fantoniFLAVIA PICCINNI

Nell’Italia delle veline che con l’estate si infiamma di concorsi di bellezza, la storia di Chiara Fantoni sembra solo l’ennesima apoteosi di un’aspirante starlette che si trova a fare i conti con il suo passato. Niente storie alla Anna Nicole Smith o alla Pamela Anderson però. La storia della Fantoni è quella di una ragazza dal passato casereccio, che profuma di tortellini e lambrusco, di un ragazzo più grande che quando aveva 15anni l’ha spinta a fare delle foto provocanti e di come quelle foto poi siano finite sul web, per ripicca. Come si è subito affrettata a precisare.
Niente droga, niente rock’n’roll e neppure sesso. Almeno esplicitamente. Non ci sarebbe neanche da discutere, se non fosse che la storia di Chiara è molto simile a quella di decine di ragazze che partecipano al concorso di Miss Italia e che, in alcuni casi, la fascia la portano anche a casa. Leggi tutto

bossiditoLo rianimano in Transatlantico con coca cola e panini al prosciutto e mozzarella. Pure con qualche parolina tenera: «Hai visto che bella la Mussolini? E´ piccolina ma si tiene bene». Si capisce che Umberto Bossi è tornato in forze, dopo il lieve calo di pressione che ha consigliato alla truppa leghista di fare una sosta picnic sui divani del Palazzo (ipotesi espressamente vietata dal regolamento, e comunque…). E´ tonico, sorride. Ha mangiato parecchio pane e parecchio companatico, ingollato noccioline e bevuto frizzante per una intera ora: dalle 17 alle 18 carboidrati, grassi e zuccheri a volontà. Per finire il caffè. Gli dicono: «Anche questo fa bene, tira su la pressione». Infatti la pressione è ritornata a livelli più che accettabili, l´Umberto adesso adagia la mano sulla coscia della sua addetta stampa. Perfetto. La sua collaboratrice lascia intanto il posto a Giulio Tremonti, a cui si aggiunge un po´ defilato Paolo Bonaiuti. I tre sono seduti come in una sala d´attesa. Guardano le spalle dei colleghi che li proteggono.
In aula la deputazione leghista, a ranghi ridotti, analizza anche stilisticamente le frasi del leader, e il capogruppo Roberto Cota infatti parla di una «giusta accelerazione verbale», ritenendo, questa volta è il collega Pirovano a spiegare, «che l´inno di Mameli è un insulto alla dignità. In Italia si protesta per la tirannia in Tibet, ci si indigna contro l´abbandono dei cani in autostrada, e poi si canta a squarciagola schiavi di Roma. Dai, è una canzonetta…». Bricolo, capogruppo al Senato: «Noi non siamo schiavi di nessuno». Leggi tutto

annaikeaFRANCESCA SAVINO

Anna non esiste. Oggi abbiamo conversato per venti minuti, ma lei non esiste. Anna rispondeva alle mie domande, io cercavo di metterla in crisi. Anna è l’assistente virtuale che sul sito internet Ikea accompagna il cliente, o il curioso, verso link, mobili o negozi di suo gradimento. È educata, con una risposta pronta per ogni occasione (“E’ una bella risposta, la tua”, e lei: “Grazie, mi fai quasi arrossire”. “Sei bella” e Anna: “Grazie, i miei disegnatori si sono dati da fare”). Ogni tanto si irrigidisce (“Chi sono i tuoi disegnatori?” “È semplicemente impossibile ricordarsi i nomi di tutte le persone che visitano il nostro sito e mi fanno domande. Sono già contenta di ricordami del mio! Mi chiamo Anna e sono a vostra piena disposizione per rispondere a tutte le domande su Ikea”).
Non si è affatto irrigidita quando le ho chiesto quale fosse la filosofia della sua azienda. Mi ha risposto che non si finisce mai di imparare. Ingvar Kamprad ha fondato il colosso Ikea su questa convinzione. Ha iniziato negli anni Trenta vendendo fiammiferi. Sulla sua bicicletta, nella campagna svedese, ha viaggiato a zig-zag fra pesce, matite, decorazioni per gli alberi di Natale. Un regalo del padre quando aveva 17 anni è stato il capitale iniziale di Ikea. Dislessico, ha scelto di dare ai suoi mobili nomi curiosi al posto dei numeri. Alcolista, ha imparato a tenere la scimmia sotto controllo con il lavoro. Con trascorsi ambiguamente nazisti, dopo la guerra ha scritto una lettera di scuse ai suoi dipendenti ebrei. Leggi tutto

mastrolindoSABRINA PINDO

A Napoli il problema rifiuti è risolto. Pulita, limpida, la città partenopea è tornata in forma smagliante. Niente più maleodoranti sacchetti di plastica abbandonati per la strada. Dell’orribile munnezza accatastata ai margini della città nemmeno il ricordo.
Sicuri? Sicuri, sicuri? Ma certo! Lo ha detto anche il tg e ce l’ha pure mostrato. Le telecamere diligenti delle reti private sono corse a controllare, a dimostrare, a far vedere la Verità. Coscienza a posto quindi, andiamo pure al mare tranquilli.
In questa calda giornata estiva penso a quanti vivono vicino alle discariche, all’odore che sentono svegliandosi al mattino. In questa torrida domenica mi viene in mente che, se per caso non fosse come ci hanno detto i tg, se assurdamente la munnezza fosse ancora buttata là nei quartieri periferici, la gente di Napoli starebbe morendo per la puzza, sarebbe preoccupata per la propria salute. Già, uno scenario agghiacciante, anche a fine luglio. Mi permetto di segnalarvi queste fotografie scattate il 17 luglio, giovedì scorso. Rinfrescano l’animo.

curziLa verità è curva come un tornante. Era parso, ritenendola invece dritta e piana, che Alessandro Curzi, comunista galantuomo, avesse fatto in Rai il salto della quaglia e ridato vita al corpo inanimato di Agostino Saccà.
“Mi hanno chiamato in tanti: ma che cazzo hai combinato?”
Un gran bel pezzo di comunista.
“Sei passato tra i nani e le ballerine”.
Pur di rimanere inchiodato a questa maledetta poltrona di consigliere Rai.
“Gli amici non hanno capito”.
La poltrona.
“La presidenza”.
La verità ha gli angoli.
“Riepiloghiamo. Anzi, rifacciamo tutto il percorso”.
Iniziamo da casa sua, la sera prima del voto.
“Mi metto a letto e non prendo sonno. So bene che andiamo a una soluzione annunciata: quattro di noi a favore della rimozione di Saccà, cinque contro. Vincono loro”. Leggi tutto

FLAVIA PICCINNI

L’ora, come un vasto fiume, trascina ogni cosa,
Il popolo dei mortali e la razza delle rose.
Renè Maran

Zobar ama l’acqua e ha due anni e mezzo. È un bambino rom, ha origini rumene ed è cresciuto a Viareggio. Anche lunedì pomeriggio era vicino Viareggio. A Massarosa, per la precisione. Era con i suoi genitori e il cuginetto a giocare nella piscina dell’azienda agricola “La Ficaia”. Lo immagino mentre si schizza con il cugino, nuota nella piccola piscina con i braccioli azzurri e bianchi, si stringe in vita il costumino verde.
Lo immagino mentre è contento, ma la cronaca mi dà torto. Perché Zobar da quella piscina non ci è mai uscito.
La ricostruzione dice che Zobar è andato insieme ai genitori a trovare i nonni, ospiti della struttura gestita da don Bruno Frediani, fondatore del Ceis, il Centro italiano di solidarietà. La ricostruzione dice che il piccolo, all’insaputa di tutti, è entrato nella piscina insieme a un cuginetto di quattro anni, nonostante l’impianto fosse chiuso e che insieme, i due, si siano tuffati da uno scivolo. La ricostruzione, la cronaca, le urla di paura, ansia, conferma spiegano poi come siano andate le cose: il più grande dei due è stato salvato da un addetto alla manutenzione, mentre il più piccolo è rimasto nascosto sotto un materassino e, quando è stato scoperto, i soccorsi si sono rivelati inutili. Ancora una volta lo spazio fra l’immaginazione e la realtà. Leggi tutto

bivaccoMARCO MORELLO

A Roma bivacco no, lo dice l’ordinanza sperimentale del sindaco Alemanno che vieta cibo e canti per strada. O meglio, non è che li vieti in assoluto, ma dietro il filtro della cartina al tornasole del buonsenso. Bivacco proprio no, non scherziamo, tanto chi vuoi che con questo caldo vada oltre una bottiglietta d’acqua ghiacciata. O, al massimo, oltre un gelato alla frutta. Bivacco forse, perché i turisti sanno sovvertire ogni pronostico e ingurgitare di tutto nei momenti più impensabili, comprese le caldarroste alle tre del pomeriggio e una pizza alla salsiccia appena sfornata un’ora più tardi. E allora bivacco sì, decisamente sì. Un po’ ovunque nel centro della capitale, tra vigili indifferenti, bocche piene, briciole, schiamazzi e cartacce.
A cominciare da piazza di Spagna, anzi un po’ più indietro, da piazza Mignanelli. Sotto la colonna dell’Immacolata è tutto un masticare panini del vicino fast food e tirar su liquidi annacquati con cannucce trasparenti e una evidente soddisfazione. Intorno alla Barcaccia, invece, i capannelli paiono leggermente più chic, ma non c’è ragione di stupirsi: trovandosi a un passo dall’imbocco di via dei Condotti bisogna adeguarsi. Muffin e pasticcini diventano allora gli articoli più gettonati, insieme con coppette e coni capaci di sfidare le leggi di gravità. Leggi tutto

incidentesalernoMANUELA CAVALIERI

Sono quasi le ventidue di una piacevole domenica di luglio. I negozi sono aperti fino a tardi e le strade dello shopping notturno sono animate e rumorose. Anche Salvatore e Veronica passeggiano lungo le vie del centro. Sognano di sposarsi, di metter su famiglia. Lui, geometra di Castel San Giorgio, ha trentacinque anni, lei, commessa, ne ha ventotto.
D’un tratto un boato. Urla acute risuonano in via dei Principati.
Una Bmw lanciata a folle velocità investe i due e si schianta nella vetrina di un negozio. A bordo tre uomini ubriachi. Sono di nazionalità rumena.
Salvatore muore sul colpo, Veronica, in ospedale, lotta tra la vita e la morte.
I ragazzi in auto, appena, riescono a riprendersi dall’impatto, tentano disperati la fuga.
Ma la folla è inferocita. Due vengono bloccati, uno riesce a scappare. Mihalgica Bodac, il ragazzino di ventidue anni alla guida è arrestato con l’accusa di omicidio volontario e omissione di soccorso come i suoi compagni.
La polizia salva i rumeni da un gruppo di facinorosi in preda alla rabbia del momento. La scena si ripete anche all’ospedale. Le forze dell’ordine sono costrette a farli uscire dal retro per evitare il linciaggio.
La città vive giorni di grandi tensioni. Contraddizioni profonde attanagliano gli animi. Non si parla d’altro. La comunità rumena è ancora una volta sotto i riflettori. Parole forti impregnano l’aria e pretendono di legittimarsi in nome della tragedia. Intervistato dai media locali il noto antropologo Paolo Apolito denuncia il pericolo che ci si ritrovi ancora una volta a ragionare con la pancia e non con la testa.
Salerno è di fronte ad una sfida. Si può cedere alle seduzioni di una xenofobia sottile e pericolosa; oppure si può scegliere di leggere gli avvenimenti attraverso le lenti della razionalità. Testa e pancia. Quale delle due avrà la meglio?

L’Italia è il paese dove si è sempre verificato questo fenomeno curioso: gli uomini politici, arrivando al potere, hanno immediatamente rinnegato le idee e i programmi d’azione propugnati da semplici cittadini. […]
Perché questo fenomeno? È solo esso dovuto alla mancanza di carattere e di energia morale dei singoli?
Anche a ciò, indubbiamente. Ma esiste anche un perché politico: i ministri non sono mandati e sorretti al potere da partiti responsabili delle deviazioni individuali di fronte agli elettori, alla nazione. In Italia non esistono partiti di governo organizzati nazionalmente, e ciò significa che in Italia non esiste una borghesia nazionale che abbia interessi uguali e diffusi: esistono consorterie, cricche, clientele locali che esplicano un’attività conservatrice non dell’interesse generale borghese (che allora nascerebbero i partiti nazionali borghesi), ma di interessi particolari di clientele locali affaristiche.
I ministri, se vogliono governare, o meglio se vogliono rimanere per un certo tempo al potere, bisogna s’adattino a queste condizioni: essi non sono responsabili dinanzi a un partito che voglia difendere il suo prestigio e quindi li controlli e li obblighi a dimettersi se deviano; non hanno responsabilità di sorta, rispondono del loro operato a forze occulte, insindacabili, che tengono poco al prestigio e tengono invece molto ai privilegi parassitari.
Il regime italiano non è parlamentare, ma, come è stato ben definito, regime dei pascià, con molte ipocrisie e molti discorsi democratici.

 

Antonio Gramsci, Il regime dei pascià, Sotto la Mole, “L’Avanti” 28 luglio 1918

greenday“It don’t take a genius to be an idiot” (Non ci vuole un genio per essere un idiota)
The Foxboro Hot Tubes

SERENELLA MATTERA

Quelli veramente bravi non hanno bisogno di raccomandazioni. Quelli veramente bravi non hanno bisogno di imbrogliare. Quelli veramente bravi una volta raggiunto il successo non se lo spendono in orologi e champagne. Quelli veramente bravi, sono così bravi che possono anche smettere di essere se stessi e ripiombare immancabilmente nel successo.
Nessuna delle affermazioni che precedono è inconfutabile. Vere in teoria, si scontrano con le infinite variabili della vita, dei sistemi e delle persone che li affollano.
Ma ogni tanto spunta una storia come quella dei Foxboro Hot Tubs. Un gruppo garage rock americano, che si è presentato l’8 dicembre 2007 su internet con tre canzoni. In pochi giorni la loro pagina su Myspace ha iniziato ad essere frequentata. I loro pezzi ad essere scaricati. Il passaparola e le radio di rock alternativo hanno fatto il resto. Ma in parallelo circolavano sempre più insistenti certe voci: “Sono i Green Day”, “Chi canta non può essere che Billie Joe Armstrong”, “La strofa ‘Non ci vuole un genio per essere un idiota’ è un chiaro riferimento ad American Idiot”.
E infatti alla fine il gruppo punk rock, più di 60 milioni di dischi venduti, ha ammesso: “Abbiamo suonato dal vivo con un registratore a otto piste”, ma “la sola somiglianza tra i Green Day e i Foxboro Hot Tubs è che siamo la stessa band”. Condannati, in ogni caso, al successo.