Settantaquattro anni di fascismo molto ben portati. Giuseppe Ciarrapico imprenditore multicanale (“ho amici a destra e a sinistra”) impugnerà la fiaccola nel Senato della Repubblica. Così ha deciso Silvio Berlusconi. Sette giorni fa la comunicazione, oggi l’annuncio ufficiale.

“Fare il senatore di Roma a chi per una vita ha studiato e onorato la bandiera della Civiltà romana ha il senso del coronamento finale, del passo che conclude un cammino lungo”.
La Civiltà romana saluta Benedetto XVI.
“Un grande striscione in piazza San Pietro. C’ero anch’io, nel giorno in cui molti politici accorsero. Alcuni s’inginocchiavano, noi ci inchiniamo davanti al Pontefice”.
Viva il Duce!
“Il fascismo mi ha dato sofferenze e gioie. Mai rinnegato, mai confuso, mai intorpidita la mente da pensieri sconclusionati e antistorici”.
Chissà Gianfranco Fini come sarà contento.
“Di Fini non conservo alcun interesse politico. La sua alleanzuccia non mi è mai piaciuta. Mi sono tenuto lontano e ho fatto bene. Ho visto che ha accettato di unirsi a Silvio Berlusconi”.
Lei parla col Capo, non con i sottoposti.
“Con Berlusconi l’amicizia è di antica data. E il suo ingegno è davvero raro. Ieri al Palalido di Milano ho conosciuto la potenza di questo movimento”.
Ha conosciuto anche Bondi? Secondo il decalogo da lui diramato coloro che hanno un aggravio giudiziario dovrebbero essere esentati dalla corsa.
“Ho tutti i diritti civili e politici integri. Bondi badi alle vicende altrui e non inganni il tempo con riflessioni sul sottoscritto”.
Bondi nemmeno ha fiatato, per la verità. Le stavo riferendo il decalogo.
“Ah, capito”.
Un Ciarrapico si sarebbe visto meglio in compagnia di Storace.
“E’ un caro amico. Al momento della fondazione del suo movimento io accompagnai Berlusconi. E la platea mi tributò un applauso inaspettato e gradito”.
Con i lineamenti fascinosi della Santanchè la Destra trova anche il senso di una relazione intima con l’Italia del duemila.
“La conosco bene. Ma ho detto a Starace…”
Storace, con la o.
“Sto lavorando a una biografia di Starace. Scusi la confusione”.
A Storace ha detto.
“Non possiamo fare “io, mammeta e tu”.
In effetti le sue idee le ha tenute vive seguendo fedelmente Andreotti.
“Con il peso di tutto quello che sono”.
A proposito di peso: perché appesantisce le pareti delle redazioni dei suoi giornali con le foto del Duce?
“Bellissimo”.
Ad Isernia le colleghe sono costrette al lavoro sotto quell’occhio così vigile.
“Ovunque c’è”.
Potrebbe alleggerire pur dentro il solco del nuovo corso. Un ritratto dei Village People, per esempio?
“L’ultima volta che sono stato a Predappio era, mi pare, ottobre. Sedicimila persone”.
Tante.
“E quando prendo la mia barchetta in estate e vado a Gallipoli faccio sempre un salto al cimitero dov’è sepolto Storace”.
Starace.
“Grande uomo”.
Berlusconi vincerà.
“Intelligenza raffinatissima”.
Costerà tanta fatica far rialzare l’Italia.
“Come si disse: governare gli italiani non è faticoso. E’ totalmente inutile”.
Ritorna sempre il giovane balilla.
“Il mio sogno era fare il tamburino dei balilla”.
Sua zia le comprò il tamburo.
“Ma io cambiai sogno: puntai a fare il mazziere”.
Il capo in testa.
“Quello che sta avanti e che guida”.
da Repubblica del 10/03/2008

FRANCESCA SAVINO

All’onorevole Gabriella Carlucci certe cose non vanno giù. La parlamentare di Forza Italia, che di coerenza di curriculum se ne intende, non ha proprio digerito la candidatura del fisico Luciano Maiani alla presidenza del Cnr. Il problema è che Maiani è un fascista. Non in senso politico, altrimenti ci sarebbe un’altissima probabilità per Gabriella (anzi “Gabriella divenuta Onorevole Carlucci”, da leggere tutto d’un fiato sul sito della Camera), di trovarlo fra i suoi compagni di scranno e di coalizione. No, è un fascista “esistenziale”, visto che non si può che definire tale «uno che impedisce ad un altro di parlare». Certo. Infatti il punto della questione è la firma di Maiani in calce alla lettera dei docenti della Sapienza contro l’invito al Papa per l’inaugurazione dell’anno accademico. Leggi tutto

SABRINA PINDO

Anche se toccata dalla tragedia per la morte dell’ex consigliere comunale socialista Isaias Carrasco, la Spagna ci serve ancora una volta una bella lezione di politica. Vi cito l’apertura della notizia del Corriere.it, sezione esteri, che mi ha colpito oggi:
Spagna, l’Eta insanguina il voto

«Dobbiamo essere tutti uniti contro l’Eta» ha affermato il leader del Partido popular (Pp) Mariano Rajoy, avversario del premier Zapatero ».

Vi riporto questa frase, non per simpatia verso il leader del gruppo di centro-destra Rajoy, ma perché mi sembra un ottimo punto di partenza per una riflessione sulla nostra immobile Italia, che rimane ferma mentre il mondo attorno continua ad avanzare.

Negli ultimi anni la Spagna – che è sempre stata “uno scalino sotto a noi”, almeno nell’immaginario popolare, in termini di ricchezza, sviluppo, risorse, progresso – ci ha superato.

Fiiiischhhummm.

Doppiati.

Senza nemmeno bisogno dello scatto al fotofinish.

Come avrà fatto? Come sarà riuscita a superarci e a diventare migliore di noi?

Non sono ancora trascorsi cinquant’anni dalla fine della dittatura del generalissimo Francisco Franco e la giovane democrazia spagnola ha già qualcosa da insegnare alla vecchia e compassata Italia dell’ennesima repubblica.

La lezione spagnola si riassume nella frase di Mariano Rajoy: dobbiamo essere tutti uniti. Una scelta che in questa vicenda della lotta al terrorismo basco è d’obbligo, ma che, presa nella vita di tutti i giorni, dimostra la grande attitudine degli spagnoli al raggiungimento del bene comune anche a costo di accettare l’idea del proprio avversario politico.

Non è la prima volta che il susseguirsi di fazioni diverse al potere in Spagna mostra all’Europa intera come sia possibile continuare a costruire sull’operato del predecessore e così continuare ad avanzare.

Non è la prima volta che il nostro vecchio stivale mostra a tutta Europa come non si scampi dal ciclo distruttivo/ricostruttivo/distruttivo della politica italiana.

Sei mesi di reclusione per non perdersi nemmeno un alito del dibattito con Paolo Cento e Daniele Capezzone a La 7. Con Gustavo Selva, senatore appena condannato per aver abusato nell’utilizzo dell’ambulanza, ripercorriamo quel terribile giorno quando, adagiato sulla lettiga….
“…adagiato no, ero seduto”.
Seduto sulla poltroncina e, come si può dire?, tutto incannulato.
“Cosa?”.
Le flebo, le cannule, i monitor.
“Ma no! Mi ero presto ripreso dal malore e già automedicato (ho tre by pass e sempre una pillola in tasca). Avevo chiesto di condurmi via dall’ospedale San Giacomo. Vollero però riportarmi, con un incredibile atto di ostruzionismo parlamentare, nel luogo da dove ero partito, cioè piazza del Parlamento”. Leggi tutto

SABRINA PINDO

12 punti. Anzi no: 10. Facciamo 5 e non se ne parli più!
Azioni? Punti percentuali? Prezzi? Macché, parliamo dei punti dei programmi elettorali! Walter te ne vende dodici e Silvio te ne propina cinque. C’è poi Luca, che i punti – dieci – li impone. Nel supermercato elettorale ciascuno illustra la propria raccolta premi. Che serva davvero?
Una volta, quel che faceva la differenza si chiamava ideologia. Divideva il mondo in due parti, o di qua o di là. Poche pagine, tanti discorsi e uno schieramento sicuro. Un po’ come Don Camillo e Peppone di Guareschi.
Poi, dal bianco e nero si è passati al colore. Varie tonalità di grigio, niente di eccessivamente brillante, ma quale nuance scegliere era ancora una questione seria, fatta di programmi elaborati, pagine su pagine di proposte. La decisione poteva essere ben ponderata.
Ora siamo arrivati al monocromo: niente discorsi, qualche battuta al tg, seratone intere da Bruno e poi via coi punti! Chi meno ne ha, meno ne metta!
Ma nel supermercato della politica, si sa, il giorno dopo le elezioni la raccolta punti è già scaduta. Tante o poche, le promesse da campagna elettorale sono come quelle dei marinai: rigorosamente disattese. Ricordate il buon proposito per risolvere il conflitto d’interessi? E tutte le promesse di abbassare la pressione fiscale?
Non si tratta di un atteggiamento di una fazione piuttosto di quell’altra. Non c’è destra né sinistra che tenga. L’unica differenza tra i governi consiste nel tempo necessario agli elettori a rendersi conto di essere stati gabbati con lo specchietto per le allodole dei punti elettorali.
Chi ha in mano lo scettro del potere viene infatti attratto dal sottile fascino dell’immobilismo. Ne parla Antonello Caporale nel suo libro Impuniti:
“Se decidere è un rischio, allora conviene non farlo. Si sta più sicuri nella botte di ferro dell’immobilismo. Non è più saggio prendere tempo, sine die? Tenere il piede in tante staffe quante sono le opzioni di scelta? […] La gente dimentica chi non fa nulla, e spesso non lo sa nemmeno. E poi si può sempre rinviare e promettere per la prossima legislatura, o dare la colpa ai predecessori”. Un atteggiamento, ahimè, bipartisan. Vi sfido a raccontarmi la storia di un solo politico, grande o piccolo, che abbia veramente mantenuto le promesse fatte.

CARLO TECCE

Faccia a faccia a distanza. Stesso salotto, stesso anfitrione, diversi commensali.
Walter Veltroni e Silvio Berlusconi si sono avvicendati sugli scranni di “Porta a Porta”: brandelli di programma, promesse ardite e rinunce compite. Niente di nuovo. Tranne un particolare, a pensarci bene. Un direttore distinto e corpulento, costipato nel suo completo blu, scoperto nel 2006 durante il confronto-scontro tra Berlusconi e Prodi. Roberto Napoletano lavora per Il Messaggero, uno dei giornali della catena di Francesco Caltagirone, l’onnipotente imprenditore del mattone, suocero di Pierferdinando Casini, fresco marito di Azzurra. Nel politicamente preistorico 2006, Napoletano era un alfiere del centrodestra: uno schieramento senza trattino, tanto consunto quanto compatto. Il successore di Gambescia, passato alla carica di onorevole con l’Unione, è stato pizzicato dalle telecamere di “Striscia la Notizia” nella notte del 10 aprile 2006. Nelle concitate ore dello spoglio, Napoletano parlava accorato al telefono con un alto dirigente dell’Udc, nel vano tentativo di spiegargli la posizione del giornale e la struttura del menabò, la direzione del timone e il taglio in pagina. Serviva un intervento immediato, un richiamo all’ordine per i giornalisti. «Ho fatto fare una valanga di commenti ai nostri editorialisti, dove tutti sottolineano i valori moderati dell’Udc. Abbiamo fatto: “L’Udc raddoppia i consensi, vicino al 7 per cento”, questo è il titolo di dentro…», rassicura ai vertici del partito di Casini (citazione da “La scomparsa dei fatti” di Marco Travaglio, il Saggiatore editore). Il titolo del giorno seguente sarà fedele alle spinose trattative notturne: «Exploit dell’Udc. Bene Ulivo e FI». Il fatto riaffiora alla mente guardando il Napoletano furioso, a tratti incontinente, sempre indisponente nel porre le domande a Berlusconi: un intervistatore a stento trattenuto da Vespa, qualcosa che proietta la televisione alla terza, quarta Repubblica. Un futuro ignoto, insomma. E pensare che soltanto 23 mesi fa, quando Casini era alleato di Berlusconi, il buon Napoletano era stato scelto – e poi si comporterà in ossequio – per il suo spirito mansueto e le sue idee conformi alla Casa delle Libertà. La coerenza non sarà una virtù della politica, ma nemmeno di alcuni giornalisti.


SERENELLA MATTERA

Piccole tragedie da campagna elettorale. Quelle degli esclusi dalle liste. O, peggio ancora, quelle dei candidati perdenti in partenza, perché tanti altri hanno la precedenza. Per alcuni di loro, i suoi, Marco Pannella ha iniziato uno sciopero della sete. Per denunciare un’ingiustizia, il mancato rispetto dei patti, il venir meno alla parola data. «L’accordo era per nove candidati radicali eletti e quindi in posti sicuri», ha detto. Veltroni gliene ha piazzati solo sei, «forse sette». E Pannella smette di bere. Chissà se avrà emuli tra gli esclusi dalle liste del Popolo della libertà.
Intanto la casella delle e-mail inizia a intasarsi di inviti a non votare, a boicottare la Casta, perché tanto sono tutti uguali. Ma c’è chi alle urne non vuole mancare. Perché «andare a votare è importante». Più importante anche della gita di fine anno, prima della maturità, quella che si ricorda per tutta la vita. Possibile? Pare proprio di sì. Un gruppo di studenti della V D dell’istituto tecnico commerciale Pareto di Milano è pronto a rinunciare al viaggio di istruzione a Berlino, dall’11 al 15 aprile, per poter andare alle urne per la prima volta. «Hanno dato per scontato che a noi non interessasse votare» ha detto Silvia ad Annachiara Sacchi, del Corriere della Sera. E il problema ora per i ragazzi è grosso, perché se rinunciano alla gita, perdono i cento euro di caparra. Vai a credere agli adulti. Gli avevano assicurato: «Potrete votare in ambasciata». Niente da fare, naturalmente. E ora loro ci stanno pensando, a rinunciare alla gita. Vogliono votare. A dispetto dell’antipolitica. A dispetto del fatto che i candidati sono nominati dai partiti. A dispetto del fatto che già si sa chi di loro sarà eletto e chi no. A dispetto di questo e tanto altro. Ma forse è proprio così che deve essere. Perché da giovani si va dritti per la propria strada, fregandosene di tutto e tutti.

Botricello, dunque, 4742 abitanti in provincia di Catanzaro, vuole diventare “Comune globale”. Cosa vuol dire comune globale? Leggiamo il bando di gara, capiremo certamente. I botricellesi vogliono che il loro paese diventi una “iCity: una città virtuale per costruire identità attraverso la realizzazione, mediante l’utilizzo della rete, di ambienti di apprendimento e costruzione collaborativi, di una città digitale con spazi dedicati alla riflessione sul sé, sia lungo una dimensione temporale (il presente e il futuro) sia lungo la dimensione sociale del confronto con l’altro”.
Per “riflettere sul sé”, servono un milione e centomila euro. Era già vasta la casistica dei progetti dal tratto originale scaturiti dalla generosità dei fondi europei. Ma mai si era vista, nel quadro del sostegno comunitario allo sviluppo economico, una proiezione così filosofica dei soldi di Bruxelles. Invece il municipio calabrese ha deciso di affrontare anche la profondità dell’Io. Nel bando, che ha per oggetto forniture e servizi per fare di Botricello un “comune globale”, si indica uno degli obiettivi essenziali dell’appalto: “sviluppare, identità digitali nella scuola: “Chi sono”, “Chi sarò”, “Noi siamo” “Come mi vedono gli altri/come vedo gli altri”.
Se l’impossibile è certo, il fatastico è alla portata di mouse. Un clic sarebbe dovuto servire a collegare le istituzioni ai cittadini, le imprese ai burocrati, i turisti agli alberghi. In cinque anni, e diversi milioni di euro stanziati, il clic nel sud Italia illumina, per adesso, solo diversi filoni di indagini giudiziarie. Portare internet nella pubblica amministrazione è stata una fatica di Sisifo: computer spesso imballati, portali nati già morti, reti civiche in disuso, home-page dimenticate.
Il disastro, dovuto alla assoluta inesistenza di qualunque interesse da parte della classe politica verso il mondo e la complessità della rete, è stato acuito dall’obbligo di spendere comunque. La tagliola della revoca infatti propone una soluzione ritenuta logica: dobbiamo spendere in fretta? E noi spendiamo. Il progetto, l’idea, non necessita più di alcuna coerenza o convenienza. Non c’è obbligo alla ragione, né di dare senso alle cose (riflettere su di sé?). Nulla è dovuto alla prudenza. Bisogna spendere. Ecco dunque spuntare Botricello e la sua idea. A prescindere, diceva Totò.
La riffa dell’innovazione l’ha così vinta Botricello. Sarà un comune “globale”. Lui solo. E perché? E’ più virtuoso dei vicini di casa? Sembrerebbe di no a confrontarlo con gli altri centri della sua stessa classe nella sua stessa regione. Dei 79 comuni calabresi della classe demografica che va dai 4mila ai diecimila abitanti, il premiato raggiunge il 61° posto per percentuale dei laureati, tra le più basse dell’universo di riferimento. E’ al 53° posto per reddito pro capite e l’età media è piuttosto avanzata. Anche l’efficienza amministrativa del nostro “comune globale” potrebbe essere oggetto di molti commenti: il paese, che si affaccia sul mare, è pieno di seconde case ma l’autonomia finanziaria (la quota di entrate che il Comune si procura da sé) non supera il 20° posto della classifica. Aggiungere che ha gravi problemi di depurazione delle acque, precisare che c’è anche chi abita case senza fogne, dà il quadro delle ragioni che hanno spinto la regione a dare precedenza a questo progetto.
Al posto del depuratore un bel computer. Si spenderanno 230 euro pro-capite contro i 6,5 euro (cifra già giudicata sproporzionata) della media nazionale.
Botricello avrà un mare un po’ zozzo, liquami al sole, strade piene di buche, palazzi cadenti forse. Conti in disordine. E può darsi. Ma gli scolari rifletteranno “sul sé”, la biblioteca sarà digitale, chi vorrà leggerà da casa, dal bar, dalla spiaggia si connetterà e, clic!, sfoglierà l’e-book. Gli amministratori si vedranno, è un ulteriore risultato del progetto in costruzione, sollecitati a cooperare tra di loro, a incontrarsi di più e a parlarsi, anche in videoconferenza. E in pizzeria il tavolo finalmente prenotato con un altro clic. Sì, Botricello sarà collegato al mondo, e il resto del mondo collegato a questo paese attraverso “totem informatici, ubicati in alcuni posti strategici (stazioni, aeroporti)”. E quando finalmente saremo lì, avremo “chioschi informativi per accedere ai diversi servizi della pubblica amministrazione”, e potremo godere finalmente di una “segnaletica digitale: schermi a touch screen da parete o pavimento in grado di offrire al tempo stesso visualizzazione e interattività ai servizi e alle informazioni”.
Contabilizzata la spesa, valorizzata l’impresa: “La realizzazione del progetto rappresenterebbe una boccata d’ossigeno alla preoccupante situazione occupazionale della comunità”. Tra le nuove figure che scenderanno in campo, “tecnici chiamati ad operare in caso di guasti o temporanei disservizi, garantendo un tempestivo intervento”. Tutto si tiene, il progetto è fantastico.

Pubblicato su Repubblica.it

“Chi vive veramente non può non essere cittadino e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. L’indifferenza è il peso morto della storia.

L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera.
Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo.
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Mai entusiasmarsi troppo. Solo due sere fa, scrivendo il mio post, valutavo che il moto d’indignazione popolare fosse servito a qualcosa. Ritenevo, e tuttora ritengo, che la sorte capitata a Clemente Mastella e al suo partito-famiglia, liquefatto in quattro settimane, fosse il sintomo che qualcosa sta cambiando. Cambiando, forse sta cambiando. Ma, c’è da dire, non troppo.
Oggi sono state pubblicate le candidature del Partito democratico. E Veltroni, dietro la scintillante prima fila, ha accettato di imbarcare, imbucare, traghettare, un bel po’ di parenti, portaborse, segretari vari. Ho letto che ha detto no al deputato siciliano Salvatore Cardinale, ma ha detto sì a sua figlia Daniela. Peggio è capitato al deputato salernitano Vincenzo De Luca, sindaco della città, ricordate? fiero avversario di Antonio Bassolino. Lui, De Luca, uomo tutto d’un pezzo. Che infatti ha accettato di non ricandidarsi e però ha consigliato: prendete Piero, mio figlio. Veltroni, chissà perchè, gli ha detto no.
Nell’attesa delle liste elettorali del centrodestra, vi consiglio la lettura di questo articolo pubblicato oggi da dagospia.
http://www.dagospia.com/
Quando Rino Formica nel 1991 coniò la fortunatissima espressione “corte di nani e ballerini” in riferimento all’assemblea del Partito Socialista piena di soubrette e personaggi dello spettacolo, credeva di fare un dispetto al suo arcinemico Bettino Craxi. E invece non fece altro che contribuire alla sua santificazione postuma. Ma oggi il modello craxiano sembra ancora più maestoso in confronto allo spettacolo desolante regalato dalla chiusura delle liste del Partito Democratico, che ieri ha visto riuniti per tutta la giornata Walter Veltroni, Goffredo Bettini e Dario Franceschini alla sede della Margherita per la limatura finale. Perlomeno i nani sono divertenti e le ballerine per definizioni so’ bbone. Invece dagli elenchi di candidati/nominati che sono usciti dal Loft emerge una mirabolante lista della serva con forte incentivo al mercato della verdura e degli ortaggi. Sì, per posizionarsi davanti a Montecitorio e tirarne a più non posso a chi entra ed esce. Pagina per pagina, dai nomi piazzati nelle postazioni sicure viene fuori una lunga sequela di “figlie di”, “mogli di”, amiche delle “mogli di”, grigi addetti stampa e portavoce, sconosciute segretarie, collaboratori vari e avariati, capi segreteria. Leader e mezzi leader del Pd hanno passato le ultime ore a trattare per imbottire il nuovo parlamento dei propri famigli e collaboratori. Da Veltroni a Prodi, da Franceschini a Fioroni fino a Visco, non manca praticamente nessuno all’appello. Fabio Martini sulla “Stampa”, in maniera apparentemente pudica e in quindi ancora più maligna, la chiama “valorizzazione senza precedenti degli staff”. Almeno il Cavaliere ha sempre avuto il buon gusto di infarcire le proprie liste con stuoli di avvocati che popolano gli studi legali che lo difendono. Insomma, gente che in ogni caso un mestiere ce l’ha. I nuovi gruppi parlamentari del Pd, invece, avranno il proprio pilastro su fenomenali personaggi che fino ad oggi hanno sguazzato nel sottobosco politico e tra due mesi saranno onorevoli e senatori della Repubblica. Nella categoria delle “figlie di” non c’è solo l’ormai arcinota Marianna Madia, il cui padre era amico di Veltroni e consigliere comunale della lista civica che in Campidoglio ha portato il suo nome, e il cui zio è il celebre avvocato (tra gli altri di Mastella) Titta Madia. Per non parlare poi della celeberrima trimurti che sponsorizza la fighetta del Loft: Enrico Letta-Giovanni Minoli- Da segnalare, infatti, nel collegio Sicilia 1 alla Camera il caso di Daniela Cardinale, figlia dell’ex ministro Salvatore Cardinale cui è stato impedito di candidarsi personalmente. “Adesso è tutto ha posto. Lafamiglia conserva il seggio a Montecitorio. E noi sappiamo che, nel 2008, si può diventare deputati anche per diritto ereditario”, chiosa sarcastico non Feltri su “Libero” ma Sebastiano Messina su “La Repubblica”.Sul fronte “mogli di” si è riproposto lo scenario del 2006. Anna Serafini, la battagliera Lady Fassino che aveva sputato veleni corrosivi contro Veltroni quando per la regola dei tre mandati rischiava di rimanere fuori, viene tranquillamente confermata con un seggio sicuro al Senato in Sicilia. Stesso destino per Anna Maria Carloni, al numero 3 nella circoscrizione Senato in Campania: Veltroni dice di voler fare fuori il marito, Antonio Bassolino, ma intanto si tiene stretta la moglie.Vanno forte segretarie e segretari. Il ministro dell’Istruzione e mariniano storico, Giuseppe Fioroni, ha imposto la sua segretaria Luciana Pedoto in un posto sicuro niente meno che in Campania 2 alla Camera, certamente per le sue proposte forti in tema di rifiuti, soprattutto per quanto riguarda la pulizia degli uffici… La dura e pura Rosy Bindi non ha voluto sentire storie: il suo collaboratore Salvatore Russillo figura al quarto posto nella circoscrizione Basilicata alla Camera.Sotto la casella “addetti stampa e portavoce” figura, oltre al solito Silvio Sircana, portacroce di Prodi transitato dalla Camera al collegio senatoriale della Campania, anche Piero Martino, portavoce di Dario Franceschini piazzato nella circoscrizione Sicilia 1 alla Camera. Sandra Zampa, invece, è a metà tra questa categoria (come capo ufficio stampa di Palazzo Chigi) e un’altra, quella delle “amiche delle mogli di”, in quanto candidata alla Camera Emilia Romagna anche come intima confidente di Flavia Franzoni Prodi. A proposito del Professore, il suo staff è stato infilato al completo: il delegato alle questioni di San Marino, Sandro Gozi, alla Camera in Umbria; il responsabile “contegno british”, Ricky Levi, alla Camera Sicilia 2; l’ex “saggio” del Pd in quota prodiana, Mario Barbi, alla Camera Piemonte 2. Anche il segretario Veltroni ha deciso di promuovere un mazzetto dei suoi collaboratori: il capo segreteria Vinicio Peluffo alla Camera in Lombardia 1; il responsabile del sito internet Francesco Verducci alla Camera nelle Marche; lo storico capo segreteria prima a Botteghe Oscure e poi in Campidoglio, Walter Verini, in Umbria diretto anche lui a Montecitorio.