che è in alcuni la continuazione di un’abitudine prebellica, ed in altri l’espansione di una velleità per lungo tempo covata nel più profondo dell’animo. A che pro convincere? Per convincere bisogna polemizzare, produrre, bisogna affermare verità che scalzino convinzioni, lavorare insomma. Ma se lo stesso risultato si può ottenere facendo tacere?

Sotto la Mole, 8 marzo 1916

aspirapolvereMANUELA CAVALIERI

Continuo a pensare a lui, mentre guardo la tazzina con l’ultimo goccio di caffè. È andato via con due pesanti valigie rosse. Col suo abito blu chiaro un po’ sdrucito. Le spalle basse e l’espressione da cane bastonato. Quando è arrivato, nel primo pomeriggio, era raggiante.
Mi ha stretto vigorosamente la mano e mi ha sorriso. Ha poggiato a terra il suo bagaglio ed ha estratto il suo tesoro. L’ottava meraviglia. Supertecnologico, completo di tutto. Un gioiello. Quale donna non vorrebbe a casa un aiuto così portentoso! Lava, lucida, spolvera, aspira. “Vero signò?!” continuava a chiedere a mia madre, supplicando conferma. Entusiasmo da vendere.
Ma è caduto al caffè. Si è tolto gli occhialini, ha allentato la cravatta. Sorseggiando ho scoperto che aveva da poco compiuto vent’anni. Voleva fare il geometra, ma era andata male. Ed ora cercava di arrangiarsi per aiutare la madre sola “perché da quando c’è l’euro non si capisce più niente, vero signò?”
Gli ho chiesto se il lavoro gli piacesse e mi ha detto di sì, senza convinzione “perché bisogna adattarsi, non si possono inseguire i sogni, vero signò?”. Mi ha detto che ha imparato a fare buon viso a cattivo gioco: “Io so solo che devo bussare a una porta.” C’è chi apre e c’è chi insulta. Chi dice gentilmente no e chi ti manda a quel paese. “Ma io non ci resto più male. Se vuoi sopravvivere devi diventare insensibile, vero signò?”.
Che triste è adesso. A me tanto insensibile non sembra. “Forse tra una decina d’anni divento pure supervisore, e poi altro che trecento euro al mese e porte sbattute sul muso, vero signò?”.
Il caffè è quasi finito. Meglio risistemare la cravatta a pallini.
Richiude mesto le valigie, l’aspirapolvere ce l’abbiamo già. “Però se vostra figlia si sposa, glielo comprate da me! Vero signò?”

santospiritoMARCO MORELLO

Non saranno certo le delibere e i decreti a salvare dal naufragio la sanità laziale, almeno finché quei pezzi di carta carichi di buone intenzioni verranno furbescamente elusi. Come alla Asl Roma E, dove il direttore generale Pietro Grasso ha appena promosso Roberto Ricci a responsabile dell’unità operativa complessa di Cardiologia dell’ospedale Santo Spirito. Una nomina del tutto incompatibile con il piano di rientro approvato dal consiglio dei ministri lo scorso luglio, lo stesso con cui Piero Marrazzo è stato designato commissario ad acta. Dal punto numero uno del documento, infatti, emerge con chiarezza la «razionalizzazione della spesa per il personale, con particolare riferimento al blocco del turn-over e alla diminuzione delle posizioni organizzative e di coordinamento». Un blocco peraltro ratificato in via ufficiale dallo stesso governatore il 2 settembre scorso con un decreto di immediata evidenza: «Sono sospese per l’anno 2008 – si legge scorrendo il provvedimento – le nomine dei direttori di struttura complessa». Anzi, «il numero di tali direttori previsto nelle dotazioni organiche deve essere diminuito del 10 per cento». Ma appena 24 ore dopo il «diktat» di Marrazzo, Grasso ha chiesto una deroga per procedere con la nomina di Ricci e a metà settembre l’ha ottenuta. A sollevare la questione è stato il consigliere regionale Massimiliano Maselli, che sul caso ha presentato un’interrogazione. «La deroga – chiosa Maselli – è un grave atto di irresponsabilità. In un momento così delicato, tali forzature non sono accettabili per nessuno. Ancor meno per Grasso, che è stato convocato per un’audizione in commissione sanità il prossimo 7 ottobre: ho un dossier su una serie di suoi atti che remano tutti contro il piano di rientro». Non solo: sulla liceità della nomina deve ancora pronunciarsi il Consiglio di Stato, visto che un medico si è rivolto al Tar: il bando di concorso per quel posto di responsabile, infatti, è stato pubblicato solo sulla Gazzetta ufficiale e non sul Bollettino della regione. E poi non si capisce perché l’azienda sanitaria, se proprio c’era tutta questa urgenza, non abbia cooptato il primario dell’équipe di cardiologia del San Giacomo che adesso, alla luce della chiusura del nosocomio, dovrà essere ricollocato da qualche altra parte. Non di certo alla Asl Roma E: lì i giochi sono già fatti.

alemannoFLAVIA PICCINNI

Le scuse dei clienti di prostitute fermati a Roma dalla polizia potrebbero essere racchiuse in un libro. E il vademecum delle scuse assurde potrebbe essere un ottimo titolo. C’è chi dice che aveva riconosciuto nella prorompente africana bordo strada una vecchia compagnia del liceo, chi nella svestita russa un’amica di famiglia, chi si improvvisa a caccia di informazioni stradali e chi invece allarga le braccia e cerca comprensione, “Con mia moglie non va più” spiega.
C’è anche chi, come il sindaco di Roma Gianni Alemanno, dice che non ha mai avuto rapporti con le prostitute perché «Non ne ho bisogno. Sono sposato». La risposta, data alla giornalista Lilli Gruber, nel corso della trasmissione «Otto e Mezzo» in onda l’altra sera su La7, era d’obbligo per una domanda che non ammette repliche: «Ha mai rischiato di essere illegale?». Alemanno ha poi spiegato il senso dell’ordinanza «anti-lucciole»: «Oggi non c’è reato di prostituzione. La mia ordinanza mira ad evitare che, in luogo pubblico, nelle strade, avvenga questo spettacolo, vogliamo tutelare i nostri bambini». Alemanno ha precisato che l’ordinanza «non aggiunge nulla al ddl Carfagna, ma ribadisce che in luogo pubblico non sono sostenibili alcuni comportamenti che richiamano all’adescamento». E intanto alcuni romani cercano scuse sempre più fantasiose per scampare alla multa di 200 euro destinata ai clienti delle lucciole, le donne che fanno il lavoro più antico del mondo.

torreUn generale dalle mille energie e dalla franchezza stupefacente. Papista ma con una fede pericolante, peccatore consapevole e politico libertino. Il sindaco di Roma ha voluto Antonino Torre, parà in pensione, delegato “alla memoria di Roma”. Mal gliene incolse. «Quanti guai sto combinando. Sono una spina nel fianco, me caccerà».
Celebrare a Porta Pia i soldati del Papa è stata una sua idea.
«Esattamente».
Ha letto i morti del fronte papista.
«Il 15 giugno ero sul Col Moschin accanto ai paracadutisti del nono battaglione di assalto, gli arditi. Abbiamo commemorato i nostri e i loro».
Gli austriaci che li hanno infilzati?
«Esattamente. Un soldato ricorda tutti: i vincitori e i vinti».
Militia Christi ha esultato per la sua personale breccia.
«Sono un uomo libero».
Ma un po’ bizzarro.
«Matto?».
Provocatore.
«Il popolo Sioux aveva grande rispetto dei pazzi perché riteneva avessero un colloquio diretto con Manitù, il dio rosso».
Generale, ma chi l’ha chiamata in consiglio comunale?
«Mi hanno caricato a bordo all’ ultimo momento. Mi hanno candidato nella lista civica e nessuno si aspettava che venissi eletto».
Simpatie di destra?
«Macché».
Di sinistra.
«Macché».
Un pesce fuor d’ acqua. Alemanno lo deve sapere.
«La volta scorsa ho votato Veltroni, ma non perché mi stia simpatico. Anzi: ero intenzionato a dare una mano a Tajani, però purtroppo andai all’Ergife ad ascoltarlo. C’ era anche Berlusconi e questo Tajani disse: scusa presidente ma devo, col tuo permesso, dire una cosa su Veltroni in romanesco: A’ marzia’ facce rideee. Per una fregnaccia del genere chiedi pure il permesso? Capii tutto di Tajani in un attimo». Leggi tutto

dizionariocuoreFLAVIA PICCINNI

Il dizionario è qualcosa di inquietante. Racchiude tante parole e altrettanti significati in centinaia di pagine rilegate, che sembrano infinite se strappate e messe su un tavolo. Il dizionario racchiude la lingua italiana perché la lingua è fatta di parole, singoli lemmi e singoli significati. Degli incastri, poi, ognuno è responsabile.
Deve aver pensato proprio agli incastri Matteo B. Bianchi, scrittore e autore televisivo, quando ha deciso di iniziare a costruire il dizionario affettivo degli autori italiani. Ci ha messo due anni di lavoro, oltre quattrocento contatti e, fra rifiuti, litigate, apprezzamenti, grazie all’aiuto dell’editor Giorgio Vasta, ha costruito quello che si può definire il dizionario del cuore, che fandango ha pubblicato e io ora ho qui in mano.
Ci sono oltre trecento autori per trecento lemmi. C’è Andrea Camilleri, Giancarlo de Cataldo, Sandro Veronesi e poi Paolo Giordano, Elena Stancanelli, Giuseppe Genna. Insomma, una piccola fotografia degli autori attivi in Italia e dei loro personalissimi gusti in fatto di parole. Non deve essere stato facile, comunque, soprattutto per chi lavora quotidianamente con i vocaboli, selezionare in quel grande bagagliaio che è il lessico un solo lemma. Una sola parola per esprimere qualcosa di emotivo, esclusivo, sensibile. Fra ricordi personali, considerazioni linguistiche, giochi di parole e precisazioni stilistiche, ogni parola sembra quasi il ritratto di chi la cita. Quasi che la lingua sia il solo e unico specchio (credibile) di chi la usa.