L’Italia che scompare Alessandria del Carretto (Parco del Pollino) ha 450 abitanti. Se i figli non trovano posto, i genitori devono trasferirsi 

Se non apre la scuola, chiude il paese. L’insegnante c’è, l’edificio pure. Gli alunni ci sarebbero. Quel che manca è il codice meccanografico, il numero di serie attraverso il quale il sistema informatico del ministero riconosce un istituto scolastico, lo tiene in vita. Ad Alessandria del Carretto, il borgo più alto del Parco del Pollino, lungo il crinale montuoso da cui precipitano le acque del Raganello, il torrente che nei giorni scorsi ha inghiottito dieci escursionisti, la scuola media è finita al cimitero tre anni fa. E il suo codice eliminato. La scuola elementare aveva cessato di vivere già cinque anni fa, pace all’anima sua. E quella dell’infanzia, purtroppo, è sbarrata da un decennio.

“Che cosa rimane qui, il cimitero?”

In paese infatti si muore, non si nasce. Ogni anno perde venti abitanti, pur essendo uno dei borghi meglio tenuti d’Italia, classificato “borgo autentico”: la pietra è rimasta pietra, e ogni tegola, ogni porta, ogni anfratto è custodito dai 450 abitanti stanziali e amato dai suoi figli sparsi per il mondo che d’estate l’affollano.

Quest’anno però il miracolo: sono divenuti quattro i bimbi di tre anni. A quell’età negli altri luoghi d’Italia si accede alla scuola dell’infanzia. “Sono corso dalla dirigente scolastica, a Trebisacce, a implorarle di farci aprire la scuola. Senza di essa i genitori dei bimbi devono trasferirsi, perché la scuola più vicina è a 20 chilometri, che sarebbero nulla se ci fosse una strada. Ma abbiamo in dote poco più che una carrettiera, terra battuta, cemento consumato, buche a tratti, frane a tratti. Con le piogge la strada si inonda e si ammolla. A una frana si aggiunge l’altra e le riparazioni non seguono il corso logico delle cose ma la via gerarchica degli impegni: essendo noi pochi, poco valiamo. E aspettiamo che qualcuno si ricordi di noi. Col ghiaccio poi percorrerla si fa impresa ardita. Perciò se perdo la scuola perderò sia i bambini che i genitori, che troveranno conveniente trasferirsi. E uno di loro è gestore dell’unico bar e pizzeria, un altro è un imprenditore agricolo che dà lavoro a dieci famiglie. Cosa rimane qui, il cimitero?”. Vincenzo Gaudio, il sindaco elemosiniere, conta i danni: “Ho già perso il vigile urbano, poi la ragioniera, stavano per azzoppare l’ufficio postale, che vita è questa?”. Leggi tutto

Di chi è una panchina? E un albero? E un palo della luce? Dove può fare la cacca il cane? Come bisogna parcheggiare l’auto? Cosa bisogna fare con una busta di rifiuti?

Provare vergogna per i barbari che insozzano, distruggono, disprezzano il bene comune è un sentimento legittimo ma non sufficiente. Bisogna che ci siano meno barbari e barbare in giro, magari con le mecche appena fatte, la camicia a fiori, in giacca e cravatta, distinti e puliti all’apparenza, ma incivili nel buio della loro coscienza sporca.

L’inciviltà è un effetto collaterale dell’ignoranza.

Far capire a un bambino che una panchina è di tutti, che se si sporca poi bisogna pulire, che il bene comune è appunto un bene acquistato in comune, con i solidi di ciascuno di noi, aiuterà a farlo crescere in modo meno barbarico, e aiuterà noi tutti a vergognarci di meno di quel che siamo o stiamo divenendo.

sindaci italiani stanno promuovendo una legge per introdurre fin dalle elementari un’ora di lezione civica, di “educazione alla cittadinanza”.

È un ottimo contributo che si darebbe alla conoscenza, quindi alla civiltà.

Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente dell’Anci, l’associazione nazionale dei comuni, è impegnato da tempo sul fronte dell’impegno alla videosorveglianza degli incivili. Non solo con la telecamera ma con esposizioni video mirate e piuttosto convincenti, come potete qui vedere, per spiegare che i barbari – di ogni età, razza e condizione sociale – non possono vincere. Questa legge è un piccolo ma grande atto di resistenza civile. Nel municipio del vostro comune potete persino firmarla.

da: ilfattoquotidiano.it

In Italia la popolazione straniera immigrata è pari al 7 per cento del totale. Uno studio dell’Istituto Cattaneo ci dice che a noi sembra di vederne molti di più: almeno quattro volte di più del reale. Percepiamo un dato falso e lo assumiamo come vero.

Se c’è umido fa più caldo. E la temperatura reale aumenta d’intensità nella nostra percezione. Aumenta il peso di quel caldo sul nostro corpo.

L’alterazione della percezione è un fenomeno non solo metereologico. È precisamente l’oggetto della propaganda politica, strumento legittimo che i partiti usano per illustrare le loro buone ragioni massimizzando la positiva percezione di esse attraverso lo screditamento delle tesi opposte. È anche una tecnica pubblicitaria. La propaganda serve a sopperire all’assenza di passione, al comune sentire che può farci ritrovare uniti per il medesimo ideale di società. Qual è allora il ruolo dell’informazione? Quello di mitigare la propaganda, ridurre l’alterazione della percezione, fare in modo che i nostri occhi guardino la realtà per come essa è, non per ciò che appare a noi.

Ecco perché la politica ha il massimo interesse a gestire, governare, dominare il mondo dell’informazione. Non a caso i primi avvicendamenti che ogni governo decreta, anche questo come si è visto, sono quelli che fanno capo alla Rai. E non a caso ogni politico si dota di addetti alle comunicazioni che svolgono il doppio compito di agevolare la conoscenza degli atti prodotti, magari amplificarne gli esiti, e ridurre al massimo quelli negativi.

Un’informazione assoggettata, contigua, o soltanto amica dell’uno o dell’altro protagonista in campo ridurrà o aumenterà l’enfasi di una notizia, e la tratterà attraverso un processo di manipolazione. E, come nel caso dell’immigrazione percepita, agevolerà il radicamento di un dato falso in luogo del vero.

L’informazione, per essere libera, deve essere autonoma, e per essere autonoma deve avere i conti in ordine, deve poter avanzare sulle proprie gambe.

Perciò è necessario leggere, approfondire, e pagare l’informazione. La conoscenza è cibo per la mente, è come il pane a tavola. Andreste dal fornaio senza soldi in tasca?

Ricordate sempre, e mi rivolgo ai tanti che utilizzano i social per conoscere (ed eventualmente deliberare), che l’unica cosa che vi viene offerta gratis è e sarà sempre la pubblicità.

da: ilfattoquotidiano.it

I rapporti di forza nel governo gialloverde: “Il fascismo è l’autobiografia dell’Italia”
26/03/2015 Roma, trasmissione televisiva Otto e Mezzo, nella foto il filologo Luciano Canfora

“La novità, se possiamo definirla così, è che i Cinquestelle si stanno svergognando già sul breve periodo. Non era detto, ma è accaduto e questo a mio avviso è un bene”.

Di Luciano Canfora si ammira la spigolosa nettezza dei suoi giudizi, e un’analisi asciutta, attenta e spesso definitiva. “Non è preveggenza. Le previsioni hanno sempre un che di infondato. Mi sembra piuttosto che la caratteristica genetica del Movimento 5 Stelle, aver raccolto un consenso così largo anche nelle opzioni politiche, quel grande fritto misto di un po’ di destra, di sinistra e di centro, lo abbiano messo nella condizione di essere sussunti”.

Leghistizzati.

Il povero Roberto Fico avanza continuamente riserve. Ma le sue parole cadono nel disinteresse. Uno come lui, che è di sinistra, è stato messo nel ruolo politicamente inconsistente di presidente della Camera. Mentre Luigi Di Maio, che credo provenga dai commerci, detta la linea. Anzi, se la fa dettare.

È Salvini l’asso pigliatutto.

Le pulsioni di tipo fascistico erano chiare ed evidenti a tutti già prima. E nemmeno l’Italia è un caso isolato. La Francia, che ha conosciuto Vichy, ha leader di simile caratura, e anche in Germania idee di uguale tono sono vive. La questione, non totalmente nuova, è questo spirito da Cavalier servente del Di Maio.

Non sembra avere la personalità.

Dico proprio di no. E non so se a Casaleggio, che a quel che leggo è il proprietario del Movimento, questa personalità così modesta sarà gradita ancora per molto.

Siamo all’epurazione?

Non lo so proprio. Dico che i proprietari sono per natura capricciosi. E quando non hanno soddisfazione dai dipendenti, li cacciano.

Perché è così duro il suo giudizio sui Cinquestelle?

Perché fanno di tutto per meritarselo. Hanno goduto di un tale consenso, e tanti sono stati gli elettori che hanno riposto, attraverso il voto, fiducia in loro.

Fiducia in loro o piuttosto sfiducia negli altri?

Ambedue le cose. Gli altri, in questo caso la sinistra, nella fattispecie il Pd, non potrà far altro che arretrare. È un partito morto, se non rimuove la sua classe dirigente, quel cenacolo renziano, non ha alcuna speranza non solo di tornare al governo, ma di essere soggetto minimamente credibile.

I grillini sembrano aver consumato il vantaggio competitivo sul resto della classe politica.

Assolutamente sì. Intravedo in Luigi Di Maio l’ossessione della poltrona. La parte inferiore del suo corpo fa oramai tutt’uno con la seggiola ministeriale. E questa ossessione, unita alla incapacità di tracciare il solco di una linea politica autonoma e originale, offre la cifra di una debolezza così grande, ma così grande.

La Lega accentuerà i suoi caratteri di destra?

Noto che Salvini usa il meglio del vocabolario mussoliniano. Le frasi più espressive del ventennio sono nel suo cuor: ‘Molti nemici molto onore’, la prima. Oggi ho letto un’altra sua perla: ‘Mi prendo l’Italia’.

Lei pensa che Salvini abbia in mano l’Italia?

Devo ricordarle Giolitti? Il fascismo è l’autobiografia dell’Italia. E certamente oggi c’è un consenso elevato, un leader scaltro che conosce gli italiani. Con Bossi la Lega aveva un odore campagnolo, gregaria di Berlusconi. Con Salvini la storia si capovolge: Forza Italia è al lumicino e tenterà di intrufolarsi nella festa. Le farà compagnia Giorgia Meloni che perlomeno è fascista per davvero. Il colpo può riuscire.

Ma se i Cinquestelle sono già ammaccati, a sinistra regna il deserto.

Riporto qui un giudizio abbastanza definitivo di Guglielmo Epifani: Matteo Renzi non riuscirà mai più a far vincere il Partito democratico, ma certo è fondamentale per continuare a farlo perdere.

da: Il Fatto Quotidiano, 28 agosto 2018

Gianfranco Lande, detto il Madoff dei Parioli, ha fregato un sacco di gente. Broker di provata esperienza ha fatto evaporare circa 300 milioni di euro. Prometteva a una clientela affezionata e selezionata dal 6 al 20 per cento di interessi sui conti aperti presso la sua società. Lo Stato italiano, nella convenzione con Autostrade, si è posto nel mezzo: ha garantito all’investitore (sic!) una remunerazione fissa mai al di sotto del 10 per cento e, a differenza di Madoff, ha onorato l’impegno.

Una bellezza, una magia, un sogno d’altri tempi, giacché quella cifra tonda e pingue sarebbe divenuta una rendita parassitaria, una assicurazione sulla vita per un pugno di già ricchissime e influenti famiglie.

Come sia stato possibile che lo Stato italiano, che paga ai suoi creditori tassi non superiori al 4 per cento se va bene (ma mediamente la percentuale è di molto inferiore) si sia travestito appunto dal generoso Madoff che abbiamo conosciuto alcuni anni fa, non è un mistero. È invece soltanto una vergogna.

Stilare accordi capestro di tale portata, per cifre di tale dimensione e su beni di tale rilevanza è un atto anzitutto criminale, prima ancora che squalificante.

Il governo è stato Cavalier servente del privato, non il proprietario di un servizio primario che la collettività paga e ripaga.

Bene fa, in questo caso, Luigi Di Maio a imporre una rottura, una scelta netta di cambiamento. E’ appunto questo il cambiamento che ci si augura: far arricchire un po’ di meno i già ricchi, e aiutare un po’ di più gli ancora poveri. Ed è questo il tema che deve tenere banco nel dibattito politico: come lo Stato spende i suoi soldi, a chi li toglie e a chi li regala.

Altro che gli sbarchi di centotrentasette disperati. Queste sono armi di distrazioni di massa che naturalmente Matteo Salvini usa forse anche per nascondere, guarda un po’ tu, la prudenza che sfiora la sudditanza, della Lega nei confronti di Autostrade.

Ah, già, dimenticavo che Salvini autorizzò col suo voto in Parlamento la concessione capestro e ogni altra cornucopia.

Matteo o lo smemorato di Collegno?

da: ilfattoquotidiano.it

La sabbia e il mattone. È la metafora, secondo me felice, di chi intendeva far capire bene la differenza tra Cinquestelle e Lega. Soffi da un lato e la sabbia muove verso quel lato. Soffi dall’altro e la sabbia si sposta all’opposto. È il mattone che resta fermo.

Inaugurare la stagione del cambiamento senza curarsi di quale direzione dovesse prendere, è stato un modo di far prevalere la suggestione alla ragione, la speranza alla verità. Il cambiamento non è mai incolore e non è inodore. Se aggiungi lo sciroppo di amarena all’acqua, essa diverrà rossa: se vuoi la mandorla, sarà bianco latte.

E adesso cosa sono i Cinquestelle? Amarena o latte di mandorla? Qual è il principio che li guida? Scegliere un capro espiatorio ed assecondare Salvini nella ricerca ossessiva di un solo nemico cui far fronte, il migrante, cioè il povero, colui che non ha diritti? Oppure rappresentare proprio i senza diritti, naturalmente i tanti italiani che l’hanno perso, coloro che si trovano senza lavoro e senza futuro?

Scegliere la legalità come requisito essenziale al punto di farlo divenire perno insindacabile di ogni scelta successiva; oppure valutare secondo discrezione e opportunità politica? Perché nel primo caso l’alleato Matteo Salvini sarebbe stato già giudicato ed espulso dal cerchio delle amicizie grilline. Nel secondo caso no. Se il ministro dell’Interno, il ministro dell’Ordine, viene indagato perarresto illegale, che si fa? Si fa finta di non aver capito?

Scegliere di rappresentare i senza diritti, coloro che sono stati esclusi dal circuito del potere, in quale modo è compatibile con gli interessi economici anche cospicui che la Lega ha tutelato e continua a tutelare nell’area più ricca e popolata del Paese, cioè il Nord?

Avere la maggioranza dei consensi al Sud e poi ascoltare la proposta della Lega di ripopolarlo, come si fa nelle campagne venatorie, grazie a una tax free, un territorio in cui il vantaggio fiscale sia l’unica molla che lo fa vivere e non la lotta alla corruzione e alla delinquenza che lo dissangua, non alla difesa dei talenti che vengono espulsi da una classe dirigente ottusa, non alla bellezza dei suoi luoghi, alla forza millenaria della sua cultura, ha qualcosa di razionale, di praticabile, di coerente?

Per cambiare bisogna fare scelte. E le scelte hanno un costo anche politico. Se voglio dare un po’ di più a chi ha meno, devo togliere un po’ a chi ha di più. Se voglio combattere la mala politica non devo fare accasare gente che ha praticato la malapolitica, come sta succedendo al Sud con la Lega, nuovo approdo per una moltitudine di transfughi.

Se voglio che la Costituzione domini le mie gesta non posso accettare che dei maramaldi, come è accaduto sulla spiaggia di Castellaneta, inneggiando al ministro dell’ordine pubblico, stabiliscano da soli il nuovo ordine. E lo illustrino con le bandiere al vento. Questo si chiama fascismo, semplicemente.

I Cinquestelle hanno finora goduto di un vantaggio competitivo enorme: la crisi della reputazione dei partiti della sinistra e di quelli della destra storica. Un vantaggio che li ha premiati oltre ogni merito. Ma la sabbia, senza il cemento di una idea, la forza di un progetto, è destinata a volare via alla prima folata di vento.

L’autunno è vicino.

da: ilfattoquotidiano.it

“E ti vengo a cercare” è una delle più belle canzoni di Franco Battiato. Parla dell’amore irrefrenabile che ruba l’istante e costringe a seguire l’amata, anzi inseguirla, ovunque si trovi.

Nella disperazione di questi giorni tristi, un deputato italiano, avete capito bene: un rappresentante delle Istituzioni, un legislatore, avverte la magistratura che, nel caso si eserciti nei confronti di Matteo Salvini l’azione penale per l’enorme mole di violazioni di legge che il ministro dell’ordine sta infrangendo, divenendo così il ministro del disordine e dell’illegalità, bene, in questo caso “vi veniamo a prendere sotto casa”.

Ha scritto proprio così Giuseppe Bellachioma, deputato leghista e segretario della Lega in Abruzzo.

L’orgoglioso fascista abruzzese non vede l’ora di menare le mani, dare manganellate alla magistratura e ricondurla al rispetto e alla soggezione, giacché ha sottratto la sua testa, la sua mente, il suo cervello alla ragione, al contegno, al diritto. Bellachioma (nomen omen!) esibisce le mani perché gli pare che essere peggio di quel che si poteva pensare oggi in Italia riscuote successo.

Attendiamo adesso che qualche suo collega, perché al fondo non c’è mai fondo, lanci l’idea di promuovere per esempio una gara di rutti e di peti, in segno di solidarietà per il Capitano (così chiamano Salvini) che, pur di liberare l’Italia dallo straniero mette a repentaglio la sua libertà (sic!).

Visto come stanno le cose ci sentiamo di avanzare un invito un all’onorevole Bellachioma: trovandosi con le mani impegnate nella ricerca, prima di passare sotto casa dai magistrati, riuscirebbe a fare un giretto sotto via Bellerio, la sede di quella che fu la meravigliosa della Lega Nord, e iniziare intanto a cercare i 49 milioni di euro che – incredibile a dirsi – sono stati sgrignaffati allo Stato da qualche leghista? Salvini, che pure era nei pressi, purtroppo non sa e non ricorda.
Bellachioma, nomen omen, faccia venire un’idea alle sue mani e le metta a scavare.

da: ilfattoquotidiano.it

 

Pdt, partito del torto. Esiste un partito del torto e la certezza altrui è che abbia torto persino quando dimostra la sua ragione. Il partito del torto è oggi interpretato, scritto e proposto dal Pd il quale vive una stagione buia che va persino oltre i suoi demeriti. E’ la stagione della sinistra che non trova più idee, non ha parole e soprattutto gli manca la reputazione per avanzare un progetto. Non ha credito presso l’opinione pubblica. E’ la medesima crisi reputazionale di Autostrade per l’Italia che porterà il governo, al di là dell’esito giudiziario della drammatica vicenda, a insistere per la revoca della concessione e anzi a fare di questo atto un cavallo di battaglia.

Come sia stato possibile per il Pd non ritenere che il principio di realtà – quel ponte di Genova è caduto, e quel ponte era assoggettato alla cura e alla manutenzione di un soggetto che aveva sottoscritto un obbligo a fronte di un corrispettivo (il pedaggio) – dovesse avere la meglio su ogni altra considerazione è un mistero. In un dramma di tale portata l’azione di revoca appare adeguata, misurata, in una parola: giusta. E come sia stato possibile che per qualche settimana il Pd, un partito che si rifà agli ideali della sinistra, non abbia ritenuto giusto, corretto, adeguato il bisogno di rafforzare i diritti dei lavoratori, resi così enormemente precari da una corsa al ribasso che ha mortificato oltre ogni ragionevole misura la dignità di chi lavora, è un altro sacro mistero.

Cosicché tutte le azioni sguaiate, le parole fuori misura, gli atteggiamenti e le posture in alcuni casi nettamente fascistoidi di cui hanno dato prova i rappresentanti del governo, con la Lega intenta a rendere l’immigrazione il capro espiatorio di ogni devianza, promuovendo iniziative persino disumane, perde purtroppo di peso e vaga sullo sfondo.

Il primo piano della scena è ciò che ieri abbiamo visto ai funerali di Genova: la folla che chiedeva a Salvini e a Di Maio di tener duro. “Tenete duro”, dicevano. Cioè: non vi piegate ai compromessi, non aderite a negoziati in cui chi ha responsabilità trova il modo per sfuggire ad essa. Soprattutto: fate in modo che per una volta i potenti paghino per le loro colpe.

E’ una domanda populista? E’ una richiesta esagerata o misurata? E’ vero o falso che il capitalismo di relazione in Italia ha sempre ottenuto una corsia preferenziale, e sussidi, e contratti e benefit che l’hanno messo al riparo da qualunque accidente? E dentro questa verità il Partito democratico, assoggettato in questo caso a Forza Italia, la cui leadership soffre della medesima crisi di reputazione, non muove un muscolo.

E anche quando segnala che le responsabilità di governo esigono uno stile più sobrio, che Salvini e Di Maio non possono rendere il ponte crollato come sfondo per il loro teatro propagandistico, poi perde la misura e, anziché riflettere su quel che bisogna dire ad Autostrade per l’Italia, se convenire o meno con il proposito della revoca, fissa l’istantanea di un selfie – quello di Salvini con una signora ai funerali – che appare un atto vergognoso e barbarico.

Si deve alla ragione e al contegno di una ex deputata del Pd, Cristiana Alicata, che “sommessamente” consiglia al suo partito di riguardarsi tutta la scena e capire che in quel selfie Salvini è caduto senza colpe, per avere di nuovo il senso della estraneità del Pd al corpo sociale più numeroso, al cosiddetto popolo.

Però avere un partito perennemente imputato di essere nel torto, nuoce ai tanti suoi militanti e dirigenti che hanno passione e mostrano dedizione verso il bene comune. Nuoce persino al governo che ritiene così di gonfiare ancor di più il petto ed esondare dagli argini del contegno e della misura, giudicando i like su Facebook l’unica controprova attendibile alla sua azione. Avere un partito sistematicamente adagiato nel torto sviluppa una democrazia deviata, promuove una deriva plebiscitaria, assicura a chi ha oggi il potere assurde posizioni di rendita.

Voglio dire che il danno è incalcolabile per tutti, anche per chi è lontano da quel mondo o vi si oppone e l’avversa. Una società per azioni, come una srl, porta i libri in tribunale oppure dichiara estinta la sua missione.

Il Pd dovrebbe seguire l’esempio e capire che la reputazione per riconquistarla ha bisogno di una casa nuova, di dirigenti estranei alla storia recente, di volti inattaccabili e di decisioni anche drammatiche, anche definitive.

da: ilfattoquotidiano.it

Dopo una settimana trascorsa, purtroppo, a passare in rassegnanorme e cavilli, regole e eccezioni, il rispetto e l’oltraggio, la fine e il principio dello Stato di diritto, abbiamo finalmente la possibilità di occuparci dello Stato di rovescio. I fatti sono imparagonabili con la tragedia di Genova ma utili ugualmente a capire di che pasta è fatta l’Italia e, per proprietà transitiva, chi la abita.

Da aprile a maggio del 2011 i finanzieri indagano l’enorme emorragia di funzionari del comune di Reggio Calabria a metà mattinata. Un fuggi fuggi verso bar e boutique, strade e edicole, parchi e casali della bellissima città calabrese. Per un mese scattano foto, filmano, descrivono, accertano e infine denunciano gli impiegati facenti parte di quella classe di sfruttati che prende il nome di “furbetti del cartellino”. Diciassette in manette, settantotto a piede libero. Praticamente tutto il Municipio!

I fatti accertati e all’apparenza incontestabili devono però essere validati ed eventualmente sanzionati da un tribunale, perché siamo un Paese civile. Anzi: uno Stato di diritto.

Sicché due anni dopo, anno 2013, il Pubblico ministero chiede il rinvio a giudizio. Il tempo è danaro, ma anche la fatica è immensa, cosicché solo l’anno successivo, 4 dicembre 2014, si celebra l’udienza preliminare davanti al Gup e agli albori del quarto anno (marzo 2015) si firma il decreto che fissa il giudizio per i fatti e le indagini compiute nel 2011.

Il tempo è denaro, e l’abbiamo capito, ma purtroppo i tribunali sono intasati, la fatica resta immensa e un rinvio dopo l’altro sposta il giudizio al 2016, poi al 2017, infine a quest’anno.

In tempo forse per giungere, incrociando le dita, alla prescrizione. Cioè all’assoluzione.

da: ilfattoquotidiano.it

Prima di abbonarmi a Telepass, ormai molti anni fa, ero un habitué delle file ai caselli. A volte così lunghe che andava via un’ora, altre il tempo di un’intera partita di calcio. L’attesa induceva alla vista: vedere sganciare tanti e tanti quattrini per godere del diritto di passaggio, in alcuni tratti con un costo più elevato del carburante necessario, e vederli in mani private mi ha sempre procurato uno sconforto. Dove ci sono quattrini da guadagnare, lo Stato lascia. Dove ci sono debiti, lo Stato prende. E domandavo con ingenuità: perché succede? Le risposte erano tristemente uguali: lo Stato non ha la capacità, l’efficienza, la duttilità delle imprese private che riescono a fare meglio e con più speditezza dove la mano pubblica si blocca, s’impiccia, si  corrompe e infine si ferma. Le medesime spiegazioni, se ricordate, che sono state alla base di diversi condoni. Lo Stato non riesce quindi… Non riesce a controllare gli evasori quindi condona, non riesce a realizzare celle degne e umane quindi libera anzitempo chi avrebbe da scontare la sua pena. C’erano poi dei settori, come la sanità, in cui l’eccellenza, la media dei luoghi migliori dove farsi curare, era pubblica mentre la precarietà diveniva privata. E cosa succedeva? Che l’industria privata si arricchisse proprio nel settore dove le sue prestazioni erano mediamente peggiori del concorrente pubblico.

Domandavo, che ingenuo: ma se è un affare, e gli ospedali hanno una reputazione maggiore, perché sono rovinati dai debiti? Perché i nosocomi pubblici sono spesso in una condizione vergognosa e quelli privati, più scarsi nelle competenze, lindi e belli?

Avere il coraggio di affrontare, certo con più compiutezza di quanto io non sia in grado, l’elemento psicologico, il difetto di autostima che ci convince che di là ci sono i buoni e di qua i cattivi e nulla può cambiare il corso delle cose, aiuterebbe a sistemare meglio le opinioni e dare un senso alla logica.

Perché nemmeno il più fesso tra di noi, il più sprovveduto, avrebbe mai firmato un contratto, come quello che il governo italiano ha stipulato con Autostrade SpA nel quale si stabilisce che a fronte di gravi e documentate inadempienze del concessionario il concedente è comunque tenuto a corrispondere il valore dei profitti equivalente agli anni residui della concessione.

Chi di noi avrebbe firmato un accordo simile che è un premio all’inefficienza? Nessuno.

Con la nostra tasca mai e poi mai avremmo accettato.

Ora i terribili fatti di Genova dicono che quel patto si è potuto accettare perché non era la nostra tasca in gioco ma quella di tutti.

Ecco, se potessi dare un consiglio, inviterei, come nel gioco dell’oca, a tornare alla casella di partenza: cosa è e come si difende il bene comune, questo sconosciuto.

da: ilfattoquotidiano.it