DELRIO AVVERTE: “SE CI DIVIDIAMO SUL DESTINO DI QUELLO SIAMO MORTI E SEPOLTI”. FASSINA: “IL SOSPETTO È INEVITABILE”


La paura è che questo partito possa di nuovo debosciarsi. Tradire e tradirsi. Come un alcolista che malgrado gli sforzi cade nel vizio. Il terrore è giungere a metà ottobre al punto di non ritorno: contarsi ancora una volta nel nome di Silvio Berlusconi. Provare a essere rapiti persino nella valutazione della sua condanna. Essere trascinati nell’aria zozza di chi pugnala alle spalle, di chi vende l’onore altrui senza la forza di consegnare alle stampe il proprio viso. È il terrore di annotare, nel buio fitto del voto segreto, il numero di chi ha osato dire no alla decadenza. “Posso garantire la nostra determinazione, e la puntualità con cui la Giunta emetterà il suo verdetto. Lei però mi parla del dopo: dell’aula del Senato, dell’ipotesi che il voto da palese divenga segreto e che la segretezza porti quella robaccia con sé. Il Pd ha conosciuto i 101 che hanno votato contro Prodi, quindi la possibilità esiste, anche se il rischio è remoto. Temo, certo che sì”. Tremano tutti, e anche a Felice Casson, che è stato un giudice integro e oggi resta il teorico della linea della fermezza, tocca ponderare l’eventualità che Berlusconi sia così abile e così spericolato da condurre il Pd e grappoli di senatori di ogni altra foggia e misura (da Scelta civica ai terribili grillini) a condurlo alla salvezza, portarlo nella nebbia fitta e da lì fuori pericolo.
COME NUVOLE che in cielo si riallineano e si ritrovano improvvisamente vicine, il destino di Berlusconi si coniuga al destino del governo, la sua morte alla fine delle larghe intese, la corsa verso le elezioni al blocco di tante singole carriere, piccole e grandi. E così, quando gli umori cambiano repentinamente come le nuvolette in cielo, il clima generale subito ne risente: ieri nervoso, oggi rilassato. Ieri contrapposto oggi compiaciuto. Ieri tutti sulle barricate, oggi tutti sui sofà. Di nuovo Berlusconi e di nuovo quella parola, campagna acquisti, che terrorizza solo a pronunciarla e impone uno scatto immediato per respingerla, trascinarla lontana da sé con il tacco della scarpa come fosse una cicca di sigaretta spenta. “Il partito sarebbe morto e sepolto se si mostrasse diviso sul destino di quello lì. Non ci sarebbe più. Punto e basta”. Vero, fa paura pensarci, e neanche vorrebbe farlo Graziano Delrio, ministro per gli Affari regionali, ma soprattutto amico di Matteo Renzi, dunque parte dell’enorme pentolone in cui bolle l’acqua del partito. Renzi ha fretta di conquistare il partito, di contarsi dentro e poi fuori. Renzi annuncia lo sfratto a Enrico Letta, ma deve notificarglielo. E come si fa se la strada delle elezioni è sbarrata e quella del congresso pure? Michele Anzaldi è della sua falange: “Ancora non abbiamo una data per decidere il nome del nuovo segretario, ed è ragionevole pensare che la dilazione significhi ostruzione, che il contrasto venga aiutato dai cavilli, dalle eccezioni, e da piccole o grandi novità”. Se Berlusconi cade per mano del Pd, il governo cade per mano di Berlusconi. Dunque è più probabile che si voti, ed è più probabile che Renzi conquisti, con il partito, anche il governo. È questa l’ipotesi ancora più accreditata, malgrado Napolitano aggiunga moniti ai suoi già pressanti consigli di non fare di un destino personale il destino della Repubblica.
MA È ANCHE vero che sul destino di Silvio si srotola il destino dei suoi oppositori, le velleità di singoli, le speranze di molti. E la battaglia sul fronte esterno può pericolosamente intersecarsi con quella interna. Se le lingue si confondono, gli animi si incupiscono, le diagnosi si complicano e ciascuno guarda a sè. L’idea di fregare l’amico anche al costo di salvare il nemico atterrisce ma non è esclusa. E si somma all’eventualità che rasenta la perdizione: ogni carriera è in vendita e l’intelligenza col nemico, per profitto personale, è già consuetudine nella storia della Repubblica, già riempie pagine di un processo che si sta per aprire a Napoli. Il terrore è che malgrado le urla dei militanti, gli inviti alla schiena dritta (e alle mani a posto) qualcuno possa procedere come prima. “Un partito che ha combinato quel poco a maggio porta con sé il sospetto che in quell’occasione una resistenza sia stata organizzata e ancora oggi conservi una possibile vitalità e un interesse a proseguire nell’opera di denigrazione. Ma dobbiamo trovare il modo per scongiurare alla radice anche la possibilità teorica che questo assunto possa ritenersi plausibile, e immaginare modi, se la votazione dovesse essere segreta, in cui il voto del singolo abbia un suo vestito, una propria faccia. Se c’è gente che ha in mente di distruggere l’immagine del Pd, deve sapere che esistono modi per sterilizzare questo sciagurato tentativo”, dice Stefano Fassina, vice ministro all’Economia. O solo spera.

da: Il Fatto Quotidiano, 12 settembre 2013

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One thought on “Il voto segreto su B? Il Pd teme i killer che colpirono Prodi

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