E PURE PRODI. L’EX SEGRETARIO: “IN AZIONE UNA SALA MACCHINE”. I RICORDI DI ALCUNI NOTABILI DEMOCRATICI
Ci fu una regia, più mani che insieme costruirono una “sala macchine”nella quale si congegnò l’ordigno per far fuori Romano Prodi dal Quirinale e Pierluigi Bersani dal Pd. Con quel che ne è seguito e che nel disegno era evidentemente pianificato: la richiesta di un supplemento di presidenza a Giorgio Napolitano e la cooptazione di Silvio Berlusconi al governo, il timbro del nuovo corso, delle grandi intese, della “cooperazione” tra gli opposti per la salvezza del Paese. C’è un po’da sussultare nella verità che Bersani, il protagonista sconfitto, elargisce, facendosi cadere le parole dalla tasca, sul finire di un’intervista a Repubblica. Parla di questa sala, e offre limpida l’immagine cruenta di un putsch, un complotto per cambiare il corso della storia, sovvertire, con un accordo segreto, la linea ufficiale. È dentro il Pd che bisogna indagare, andare ancora più a fondo, sembra dire Bersani, verificare fino a che punto si sia spinta l’intelligenza col nemico, i dettagli dell’accordo, la stesura del compromesso. Leggi tutto

Non passa giorno senza che Cécile Kyenge, ministro dell’Integrazione, venga fatta oggetto considerazioni di vario e chiassoso razzismo. È bersaglio naturale, destinazione attesa e insieme occasione imperdibile per liberare chili di rancore e individuare nel turpiloquio la difesa dell’identità nazionale. Questo giornale non ha mai mancato (né lo farà in futuro) di segnalare e denunciare l’inciviltà, l’aggressione a volte squadristica e insieme segnalare la dignità con cui la ministra rintuzza le provocazioni e le parole d’odio. Se però andiamo alla radice della questione, la scelta di affidare a una immigrata il ministero dell’Integrazione acquista, al fondo, un sapore ugualmente sospetto. È una decisione, malgrado ogni buona intenzione del premier, che rasenta – per paradosso – il confine sottile di un atto intimamente e inconsapevolmente ghettizzante. Fa domandare: perché proprio a questa signora emiliana, cittadina afro-italiana, di professione oculista, è toccata in sorte la cura della più drammatica delle emergenze civili del nostro tempo? Leggi tutto

L’EROE DEI DUE MONDI ASPETTA IL MONUMENTO ALLA SUA IMPRESA DAL 12 MAGGIO 1860, IL GIORNO SUCCESSIVO ALLO SBARCO DEI MILLE IN SICILIA. TERRA DOVE È TUTTO FERM O, A COMINCIARE DAI TRENI: DA CASTELVETRANO A PORTO EMPEDOCLE-AGRIGENTO LE STRADE FERRATE E LE STAZIONI SONO ORMAI ABBANDONATE DAL LONTANO 1986binariomorto
La stazione di Alcamo è un bel covo di rondini. Lasciata in territorio franco, una campagna aperta e assolata, è stata presto conquistata dall’aria e dalla terra agli animali. Le rondini hanno deciso di realizzare nel salone desolato e lungo la pensilina defunta una piattaforma mediterranea di partenze e arrivi, una centrale demografica della loro specie, un sistema di cure per volatili infermi o affaticati, per gli appena nati, rondini-baby bisognose di attenzioni. Da terra, i cani randagi presidiano la piazzola d’ingresso in un via vai impressionante, un traffico di bocche affamate e assetate, meste testimoni dell’inoperosità dell’uomo. C’è, è vero, un capostazione. È solo al comando. Qualche vagone ancora parte, direzione Palermo. Quanti viaggiatori si affaccino fin quaggiù è questione aperta al mistero.
La ferrovia va a scartamento ridotto, i treni la raggiungono quando possono, come possono. Meglio l’auto o, naturalmente, il bus. La costa meridionale della Sicilia occidentale è un lungo, impressionante binario morto. Ramo secco non solo la ferrovia, ma gli arbusti, i terreni, le case, i paesi e le città. Limpida metafora dell’inutilità, della superfluità, di un’Italia da mandare in cantina, sotterrare alla vita civile, lasciarla deperire, mortificare, annullare in un’agonia disperata. Non c’è Stato quaggiù. Ed è così visibile l’assenza di un ordine che la bellezza straripante della natura riesce a malapena a mitigare lo sforzo della classe politica di rendere inospitale un’esposizione universale della cultura classica e di quella araba, incrocio formidabile di conquiste, terra da sbarco, terra da guerre e di fede. Di là c’è Marsala, e i Mille di Garibaldi. Ma prima, verso Calatafimi, il treno dei desideri, se solo ci fosse, ci condurrebbe a Segesta, antica città dorica. Il suo magnifico tempio domina la valle e alla sua ombra è defunta la ferrovia. Roba vecchia, inutile, dismessa. Non c’è nulla che funzioni più, l’ultimo treno è passato da qui il 25 febbraio di quest’anno. “Allontanarsi dai binari, treno in transito”: è il nastro registrato che continua a fare imperterrito il suo lavoro. “Si avvertono i signori viaggiatori”… Si piange o si ride? Leggi tutto

binariomortoDELLA MEGA STAZIONE DI COSENZA RIMANE SOLO IL PARCHEGGIO INTERRATO RIDOTTO A PICCOLA DISCARICA URBANA, L’ATRIO DESOLATO E LA LITTORINA DIESEL CHE ASPETTA DI PARTIRE VERSO IL NULLA. IN DIREZIONE CATANZARO SOLO POCHE FERMATE POI BISOGNA LASCIARE IL CONVOGLIO PER SALIRE SULLA CORRIERA SU GOMMA


A Cosenza la stazione ferroviaria è divenuta una escrescenza, un abuso, un punto dell’anoressia sociale. I treni si sono ridotti al punto da sostenere il traffico delle poche tratte locali, lo scalo merci è chiuso, chi deve partire di certo non ha cuore di mettere piede qui dentro. Resistono due tassisti sotto il sole di luglio. Il primo ha sistemato una poltroncina di tela sul marciapiede. C’è da aspettare molto e da avere fede nel prossimo. Chiesero allo studio Nervi di progettare questa stazione, e farla grande, importante. Infatti furono spesi tanti soldi, e al solito, oggi, di quei soldi restano grandiosi vuoti tecnici. Il parcheggio interrato ridotto a piccola discarica urbana, l’atrio desolato, la littorina diesel che aspetta, afflitta e sola, di partire verso il nulla. Hanno chiuso ogni speranza ai binari, tutti hanno l’obbligo di viaggiare su gomma attraverso le strade interrotte, le frane ricorrenti, i lavori in corso. Bisogna fare la fila, stare in fila anche qui, anche in questo territorio che non conosce metropoli, ma solo affari metropolitani. Leggi tutto

Lungo la tratta da Sicignano a Lagonegro s’incontrano aziende funzionanti e mega inganni di imprenditori “mariuoli” con i soldi pubblici. A Polla, 5mila anime in provincia di Salerno, in piazza i binari sono stati sepolti sotto al cemento per agevolare il passaggio degli autobus


Lagonegro (Potenza) – Lasciato il binario morto alla vista della piana di Foggia, mi dirigo verso il mare. Adesso ho la Puglia alle spalle e Agropoli all’orizzonte, nel Cilento. Percorro la fondo Valle Sele: una strada dritta e nell’ultimo tratto deserta che sbuca sulla Salerno-Reggio Calabria, l’opera più illustrata d’Italia, capitale degli appalti, mangiatrice di commesse, teatro immobile di uno spreco immane di energie, di parole e di buone intenzioni. Inondata di milioni e di lavori, attende oramai sfinita dall’indigenza e dalla vecchiaia di esser degna del nome di autostrada. Se la strada subisce, all’altezza di Maratea, in Lucania, restringimenti e incolonnamenti, i binari cominciano a infettarsi di ruggine centoventi chilometri prima. L’alta velocità si ferma a Salerno. Da lì il treno prende il singhiozzo, si fa lento e infine –
presa la via delle montagne – scompare. Un po’ come l’Italia. Roma è lontana e la locomotiva ha il passo ancora buono quando taglia la piana di Battipaglia e sfiora i templi di Paestum. La magia della Magna Grecia è insieme un monumento alla memoria, una sfida dell’arte all’uomo ed esposizione universale dei nostri difetti. Paestum è inglobata in assi stradali, case, villette, bancarelle. Non ha respiro, come se le mancasse una prospettiva di felicità. A pochi metri di distanza risiedono, costipate in campetti di fango, le bufale a cui dobbiamo la più buona mozzarella italiana. M’incuriosiva capire perché la bufala s’inzozzasse, perché preferisse rilassarsi nel fango anziché adagiarsi sul prato. Leggi tutto

binariomortoVIAGGIO SULLA STRADA FERRATA NATA NEL 1892 PER PORTARE GLI IRPINI ALLA STAZIONE DI ROCCHETTA SANT’ANTONIO: LUOGO DELLE SPERANZE DA DOVE PARTIVANO I CONVOGLI “ESPRESSO ” PER TORINO, MILANO E PER LA GERMANIA DAL DICEMBRE 2010 QUEI 119 KM NON VENGONO PIÙ PERCORSI: ORMAI È SOLO DESERTO
Se puoi, se ti va bene, tra le sette e le dieci del mattino trovi il treno. Se ritardi torni a casa e aspetti. Perché intorno alle 14 ripassa una locomotiva ma alle 18 finisce ogni ansia, ogni movimento. D’altronde è corretto: quasi tutti i treni sono stati soppressi.

Tenere aperta un intero giorno la stazione di Avellino a cosa serve? E soprattutto: a chi? L’Italia sprecona, che ha consumato ogni pudore dirottando verso tasche bucate miliardi di euro, solo con la ferrovia ha avuto la mano di ferro. In mezzo secolo sono stati dismessi circa seimila chilometri di binari, solo negli ultimi vent’anni un supplemento di qualche centinaia di tratte sono state destinate alla ruggine e alle erbacce.
Il treno costa e non passa più. Non sostenibile economicamente. Troppo pesante il salasso delle casse pubbliche, troppo oneroso tenere aperta una strada ferrata, specie se corre tra le montagne. Adesso ci sono le strade (e ponti, viadotti, assi attrezzati) e i bus. E tutti oggi hanno l’auto. Chi vuole parte. All’ora che gli piace, quando gli fa comodo. Veloce, sicuro, tranquillo.
È così? Siamo proprio sicuri che sia così? Leggi tutto

Domani, 14 agosto, compare sul Fatto la prima delle cinque puntate del viaggio lungo alcune delle tratte dismesse delle ferrovie italiane.

In autunno sul Fatto.it un documentario in più puntate curato da Enzo Monteleone, una grande firma del cinema d’inchiesta italiano.

Le riprese sono di Vittorio Antonacci


Come si può invitare al rispetto per la magistratura e nel contempo raccomandare di proseguire l’alleanza con il partito il cui leader è un pregiudicato? È questa la contraddizione in termini in cui il Presidente della Repubblica fa sprofondare il Partito democratico ingiungendogli di espandere i limiti e la legittimità del potere della rappresentanza politica. Non soltanto l’alleanza di governo deve restare immutabile ma, seguendo le parole del Quirinale, dovrà sviluppare un tracciato di riforma costituzionale, includendo per sovrammercato anche la riforma della giustizia, sulla scia del lavoro preparato dai saggi nominati dal Colle. Come dire che il piatto è bell’e pronto. Basta servirlo a tavola e saziare tutti gli appetiti. È qui che si fa palese il colpo di mano, la forzatura inammissibile al mandato popolare. Ed è su questo punto che il Partito democratico deve interrogarsi. Può proseguire il suo cammino come se nulla fosse accaduto? Può avanzare verso il cambio delle norme costituzionali senza osservare la minima prudenza democratica: in nome di chi? Con quale voto popolare? Leggi tutto

SANTANCHÈ A FIORONI: “VOI NON AVETE NEANCHE LE PALLE DI DIRCI CHE FACCIAMO SCHIFO”

Con notevole piglio pitonesco ha avanzato la prova regina e ridotto al silenzio l’uomo che stava a fianco e tentava di infiorettarle una mestizia di lacca: “Voi non avete neanche le palle di dirci che vi facciamo schifo”. Niente, non è successo niente. Beppe Fioroni non ha dato segni di rivolta ideologica e Daniela Santanchè, imperiale nella sua smisurata cattiveria, non ha ritenuto di passare alle mani. Restano come sono, mezzi amici e mezzi nemici, né lontani né vicini, amanti nella tormenta, alleati tra le nuvole. Davvero impressionante il catalogo dei viventi che passeggiava ieri in Transatlantico in cerca di un perché, di una ragione di sopravvivenza o un segno di morte rallentata, approssimata possibilmente per eccesso. Leggi tutto

Viene consegnato all’archivio, insieme alla sentenza passata in giudicato, anche il volto di Niccolò Ghedini, presidio permanente della difesa berlusconiana, incrocio spettacolare di un conflitto d’interessi limpido e oramai ventennale. Avvocato sì, ma deputato. Avvocato e poi oggi anche senatore. Dunque applicatore delle regole della difesa e insieme legislatore, ideatore delle tecniche della difesa e – per derivazione – dell’ostruzione, del rallentamento forzato delle udienze, delle eccezioni, dei mancamenti, e naturalmente dei legittimi impedimenti. Se l’epopea giudiziaria è parsa interminabile lo si deve anche a questo padovano liberale, proprietario terriero, teorico “dell’ingiusto processo”, dell’accanimento giudiziario, della persecuzione sistematica da parte della procura di Milano contro la figura, la storia e la politica di Berlusconi, oggi persino ex Cavaliere.

GHEDINI AVREBBE perso anche in caso di vittoria, Leggi tutto