Leggo i giornali di Messina, leggo le mail, i commenti di chi non si capacita per l’offesa subìta da me e chi invece tenta di avanzare qualche dubbio, mettere le colpe in fila, e curare il senso logico delle nostre azioni, conservare la memoria delle responsabilità anziché i luoghi comuni.
Noto anche un assembramento delle Autorità verso i vari uffici legali istituzionali, la chiamata alle armi, la difesa dell’onore. Tutto questo affanno per me?
Messina, i cittadini di Messina, hanno ricevuto le mie scuse, doverose e utili, perché hanno percepito una insopportabile offesa alla loro dignità il giudizio da me pronunciato che era evidentemente diretto a chi quella dignità di cittadini e uomini liberi aveva calpestato per decenni.
Un paradosso questo rovesciamento di ruoli, il sintomo che la televisione ha imposto definitivamente alla società il suo format: esiste solo quel che viene ripreso dalla telecamera. Esiste l’offesa alla città perché io, davanti alla telecamera, ho pronunciato, sbagliando, la parola “cloaca”.
Non esiste, giacché la telecamera non l’ha inquadrato, lo spreco di soldi, di intelligenze del futuro e dell’anima di Messina.
Non esiste la cooptazione, non esiste la collusione, non esiste l’inquinamento del malaffare. Anzi, non esistono gli affari a Messina.
Sono convinto che ogni vicenda, anche poco gradevole come questa per me, possa fruttare considerazioni utili a una consapevolezza matura. E’ il motivo per cui ho accettato l’invito che alcuni amici mi hanno rivolto di essere presto a Messina per un dibattito libero e aperto a tutti.
E’ giusto che sia lì, ed è opportuno che parli ancora e spieghi ancora. Ma, sinceramente, sarebbe da ridere se ci fossi soltanto io.

La settimana scorsa sono stato invitato a Exit, il programma di La7. Chiamato a discutere dei problemi e del malgoverno che l’Italia patisce ogni volta che deve fronteggiare una grande catastrofe. La catastrofe impone l’emergenza e il senso dell’emergenza viene inteso come una grande opportunità. L’emergenza, io dico, è una fabbrica di soldi.
Il discorso verteva sulla quantità di denari necessari a far fronte al disastro abruzzese. Se è una priorità la ricostruzione, ritenevo e naturalmente ritengo che essa debba essere affrontata redigendo un nuovo programma di opere pubbliche e rimodulando la lista delle priorità. Ad esempio cassando, almeno per il momento, la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina. Un ponte che a me sembra più raccogliere l’esigenza del potere di illustrare, a prescindere, le sue grandi gesta che un’opportunità per le popolazioni residenti. Ho aggiunto: due piloni che affondano in due cloache di città.
La parola cloaca è stata intesa, soprattutto dai messinesi, come un’offesa gratuita alla dignità, all’onore, alla cultura di chi abita quella città. Mi sono giunte decine di mail indignate, profondamente e crudamente critiche nei mie confronti. Alle parole i fatti: l’associazione dei consumatori mi richiede 50 milioni di euro per fronteggiare l’offesa e risarcire il danno patito. Il presidente del consiglio comunale, a quanto leggo, si è messo in contatto con il suo collega di Reggio Calabria e ha chiesto all’ufficio legale di vagliare tutte le utili strade per chiedermi conto giudiziariamente di ciò che ho affermato.
Questa è la premessa. Leggi tutto

“Il «demagogo» deteriore pone se stesso come insostituibile, crea il deserto intorno a sé, sistematicamente schiaccia ed elimina i possibili concorrenti, vuole entrare in rapporto con le masse direttamente (plebiscito, ecc., grande oratoria, colpi di scena, apparato coreografico fantasmagorico: si tratta di ciò che il Michels ha chiamato «capo carismatico»)”.

Quaderni dal Carcere, Passato e presente

Ahimè, quanti papi infallibili tiranneggiano la coscienza degli uomini liberi e inaridiscono in loro ogni sorgente di umanità.

Leninismo e Marxismo di Rodolfo Mondolfo (“Scritti Politici” a cura di Paolo Spriano, Editori Riuniti 1973)

albertosedMARCO MORELLO

Quel giorno, oggi, è distante sessantacinque anni esatti, ma Alberto Sed l’eccidio delle Fosse Ardeatine lo ricorda come se fosse avvenuto ieri. Era ancora un ragazzino nel marzo del 1944, un’epoca in cui la vita di quelli come lui, gli ebrei, aveva un prezzo inserito in un tariffario: 5mila lire se uomo, 3mila se donna, mille lire se bambino. E la sua storia di doppio superstite, prima al massacro compiuto a Roma dalle truppe naziste ai danni di 335 italiani, più tardi al campo di concentramento di Auschwitz, è raccontata nel libro Sono stato un numero, da poco pubblicato da Giuntina (168 pagine, 15 euro). Lo ha scritto Roberto Riccardi, ufficiale dell’Arma e giornalista, direttore della rivista Il Carabiniere.
Nell’ottobre del 1943, avvisato dai vicini, Alberto era riuscito a scampare a una retata tedesca nel Ghetto e si era rifugiato in un magazzino nei pressi di Porta Pia. Lì viveva con la madre, le tre sorelle piccole e il nonno, quando all’alba del 21 marzo le camicie nere bussarono alla sua porta. Qualcuno lo aveva tradito, li avevano venduti e furono portati via. «Poco dopo il nostro arresto – racconta Sed – in via Rasella i partigiani avevano compiuto un attentato e i tedeschi stavano rastrellando prigionieri da fucilare per rappresaglia. Gli agnelli per il sacrificio furono scelti a Regina Coeli. Noi eravamo altrove per puro caso, il giorno in cui ci avevano catturati il carcere era pieno. “Niente camere, siamo al completo”, aveva detto ironico il secondino al capo delle camicie nere, come se parlasse di un albergo in alta stagione. Ci portarono al convento di San Gregorio, all’Orto Botanico, erano sicuri che non saremmo mai scappati». Leggi tutto

“Durante i due anni del governo Prodi (2006 e 2007) i tg hanno raddoppiato lo spazio della cronaca nera. Secondo uno studio del Centro d´ascolto dell´informazione radiotelevisiva (nato da un´iniziativa dei radicali) dal 2003 al 2007, il tempo dedicato ai servizi su delitti, violenze e rapine è raddoppiato (se non triplicato) passando dal 10,4% dei tg del 2003 al 23,7% di quelli del 2007”.
Le virgolette servono a riferire che il testo è ripreso da un articolo di Repubblica di domenica scorsa. Chiudendo le virgolette e riflettendoci appena un po’ risulta ancor più impellente la necessità dei partiti di tenere ben stretta la mano sull’informazione.
In Rai infatti fervono i preparativi del nuovo ribaltone.
Informazione fa rima con manipolazione.

Cos’è il fascismo, osservato su scala internazionale? È il tentativo di risolvere i problemi di produzione e di scambio con le mitragliatrici e le revolverate. Le forze produttive sono state rovinate e sperperate nella guerra imperialista: venti milioni di uomini nel fiore dell’età e dell’energia sono stati uccisi; altri venti milioni sono stati resi invalidi; le migliaia e migliaia di legami che univano i diversi mercati mondiali sono stati violentemente strappati; i rapporti tra città e campagna, tra metropoli e colonie, sono stati capovolti; le correnti d’emigrazione, che ristabilivano periodicamente gli squilibri tra l’eccedenza di popolazione e la potenzialità dei mezzi produttivi nelle singole nazioni, sono state profondamente turbate e non funzionano piú normalmente. Si è creata un’unità e simultaneità di crisi nazionali che rende appunto asprissima e irremovibile la crisi generale. Ma esiste uno strato della popolazione in tutti i paesi — la piccola e media borghesia — che ritiene di poter risolvere questi problemi giganteschi con le mitragliatrici e le revolverate, e questo strato alimenta il fascismo, da gli effettivi al fascismo. (…) Seguirono la stessa tattica che i fascisti in Italia: aggressione dei capi sindacalisti, violenta opposizione agli scioperi, terrorismo contro le masse, opposizione a ogni forma organizzativa, aiuto alla polizia regolare nelle repressioni, negli arresti, aiuto ai crumiri nelle agitazioni di sciopero e nelle serrate. Da tre anni la Spagna si dibatte in questa crisi: la libertà pubblica è sospesa ogni quindici giorni, la libertà personale è divenuta un mito, i sindacati operai funzionano in gran parte clandestinamente, la massa operaia è affamata ed esasperata, la grande massa popolare è ridotta in condizioni di selvatichezza e di barbarie indescrivibili. E la crisi si accentua, e si è ormai giunti all’attentato individuale. (…) In Italia attraversiamo la fase attraversata dalla Spagna nel 1919: la fase dell’armamento delle classi medie e dell’introduzione, nella lotta di classe, dei metodi militari dell’assalto e del colpo di sorpresa. Anche in Italia la classe media crede di poter risolvere i problemi economici con la violenza militare; crede di sanare la disoccupazione con le revolverate, crede di calmare la fame e di asciugare le lacrime delle donne del popolo con le raffiche di mitragliatrice. L’esperienza storica non vale per i piccoli borghesi che non conoscono la storia; i fenomeni si ripetono e si ripeteranno ancora negli altri paesi, oltre che in Italia; non si è ripetuto in Italia, per il partito socialista, ciò che già da qualche anno si era verificato in Austria, in Ungheria, in Germania?
L’illusione è la gramigna piú tenace della coscienza collettiva; la storia insegna, ma non ha scolari.

da Italia e Spagna,
L’Ordine Nuovo, 11 marzo 1921, anno I, n. 70

rondaLe ronde dunque. Immaginiamoci innocenti ma seduti nel luogo sbagliato e nel posto sbagliato. Dentro un’automobile e a fari spenti. In un vicolo buio o uno slargo disabitato. Si avvicina un signore e ci squadra. “Chi è lei?”. A una ronda cosa si risponde? Anzitutto: si deve rispondere? Bisogna anche mostrare i documenti? O, silenti e imbarazzati, si smamma?
Forse la ronda non è titolata a domandare ma solo ad osservare. Se è buio farà luce con una torcia. Se c’è il sole prenderà gli estremi della targa della nostra auto. La ronda, se è gentile, si terrà a distanza di cortesia. Ma se, mettiamo, quel giorno la ronda è incazzata, ha avuto problemi sul lavoro o un litigio in famiglia. Se, magari, ha bevuto un bicchiere di troppo.
Se la ronda vuol rondare, che si fa?

carcereCARLO TECCE

Carcere per i giornalisti, da uno a tre anni dietro le sbarre. Meno intercettazioni, meno pubblicazioni. Multe per gli editori. E carcere, car-ce-re per i giornalisti: accolto l’emendamento della deputata Pdl Deborah Bergamini, divieto di pubblicare telefonate non incluse negli atti dell’inchiesta. Chi è costei? Era, meglio: ex assistente (categoria ampia quanto i minatori, gli operai e i lavoratori usuranti) di Silvio Berlusconi, responsabile marketing strategico della Rai e, in alcuni imbarazzanti colloqui, penalmente irrilevanti, moralmente essenziali, non sembrava tanto interessata al “marketing strategico della Rai”, piuttosto alla politica, alla sua parte politica. Sono trascrizioni del 2 aprile 2005, il giorno della morte di papa Giovanni Paolo II, a poche ore dalle elezioni amministrative. Scrivono gli inquirenti: il 2 aprile, intorno a mezzogiorno, una donna contatta la Bergamini. «Le due si lamentano di una persona alla quale non riescono a spiegare che bisogna dare un senso di normalità alla gente al di là della morte del papa per evitare forte astensionismo alle elezioni. Il telefono della chiamante è intestato alla Rai». Lo stesso giorno, alle 14.31, un non meglio identificato Silvio per Deborah: «Le dice che domani sarà a Roma per votare. Deborah gli spiega i propri impegni. L’uomo dice di avere paura per le elezioni e del probabile forte astensionismo dei cattolici. Deborah lo informa che Ciampi ha preparato un messaggio da mandare in onda al reti unificate. Leggi tutto

Le grandi personalità dirigono i mediocri e ne partecipano necessariamente certi pregiudizi pratici che non sono di danno alle loro opere.

Quaderni del Carcere
(Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura – Nazionalismo e particolarismo)