guido-bertolaso-candidato-sindacoAppena mi vedono restano un po’ freddini, distanti, come se indugiassero nel sorriso.

Spernacchiano, ironizzano?

Niente di tutto questo, semplicemente restano sulle loro. Poi mi vedono all’opera, riconoscono nel mio linguaggio il tipo pratico che sono, la capacità di aggiustare le cose. E i romani vogliono vedere aggiustata la loro città. Perciò nel prosieguo dell’incontro si aprono, hanno in me l’artigiano che manca, il falegname che non c’è, l’asfaltista che li assilla, l’operaio che latita.

Guido Bertolaso è l’uomo del fare ante litteram.

Un sindaco che sa quanti centimetri di asfalto bisogna dare, sa cos’è il tal quale, sa come si riempie una buca, si fa camminare un bus, si apre una scuola, si costruisce una casa.

Non parliamo di case che penso a L’Aquila.

Convengo che sul punto ci possono essere differenti valutazioni tra me e lei.

Sorvoli su L’Aquila.

Ho risolto i rifiuti a Napoli.

Sorvolerei anche su Napoli.

Mica possono ricordarsi di come ho organizzato i funerali del Papa?

Tutti dicono che si ritirerà dalla corsa. I sondaggi non le danno scampo.

Tutti chi?

Tutti tutti. Non c’è uno che creda a Bertolaso sindaco.

Tutti quelli che mi vogliono fottere. Leggi tutto

marino-niola

Il nostro martire è l’agnello, lui il capro espiatorio, l’animale che col suo sangue leva a noi tutti i peccati. Martirio, sacrificio, peccato e sangue sono però parole che oggi suonano così prossime alla nostra vita, così temibili per la nostra libertà. Nuove, minacciose e fanatiche.

Professor Marino Niola, lei studia i riti dell’uomo. L’agnello per noi è divenuto solo parte di un menu.

Cosciotto o coratella? La secolarizzazione tra le sue innegabili virtù ha purtroppo il vizio di confinarci nel vuoto della memoria. Domani troveremo a tavola l’agnello al quale daremo il valore più immediato e modesto: gustoso cibo per il nostro palato, piacere per il nostro corpo, appuntamento conviviale genericamente festoso.

Questa è la settimana del sacrificio.

Del sacrificio animale. Altrove gli sgozzamenti – di pecore o montoni o agnelli – e il sangue sono manifesti, visibili in una relazione aperta, diretta, in un rapporto contiguo e permanente col sangue e con la morte. Ma la nostra cultura, anche quando si tratta di animali, rifiuta di vedere la morte, la esorcizza, la disconosce, la rende astratta. E quando proprio non può farne a meno, perché quell’ora arriva, tenta di renderla incruenta, la trasforma in dolce. L’uccisione, anche dell’agnello, avviene al buio, al chiuso, lontano dai nostri occhi. E suonerebbe assai disdicevole se potesse accadere il contrario. Il nostro rifiuto è assoluto e non esiste categoria che relativizzi la morte. Non assistiamo al sangue versato. Ci inorridisce se capita a un nostro simile, ci fa star male se accade per un animale. Leggi tutto

luca_mercalliTra qualche tempo conosceremo un’altra figura di migrante: il profugo climatico. Sarà la siccità o l’inondazione, l’uragano o la tempesta tropicale a trasformare gli uomini in sventurati. E la sventura avrà la solita rotta: dal sud verso il nord del mondo. Con Luca Mercalli, senza alcun dubbio il più lucido analista delle nuvole, parleremo dei tempi funesti che ci aspettano e anche della nostra sordità, dell’indifferenza davanti ai grandi temi della vita e dell’ossessione invece per il dettaglio.

A nessuno frega molto se l’oceano si innalza, ma quotidianamente siamo ossessionati dal tempo che fa. Neve, grandina, piove? Tutti a fare clic col mouse, meteo da tutte le parti. E quando non è acceso il computer c’è la tv, quando non siamo in casa ecco la radio che ci insegue con le previsioni.

È un fatto certo che i ghiacciai della Groenlandia si sciolgono progressivamente, ed è certo che ogni anno gli oceani si ingrossano di tre millimetri. È anche sicuro, pronosticato senza alcun margine di errore, che da qui al 2100 il livello dell’oceano aumenterà di mezzo metro. Intendiamoci: il mezzo metro è la misura minima, a condizione che gli impegni assunti alla conferenza sul clima di Parigi siano tutti rispettati. Se così non sarà, avremo un metro e anche più di acqua. Leggi tutto

Massimo D'Alema, alla presentazione del libro 'CONFITEOR. Potere, banche e affari. La storia mai raccontata' di Cesare Geronzi e Massimo Mucchetti al Palazzo della Cancelleria, Roma, 11 Dicembre 2012. ANSA/SAMANTHA ZUCCHI

Dovremmo poter fare a meno di Massimo D’Alema. Dovremmo poter dire, dopo oltre un trentennio delle sue cure, che la stagione è tramontata, la sua esperienza è chiusa, la sua personalità ininfluente. Se il suo giudizio resiste agli anni e persino alle sue colpe è perché, malgrado tutto, non sembra esistere nessun’altra altra voce capace di suscitare interesse e attenzione.

Questo è il tempo della sordità civile. Quante volte e con quale quantità di argomenti, per fare solo l’esempio più eclatante, si è sottoposta a critica la riforma costituzionale? E cosa è accaduto dopo? Il nulla. Un governo di sordi e una società di sordi hanno lasciato che la nuova Costituzione fosse scritta come un qualsiasi decreto milleproroghe, ha giustamente ricordato Gustavo Zagrebelsky.

Gli intellettuali dormono, il conformismo culturale non li tocca. E la crisi del Pd, che certo non nasce ieri, con quale puntiglio e attenzione è stata affrontata, denunciata, illuminata dai padri fondatori del partito? Poche, smozzicate frasi inserite in interviste e dialoghi sui massimi sistemi. Di più non s’è visto. Walter Veltroni è divenuto un puntino nero all’orizzonte. Si interessa di cinema e basta. Quel poco che pensa di Renzi dev’essere estratto da miscugli di retroscena, brevi sorsi di indiscrezioni. Romano Prodi affronta i problemi del mondo. Non parliamo di Piero Fassino, il predecessore di Veltroni alla segreteria. È utilmente impegnato ad allungare la sua maratona politica a Torino e come contropartita offre al premier-segretario il suo silenzio. Enrico Letta, il più giovane dell’ancien régime, è volato a Parigi, degli altri – del corale muto ossequio – sia steso pietoso velo.

Il nuovo è Renzi, ma del vecchio cosa c’è da salvare? Almeno le parole e i giudizi di D’Alema hanno il pregio di non essere finti, balbettanti e ipocriti.

Da: Il Fatto Quotidiano, 12 marzo 2016

pittella-delucaLa Campania è stata appaltata a Vincenzo De Luca, la Basilicata offerta in gestione ai fratelli Pittella, la Calabria a un consorzio di imprese individuali. La Sicilia invece è un franchising (fatturato interessante), come pure la Puglia che ha, però, più problemi di liquidità.

Per la holding renziana il Sud non è altro che un vitalizio. Una rendita permanente, un incasso sicuro in termini di voti, una cambiale a doppia cifra sempre onorata alla sua scadenza.

IL MEZZOGIORNO non è più un territorio ma una provvista, è denaro contante, perché i voti sono come i soldi, si contano e si spendono. In cambio la società capogruppo laggiù non mette piede né becco, non vede, e se vede non mette a fuoco, non sente, e anche quando ascolta si tura le orecchie, e nemmeno vede. Cieca, signora mia!

Non che i leader che l’hanno preceduto abbiano fatto meglio, ma con Renzi si arriva allo Zenit. Adesso che la Campania sporca le primarie al Pd, proprio mentre il Pd era intento a sporcare i Cinque Stelle con le vicende immorali di Quarto – cioè sempre con un po’ di Campania –, ci ricordiamo che il presidente del Consiglio alle scorse primarie era riuscito a ottenere nella città governata dall’attuale presidente della Regione, cioè Salerno, il 97 per cento dei consensi in città e il 71,3 per cento dei consensi in provincia. Leggi tutto

giorgio-assennatoSe l’Ilva non sputa più in aria il veleno di una volta, il fuoco e il fumo di una volta, lo dobbiamo alla capacità e all’integrità di Giorgio Assennato, 68 anni, professore in pensione di Medicina del lavoro e soprattutto direttore dell’Agenzia pugliese di protezione dell’ambiente. I suoi dati sono serviti alla magistratura locale, l’unico potere che si è rivelato integro, per addomesticare con la forza bruta delle ordinanze l’espansione cancerogena dell’industria dell’acciaio, mettere a posto la famiglia Riva, detentrice di un potere totalitario sulla città e sulla politica, e ricondurre la questione lavoro nell’ambito della legittima pretesa di non scambiare quell’offerta con la vita dei lavoratori. Ma Assennato è anche colui al quale la stessa magistratura, naturalmente per mano di altri procuratori, imputa “il completo asservimento”della sua funzione ai poteri forti. Quindi se l’Ilva ha vomitato veleno è anche perché lui ha chiuso un occhio, o forse tutti e due.

Eccoci al punto: lei professore è stato l’uno e il suo opposto.

Sono stato il nemico numero uno dell’Ilva e il Giuda che ha tratto in inganno la città.

Volendo potrei dirle che ha una personalità poliedrica.

L’unico mio dispiacere è che morirò prima di veder concluso l’iter giudiziario. Sono stato infilato in un mega-processo che deve ancora iniziare e durerà anni. Temo che non avrò vita quando decreteranno l’innocenza.

Ma com’è stato possibile?

Le vie della diagnostica giudiziaria mi sono sconosciute. Dicono che avrei preso ordini da Nichi Vendola per addolcire, sminuire, ridurre l’impatto venefico dei fumi dell’Ilva.

Lo dicono e lo provano?

Lo dicono e non lo provano, almeno secondo me. Non sanno o non ritengono plausibile che una persona non sia cameriere. Non sanno o non ritengono possibile che se Vendola mi avesse davvero chiesto questo io l’avrei preso a calci nel sedere. Calci in culo a Vendola e anche al Papa, se si fosse presentato Sua Santità. Leggi tutto