Questa è la storia di quaranta maschi neri e di una donna bianca, una storia di sfruttamento. Loro sono facchini e lei è il caporale che li costringe per mesi a lavorare a nero, promettendogli ogni settimana un contratto che non arriva mai. Loro si spezzano la schiena per dieci e anche dodici ore al giorno, “Non tutte pagate, certe sì, certe no”, caricando e scaricando “colli” giorno e notte dai camion al magazzino della Gls di Piacenza e dal magazzino ai camion: ante di armadi, poltrone, robot da cucina da smistare ai negozi e ai centri commerciali. Hanno tutti tra i 20 e 28 anni, lavorano a nero per una cooperativa “falsa”, quelle dove i soci lavoratori sono in realtà lavoratori sfruttati dal caporale che li chiama per fare il lavoro che i facchini più anziani, i quarantenni assunti con i contratto della logistica, non sanno fare più perché hanno le ossa spezzate. Sono i compagni di Abd El Salam, il facchino ucciso il 14 settembre del 2016 durante un picchetto ai cancelli della Gls, mentre tentava di bloccare le merci in uscita dal magazzino. Picchettava con gli altri perché Gls non rispettava gli accordi che aveva sottoscritto promettendo di stabilizzare i precari. Abd El Salam aveva il contratto a tempo indeterminato, ma lottava con gli altri perché, come ripetono i suoi colleghi: “Tocchi uno, tocchi tutti”.

A DENUNCIARE non sono in quaranta ma 29, perché qualcuno occorre che nel processo faccia il testimone e qualcun altro è andato via, a inseguire da qualche altra parte un contratto regolare, per non perdere il permesso di soggiorno. Quelli che hanno denunciato sono stati sbattuti fuori. Sono arrivati in Italia sui gommoni fuggendo dalla guerra, dalla fame e dalle torture e per questo sanno distinguere i perseguitati dai loro aguzzini: “Continueremo a fermare i camion delle merci con i nostri corpi, fino a quando non ci metteranno in regola. Non abbiamo paura dei padroni, ma non picchiamo i crumiri che vengono assunti a chiamata quando noi picchettiamo, perché non sono loro i nostri nemici di classe, loro sono vittime del ricatto del padrone”. Per mesi hanno vissuto tra l’incudine e il martello. L’incudine era denunciare e ritrovarsi l’Agenzia delle entrate a chiedere le tasse non versate: “Farlo nella speranza però di ottenere giustizia, prima o poi, di ottenere il contratto”, sempre che nel frattempo la cooperativa non fallisca (“Non venga fatta fallire”, dice Roberto Montanari, dell’Unione Sindacale di Base) e i lavoratori non si ritrovino peggio di prima, “con l’azienda che non ha mai versato i contributi per la loro pensione e le tasse da pagare per i mesi lavorati a nero”. Il martello è non denunciare e perdere il permesso di soggiorno, il diritto di restare nella Repubblica fondata sul lavoro, un diritto riconosciuto solo allo straniero che ha un lavoro e non a quello costretto da un italiano a lavorare a nero. Così aspettano a denunciare, con “lei” che promette che il contratto arriverà presto. Ora che si sono decisi, hanno portato in questura gli audio delle telefonate. Partono le indagini, per questo non posso fare il nome di “lei”, ma faccio la cosa che sempre vorrei fare quando racconto le storie dei lavoratori che lottano per i loro diritti: scrivere il loro nome e cognome. Non vogliono quasi mai, o non possono. Temono ritorsioni, o si vergognano di quello che hanno subito. Lenghane Adive, 24 anni, dal Burkina Faso. Coulibaly Souleymane, 26 anni, dalla Costa d’Avorio. Coulibaly Assamado, 23 anni, dalla Costa d’Avorio. C. Bansé Ousmane, 27 anni, dal Burkina Faso. Kabore Ibrahim, 25 anni, dal Burkina Faso. Coulibaly Alassane, 27 anni, dal Mali. Dialla Mamadou Hassimiou, 33 anni, dalla Guinea. Diakite Saydou, 22 anni, dal Mali. Loro sono orgogliosi del proprio nome e cognome scritto sul giornale italiano e lotteranno per vederlo scritto sul contratto che gli spetta.

Da: Il Fatto Quotidiano, 25 febbraio 2018