alaricoIl barbaro c’è. E se non c’è, aleggia. E se non aleggia? Il barbaro si chiama Alarico, re dei Visigoti e saccheggiatore di Roma (410 a.C.). Un barbaro al quale Cosenza è così affezionata che da tre secoli sta cercando la sua tomba e le 25 tonnellate d’oro e le cinque d’argento del tesoro trafugato e deposto nel letto del fiume Busento. Ma il colpo d’ala finale e un quid di creatività in più, che come vedremo, chiama in causa anche le forze militari israeliane, l’ha impresso il sindaco Mario Occhiuto. Architetto viaggiatore e soprattutto teorico oramai da un quinquennio della necessità di Cosenza di agganciare la sua crescita a un volto, un’idea, una storia. Alarico è leggenda e Occhiuto chiede da tempo all’Italia di investire sul barbaro. Bello o brutto, buono o cattivo, sempre un richiamo turistico è. “Bisogna contestualizzare, altrimenti che diremmo di Alessandro Magno?”, ha spiegato più volte per contestare la cordata di storici e archeologi che gli rinfacciano l’effetto ottico, lo scavo sul nulla, la memoria suicida.

Il duello con storici e archeologi Trentuno di essi hanno rivolto un appello al ministro della Cultura perché non corresse dietro all’innamoramento insensato e soprattutto infondato. Tra i firmatari anche Licia Borrelli Vlad, membro Unesco, già ispettore centrale per l’archeologia e soprattutto firmataria dell’expertise che dichiarò inesistente la tomba. Con lei i maggiori archeologi e storici dell’arte, tra cui Salvatore Settis. Appello andato a segno, nel senso che il ministero ha stracciato la convenzione che lo voleva impegnato a finanziare Alarico, ma non ha spento l’energia del sindaco di Cosenza che continua a sognare una tomba, e se non una tomba un pezzetto di barba, un coccio di elmo, la punta di una spada. Qualcosa insomma che dal letto del Busento, il fiume che scorre e divide la città, faccia risalire il suo nome all’onore che merita. E soprattutto convinca i turisti che la città dei Bruzi è una meta imperdibile. “Giapponesi, tedeschi, francesi già riempiono le nostre strade”, ha raccontato una nota del municipio. Alarico è un brand vincente. Conta la percezione, la supremazia dell’apparenza sulla realtà.

I milioni e flash dei giapponesi In effetti era abbastanza bizzarro che lo Stato investisse quattrini alla ricerca del dubbio: c’è o non c’è? A proposito di scavi. Già nel 1747 Ettore Capecelatro, preside della provincia della Calabria Citeriore, mise alla ricerca del grande visigoto mille uomini. Scavarono e scavarono ma nulla si trovò. Era il 1965 quando un rabdomante col suo bastone biforcuto chiamò alla scoperta. Sentiva Alarico sulla punta dei suoi piedi. Altre certezze furono offerte da Natale Bosco, dipendente di un supermercato ma ultras sfegatato di archeologia che promise di aver individuato dalle parti di Tarsia il tesoro e il suo re. Nel salto dei tempi, riferito che anche Hitler si interessò, diciamo per competenza professionale, al grande barbaro, mito nazista, inviando il fido Himmler in Calabria, la questione Alarico è andata avanti pigramente. Fino a quando Occhiuto, che non dimentichiamo, per dare brio alla città, ha voluto Vittorio Sgarbi assessore, l’ha presa in mano e issata in vetta alle sue priorità. Nel bouquet di incontri che ha avviato a est e ovest del pianeta ce n’è uno anche con Edward Luttwak, stratega militare americano e gran frequentatore dei talk show italiani. Luttwak è anche cultore di storia antica e, saputo delle ricerche in corso, è giunto a Cosenza per pianificare un progetto supertecnologico. “Conosco un giovane ingegnere militare che si occupa d i Gaza e mi ha garantito che lui può venire a presentare un progetto militare per agevolare le ricerche”. Grazie a Luttwak, Cosenza è in attesa di droni israeliani che dovrebbero coordinare dal cielo ricerche avanzate con sofisticatissima tecnologia militare. Tutto è possibile, e a prescindere dalla realtà, un fatto è certo: “Investiremo 5 milioni di euro per edificare un museo intitolato ad Alarico”, ha detto Occhiuto. Cosenza è in corsa per divenire nel 2018 capitale della Cultura, e qualcosa si dovrà fare. Con il Visigoto, e a prescindere.

Da: Il Fatto Quotidiano, 11 dicembre 2016

daniele-manniÈ un prof volitivo, creativo, innovativo. Ai ragazzi dell’istituto tecnico Galilei di Lecce Daniele Manni, 57 anni, docente di Informatica, sta molto simpatico. Al punto di volerlo vedere premiato all’Italian Teacher Prize, costola del Global Teacher Prize, il Nobel per l’insegnamento nelle scuole voluto dalla Varkey Foundation presieduta da Bill Clinton.

Lei dunque gareggia per la prima posizione in Italia. Il miglior prof che abbiamo?

Ma no. Forse hanno apprezzato la disparità dei temi trattati con i ragazzi, l’arco dell’impegno scolastico e anche extra.

Lei insegna Informatica. Ma sembrerebbe che faccia tutt’altro.

Insegno l’informatica nel corso delle attività che svolgiamo. Abbiamo negli anni concorso a realizzare molti progetti in campo sociale. Dall’impegno per la pace (nostra è la bandiera più grande del mondo), al sostegno all’uso delle bici.

L’avete chiamato Movimento cinque selle per arruffianarvi un po’ quegli altri.

Minime strategie di marketing. Dobbiamo imporci sul mercato delle idee e delle opinioni. Nel Salento, piatto come un biliardo, l’uso della bici dev’essere ancor più incentivato. E poi la campagna per la pulizia del territorio con gli ecodays.

Un weekend con la scopa in mano.

Abbiamo chiamato a raccolta le famiglie dei ragazzi e tutti coloro che volessero partecipare. Ciascuno adottava un pezzetto di Salento e lo tirava a lucido.

Grande impegno sociale, ma l’informatica ancora non si vede.

Anche qui, capiamoci: questi progetti hanno avuto bisogno del supporto del web. E i ragazzi hanno messo in pratica le nozioni scolastiche, anche se da nativi digitali sono padroni della materia. Con me hanno affinato il carattere multimediale, hanno conosciuto un impegno pubblico che li rende più consapevoli e sicuri.

Il piatto forte suo però sono le piccole iniziative economiche.

Start up, oggi si chiamano così.

Elenchi.

Nell’istituto abbiamo creato una cooperativa di servizi che copre tutte le diverse attività imprenditoriali dei ragazzi. I nostri alunni hanno la possibilità, se lo desiderano, di immaginare e costruire aziende, un terreno economicamente profittevole.

Sono casi di studio o aziendine vere? Leggi tutto

gentiloniChe spettacolo s’annuncia: il rottamatore che passa la campanella di presidente del Consiglio a mister Camomilla, al secolo Paolo Gentiloni. Dall’urlo al bisbiglio, dalla propaganda al freezer, dalle slide alla penna biro, dalle riforme alla stasi. Il tempo passa in fretta e Matteo Renzi decide di affidare in comodato d’uso il suo governo al proprio opposto, l’amico e mentore Gentiloni. La spiegazione è semplice: “Paolo ha il difetto di apparire senza verve ma il pregio di non tradirti. Se lo decide ti avverte sempre prima e ti spiega perché lo fa”.

IL PREGIO supera di gran lunga il difetto nella breve nota caratteriale che elenca l’amico deputato Michele Anzaldi. Ma da solo Renzi non avrebbe potuto imporlo se il prescelto non avesse avuto ammiratori in tutto il mondo. Papato e Repubblica sono d’accordo. Il presidente Mattarella è felice, il presidente di Mediaset anche di più. Il presidente Massimo D’Alema lo stima, il presidente Fedele Confalonieri gli è amico. Il Papa rammenterà il patto Gentiloni con il quale i cattolici tornarono nel 1913 alla politica. Il sangue blu gli scorre per via della discendenza dal conte Ottorino Gentiloni Silverj, nel cui palazzo oggi dimora.

Gentiloni la pensa sempre nel modo di mezzo, e questa sua capacità di unire un po’ sia la capra che i cavoli, gli consente oggi di essere sul punto di sbarcare a Palazzo Chigi. Ha 62 anni, una moglie, l’architetto Emanuela Mauro, e i capelli d’argento, gli occhiali rettangolari, i vestiti grigi, il loden verde. Ecco, lui è l’uomo del loden. Lo indossa a ottobre e lo ripone in armadio a marzo calato. Quando aveva 18 anni e frequentava il liceo classico aveva invece i capelli lunghi, niente occhiali, e già una passionaccia per la politica. Estrema sinistra, movimento studentesco, poi Pdup. Leader glaciale e rispettato. Non sembra abbia menato botte ma è certo che ha assistito, presumiamo con qualche godimento, alle legnate che cascarono sulla testa di Antonio Tajani, allora monarchico e dunque molto in minoranza al liceo Tasso, scuola di ambedue. Bisogna dire che la lotta per l’unità proletaria non lo ha mai distolto dalla fede. È stato catechista insieme ad Agnese Moro. Di lui si ricorda anche una fuga da casa quando decise di essere a Milano per la commemorazione della strage di Piazza Fontana. Di sinistra, comunista eterodosso, si infiammò per il pensiero di Luciana Castellina e iniziò a collaborare a Guerra e Pace. Di lì a poco (anno 1984) viene traghettato alla direzione di Nuova Ecologia da due compagni, Ermete Realacci e Chicco Testa. Anche se può incuriosire molto, Paolo Gentiloni non ha mai mutato tono, e il suo linguaggio, già felpato per via dei trascorsi familiari, è andato affidandosi e ancor più ingentilendosi con l’incontro con Francesco Rutelli. Di cui è stato portavoce e poi assessore al Turismo e al Giubileo a Roma. Di più: guidò la campagna elettorale di Rutelli a premier nel momento di maggior fulgore di Berlusconi e senza l’appoggio della sinistra di Rifondazione e di Di Pietro la vittoria sfumò per un soffio. Leggi tutto